LUIGI DI RUSCIO – da “Poesie operaie” (Ediesse, 2007)

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poesie di Luigi Di Ruscio, da “Poesie operaie (scelta antologica)” (con interventi di Angelo Ferracuti e Massimo Raffaeli, Ediesse, 2007) 
*
 
le ore sei sono l’inizio della nostra giornata
noi siamo l’inizio di tutti i giorni
inizia il giro delle ore sulla trafilatrice
che mi aspetta con la bocca spalancata
inizia la mia danza il mio spettacolo
in certe ore entra nel reparto una chiazza di sole
e lo sporco nostro è schiarito come nelle immagini dei santi
rubo il tempo per una fumata che raspa nella gola
spio i minuti sul quadrante dal grande occhio
e tutto ad un tratto ci scuote l’urlo della sirena
ci attende il riposo per la sveglia di domani
la suoneria che entra dentro i sogni esplodendoli
ed ecco un nuovo giorno della mia esistenza
con l’allegria fuori della mia ragione
 
 
*
 
uscivano dalla vasca sconci e orribili
tutti in gruppo non li avevo mai visti
aspettavo che uscissero dalla vasca
mi passavano vicino dandomi colpetti sulla testa con la mano tesa
le emanazioni del cloro sembrava la puzza dell’inferno
e se faccio il bagno in quell’acqua
io divento come loro
 
 
*
 
hanno bisogno solo di se stessi
almeno così credono comunque state attenti
la lavatrice sarà necessario accomodarla
un giorno avrete a che fare con i becchini
la solitudine perfetta
è solo quella d’onnipotente che neppure esiste
e alla fine vi scasseranno la porta
e non è detto che vi ritroveranno vivi
(una vita stravagante merita una fine stravagante)
e quando mi misi ad argomentare contro la condanna a morte
mi dissero che così argomentavo perché volevo
che fossero solo le Br ad applicarla
e così ho capito che erano diventati invidiosi
la morte volevano applicarla anche loro
e già mi vedevo esposto davanti al plotone d’esecuzione
a gridare come un matto
sparate alla testa e salvatemi il cazzo
 
 
*
 
l’angoscia di essere simili a tutti gli altri
l’angoscia opposta di non poter mai essere simile a tutti gli altri
trasformato per sempre nella figura dello scemo del paese
qualcosa di noi vivente rinchiusa nella cassa da morto per sempre
l’orrore di durare senza suprema via d’uscita
muovere i primi passi sfuggire dalla madre ridente
la paura di perdere tutto o che tutto ci rimanga attaccato per sempre
gli oggetti più scemi l’epistole più vergognose
e non poter più rinchiudere il tutto
in una valigia e partire per sempre
rimanere incastrati per sempre nella consueta vergogna
rimanere chiusi nella cassa dell’ascensore bloccato
rinchiusi vivi nella cassa da morto.
 
 
*
 
quando nel paesaggio ancora invernale morso dal gelo
improvvisamente esplode la fioritura del mandorlo
la precocità e l’estrema debolezza del tuo splendore
la minaccia è sopra di te i primi sono in pericolo estremo
la fioritura del mandorlo brilla nostro debolissimo vessillo
tu vessillo di morte precoce e di tutti gli inizi
poca materia viva circondata di morte
i nostri debolissimi segni della speranza pronti a finire
i primi di un nuovo mondo splendidamente vivi
con la gola serrata dalla morte.
 
 
*
 
è morto con la testa spaccata sul selciato
sporco di olio benzina sangue
e senza dignità buttando pezzi di cervello
tutta la nostra fragilità davanti ai mostri
in quello spavento del cozzo in quell’ultimo istante
con gli occhi scoppiati vedere la vita che esplode
 
 
*
 
il sottoscritto è fortunato
il passaggio tra la coscienza e il niente sarà brevissimo
non è destinata a noi una lunga e spettacolare agonia
non sarà per noi l’insulto di essere a lungo vivi senza coscienza
i clinici più rinomati non appresteranno a noi lunghe strazianti agonie
la nostra miseria ci salva
dall’insulto di essere vivi senza più lo spirito nostro
ritorneremo tranquillamente nel niente da dove siamo venuti
è già tanto che il miracolo della mia esistenza ci sia stato
riuscendo perfino a testimoniarvi tutti
 
 
*
 
Ai compagni con cui ho lavorato
per quasi una vita
 
Questa notte vi ho sognato tutti
splendidamente vivi
ritornammo a rivedere
tutti gli orrori di quel reparto ridendo
non sono riusciti ad ammazzarci
siamo ancora tutti vivi
nuovi come fossimo risuscitati
non più contaminati della sporca morte
 
