MARINA PIZZI – cinque poesie da “Cantico di stasi (2011-2015)” – (Ed. Oèdipus, 2016)

stasi
LA STASI CHE ANNIENTA L’ATTESA
 
Mi permetto di segnalare questo bel libro di Marina Pizzi, “Cantico di Stasi”, pubblicato recentemente dall’editore Oèdipus nella collana “Intrecci”. Il libro consta di due note critiche da parte di Ennio Abate e di Antonio Devicienti. Il libro è articolato da 100 componimenti, dei quali – i primi 63 – erano già stati pubblicati nel 2013 dall’editore Cantarena di Genova, con una prefazione a cura di Massimo Sannelli.
 
Quello che posso dire, di Marina Pizzi, in poche parole, e quelle che posso ora soltanto dire, è che lei si ostina a morire in ogni verso, e con l’ossessione di chi sa di essere ferito a morte, ma ciononostante fa del sangue la vera espiazione; nel caso di Marina Pizzi l’espiazione sono le parole, il grumo vorticoso al quale aggrapparsi (o impiccarsi) per espiare la propria liberazione, che, dopo la stasi (e la stasi è il malessere vivo, vegeto di chi muore per la vita), dopo l’invisibile oblio del presente, darà al poeta la vera libertà, quella di esistere per sempre. E Marina Pizzi esisterà per sempre, perchè è poeta vero, come poeta lo erano la Amelia Rosselli, la Claudia Ruggeri, la Nadia Campana (ombre che in lei riascolto possenti) e, come ogni poeta che si rispetti, la Marina Pizzi nei suoi versi è ombra, e lo è in maniera così affascinate e grottesca – come una febbre irregolare dal polso fermo – che dona e scandisce il suo sangue caldo, così crepuscolare nel suo dettare in versi la vita che, qui, come la morte, non è un numero ma un tiro a vuoto di dadi. Ed è questa, forse, la stasi: aspettare che il dado si fermi e ci dica di quale numero è fatto il nostro vuoto. Nel frattempo, Marina Pizzi continua a tirare, e a fare centro nel cuore impavido di chi prova a leggerla per sentirsi più altrove, più vicino a questo altrove che ci annienta, più dentro a quella stasi che annienta l’attesa.
 
Per il mio blog, propongo 5 testi (seguono la numerazione del libro) tratti da questo bel “Cantico di stasi” – 2011/2015″
 
Antonio Bux
 
 
2.
 
Quale imbrunire mi offuscherà la fronte
nella schiera di nuvole nemiche
scacchiere senza angeli di fianco.
oggi il diverbio è pastore di se stesso
quasi un convulso esodo di stasi
verso l’ombra che per tutti c’è.
in un buio di casale voglio l’occaso
della pace, in primavera si addice
la mia voglia di avverare aiuto
almeno alle fontane senza acqua
battesimali di cenere per sempre.
la croce sulla fronte non basta
il salario di essere felici, anzi
la casta delle ronde tonifica il demonio.
i prìncipi sono pochi e i sudditi
immensi. così lo stato delle fosse
vive, lo stato del demonio delle cose
fatte ad arco per castigare meglio.
 
 
14.
 
Vado all’espatrio ogni notte
con un tatuaggio nel cervello
botta e risposta senza fine
la mia carriera visitata da ferri
arroventati. nei denti un faro
di conchiglia. una perplessa
aurora quanto un cimitero
divelto. miserere del respiro
continuare la scansione del
tempo. vocativo d’estro volerti
accanto. camminami sul petto
abbi pietà del mito che ci rese
fragili. passa la vendetta un canestrello
di vespe. la grazia occulta della siepe
è un buon cammino nonostante
non sapere l’aldilà. incudine di putti
verremo uccisi tutti.
 
 
31.
 
Non sarà l’occaso a rovinarmi il viso
nè la castta delle rovine addosso.
in fase di postura mi mancherà la madre
la bella fiaccola che era guardarla
dall’apice della gola la gioia in pianto.
l’erpice del demonio è un’acuta vergine
una risposta fatale per la botola
di non tornare a casa.
 
 
70.
 
Vorrei azzannarmi in un cantico di stasi
fare da zattera a una manciata d’ombre
che cantino fraterne l’armistizio
come in casa d’altri la gentilezza
per far sì la figura dell’orto
senza parassiti. il cielo è d’acrobati
pronti solerti libellule anche se alcune
lesinano.
 
 
80.
 
Dio della notte il tuo soccorso è stento
funebre fune bacato. Dal collo è enigma
Ergere lo sguardo. Panico di sale sarà il verdetto
La culla nuda di non poter vivere che sotto le darsene
Più buie. Invano il santuario prega ancora un’ancoretta
Per cuccioli vicini. Di te amerò di perpetuo l’eclisse
Quella sonora brace che stermina il respiro.
 
 
 
poesie di Marina Pizzi (Roma, 1995) da “Cantico di Stasi (2011-2015)”. (pp. 88, euro 11, 50; Edizioni Oèdipus, Salerno, 2016).
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