 
 
***
 
Luigi Di Ruscio disse di sé, della sua condotta solitaria di Scriba assoluto: «Ho letto in qualche parte che gli intellettuali si dividono in due parti, in talpa e lepre. La talpa scava il suo buco imperterrita, la lepre vola da tutte le parti. La talpa nel suo buco e con pazienza lo scava, scava sempre lo stesso buco cerca le ultime conseguenze, va verso lo sprofondo […]. Io veramente vorrei essere sempre più talpa. Joyce è la talpa quasi perfetta, la lepre quasi perfetta è D’Annunzio o Petrarca, la talpa perfetta è Dante. Per le lepri ho avuto sempre un grande schifo». (da Romanzi, a cura di Andrea Cortellessa e Angelo Ferracuti, Feltrinelli, 2014).
 
 

Essere insieme

Improvvisamente sul tram quotidiano ho capito che il lato positivo dell’antologia Poesia e Realtà di Giancarlo Majorino è quell’essere insieme, gli atei insieme ai credenti, gli analfabeti con i bene alfabetizzati, quelli della rima e quelli della contro rima, i viscerali con i cerebrali, i nuovissimi con i vecchissimi che muoiono anche a cent’anni, quelli che si sono suicidati e quelli che vivono molto bene, gli ammogliati e gli strozzati, gli avanguardisti e i retroattivi, gli italiani e i sanfedisti, i seri e quelli che irridono anche alla croce rossa con tutto il pappalardo, tutti insieme con le “ali illuminate” perché è questo essere insieme la prova dell’epoca, devono riuscire a vivere in un massacro continuo, devono imparare ad accettarsi così come sono perché è vero quello che mi diceva nonna analfabeta “siamo tutti figli di madri”, le nostre diversità contano meno di tutto quello che abbiamo in comune, quei cuori del manifesto Benetton saranno di neri o di bianchi però i cuori sono tutti uguali, i nostri cervelli simili. Quell’essere insieme come quando ero in quel reparto italiano insieme a tutti i norvegesi, quasi la pecora nera tra i biondi e gli azzurrati eppure eravamo insieme e fummo insieme per diecine d’anni continui. Ero insieme a tutti voi con le vostre tute, con gli ingenui vestiti della domenica, li ricordo uno a uno ora che sono quasi tutti morti. Però ogni tanto tra la folla sento un urlo, vengo chiamato urlato in tutti i modi con nome e cognome che qui sono indicibili in maniera corretta, uno sopravvissuto a tutte le pesti, a tutte le polveri arsenicati e dei metalli pesanti, metallurgiche, a tutte le sudate continue mi chiama, mi abbraccia. Eravamo insieme diversi nello stesso disprezzo per i padroni, insieme quando abbiamo sabotato e scioperato, insieme nei sotterfugi operai, ridevamo insieme e sudavamo insieme senza neppure accorgerci di questo miracolo, l’essere diversi però fraternamente insieme. (Luigi Di Ruscio) 

 
*
 
Luigi Di Ruscio (Fermo, 27 gennaio 1930 – Oslo, 23 febbraio 2011). Poeta, romanziere. Autodidatta (ottenne solo la licenza elementare), studia da solo classici americani, francesi e russi, la filosofia greca, saghe della mitologia nordica, l’opera di Benedetto Croce. Dopo aver svolto vari lavori in Italia (perlopiù come muratore) e iscrittosi poi anche al PCI di Togliatti, nel 1957 lascia definitivamente l’Italia ed emigra ad Oslo, dove per quarant’anni lavora in una fabbrica fordista, e dove si sposa, avendo quattro figli. Lì vi muore nel 2011. Nel 1953 una giuria presieduta da Salvatore Quasimodo gli assegna il premio Unità. Tra le sue raccolte poetiche: Non possiamo abituarci a morire (prefazione di Franco Fortini, Schwarz, 1953); Le streghe s’arrotano le dentiere (prefazione di Salvatore Quasimodo, Marotta, 1966); Istruzioni per l’uso della repressione (presentazione di Giancarlo Majorino, Savelli, 1980). I suoi quattro romanzi (Palmiro, Apprendistati, Cristi polverizzati, La neve nera di Oslo) sono stati raccolti nell’uscita Romanzi (a cura di Angelo Ferracuti e Andrea Cortellessa, Feltrinelli, 2014).
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