PER FARSI DUE RISATE: ANTONIO BUX – da “Disgrafie (poesie 2000-2007)” – Edizioni Oèdipus

mnm
Oggi voglio sorridere con voi, e tornare indietro di cent’anni, e spogliarmi, di quel nudo che mi scopro d’essere. Sì, perché mi paiono passati cento di anni, da quella volta che assemblai questo libretto, e lo preparai con tracotanza e ingenuità, per quella che fu di fatto “Disgrafie (poesie 2000-2007)”, la mia prima pubblicazione. E, nonostante l’ingenuità di quei miei versi, scritti tra i 18 e i 25 anni, quando ancora non ero, anche se incosciamente già mi citavo, “il non me stesso migliore di me”, e gettavo le basi, a quel tempo tra Foggia e Firenze, con le poche scritture e letture, ancora acerbe, al mio oggi cancellato; e fu così che, dopo qualche tempo, omaggiai quella prima tappa intitolando questo mio blog come appunto Disgrafie. Eppure mi fanno tenerezza, questi versi, perché mi ricordano l’incanto, ancora acerbo ma vivo, e giovane della mia speranza, e del mio non sapere niente. Forse ero più poeta allora, non nello scritto ma nell’atto, quando ero ancora poco cattivo, e pensavo che l’essere umano fosse una buona miseria. Ma tant’è che in quest’oggi ci ritroviamo. Questo libro ho avuto la fortuna di pubblicarlo con Oèdipus di Salerno, che è un ottimo editore; forse, nonostante la pochezza e la banalità a volte di questi miei versi, nonostante un retaggio di ancora poche letture e di un manierismo novecentesco e dalla rima facile, evidentemente qualcosa di buono l’avevano visto in me. Come magari l’avranno visto anche Ianus Pravo e Federico Federici, che hanno accompagnato con due generose note critiche la pubblicazione, impreziosita anche dalle tavole disegnate (e qui ne propongo un esempio, di un io non io metà Pessoa metà Bux – giocando sul fatto che anagraficamente mi chiamo Fernando Antonio, come il grande poeta portoghese, mio primo ispiratore e dedicatario di una poesia qui riportata) da una amica foggiana, Lucia Leone, insegnante d’arte. Alla fine, sono partito da qualche posto, e forse in qualche verso di questi quel posto ancora rimane e resiste, tra le mie rovine. Pericò vorrei, oggi, a distanza di quasi 10 anni da queste prime poesie pubblicate (anche se la stesura e la pubblicazione sono state di qualche anno più recente, dopo una lunga gestazione editoriale), ricordare con voi ciò che non ero, che è molto di più, forse, di quello che non sono oggi e di cui mi spavento.
 
 
Grazie, un caro saluto a voi
 
Bux
 
 
poesie tratte da “Disgrafie (poesie 2000-2007)”, con illustrazioni di Lucia Leone e note critiche di Ianus Pravo e Federico Federici; Edizioni Oèdipus (Salerno, 2012).
 
 
 
 
ALLENAMENTI (2004)
 
Era tra i folti boschi
di quegli orribili banchi
-custodi della nostra noia-
che noi giocavamo
a fare un pallone
con cartaccia piena
di mezza equazione
e due penne a sostenere
la mano portiere,
uno contro uno
rete dopo rete
mentre il professore
di quella nostra partita
ci ammoniva
mettendoci alla porta,
quasi fosse lui arbitro
della nostra vita,
e noi i giocatori
stanchi e provati
come vittime di crampi
dall’allenatore sostituiti,
e accolti nei cessi
da fischi e da applausi sommersi
del nostro pubblico bambino,
tutti già schiavi
di uno stesso segnato destino.
 
 
PRESENZA (2005)
 
All’infuori di me, non la mia
casa, minimamente forse
 
oltre le mura scorgo, al di là
del soffitto basso, tracce di te
 
nascosta tra la cute bianca
dell’esterno, o forse solo ricoperta
 
dalla calce per preservarti; e chissà
se queste stanze hanno le stesse forme
 
di chi ti ha vissuto: forse allora
le nascondo, appendendo
 
foto e quadri immobili,
occhi che celano altri occhi.
 
 
UN OPERAIO (2003)
 
La decima ora del sesto giorno del nono mese
la passi come sempre, attivando il maledetto arnese:
ogni mattina prendi/asciuga/imbusta/infila e poi ancora
torna a casa/raccomanda i figli/bacia la moglie/corri in chiesa
la domenica assonnato in coda ad aspettare l’estrema unzione:
quarant’anni d’uomo, venti di fabbrica, tre figli e ad ogni busta paga
il mutuo da pagare e il sabato la Coop e venerdì il parrucchiere;
mille euro di spese per fabbricare cessi , dove siederanno quei culi
ora lì con te a pregare genuflessi -tutti santi- coi portafogli più grassi
che te ne torni così basso a casa, nel profilo silenzioso di tua moglie
che t’accoltella, e coi bambini che hanno fame e tu a spiegargli
che si mangia una volta sola al giorno -altrimenti si va in galera-
e di nuovo ancora domani pronto, a rigettarti su quella piattaforma:
tu -meccanismo perfetto- nell’imperfezione della vita.
 
 
PRIMIZIE (2002)
 
Eri piccola ma parlavi già da grande
i tuoi dodici anni stretti nelle tasche
 
quando volevi giocassi con te
al “malato e l’infermiera”
 
e la tua cura era un bacio sulla schiena.
 
Eri troppo piccola e giocavi già da grande
la tua mano sicura tra le mie mutande
 
ma eri troppo piccola –pensai-
e feci la cosa giusta:
 
tolsi la tua mano, la riconsegnai
all’innocenza;
 
basta, non è tempo per l’amore
avevo quindici anni, ma sapevo prevedere.
 
Oggi di anni ne hai venticinque
ti ho rivista nel buio di una strada
 
offrire il tuo corpo per dieci minuti ad uno straniero
in cambio di pochi euro e qualche Marlboro,
 
non è cambiato poi cosi tanto, nemmeno io
 
mi hai riconosciuto, negandomi il tuo volto
avrai pensato -poteva essere il mio primo uomo-
 
invece fui solo il primo no della tua vita.
 
 
 
TOGLIENDO UN POSTO A TAVOLA (2006)
 
Mio padre non era vero niente
e sapeva lui niente dei giorni
andati passati con il poco cibo
e nera la poca acqua, ma forse
tutto sì che sapeva mio padre
che allora faceva finta di niente
 
anche quando piangevi, madre
tra un coltello ed un cambio
di canale mentre in scena
andava la vita di un attore
 
e pensavi a quell’esistere
poco nelle notti concedendo
al risparmio del fiato i sospiri
nel menù d’ogni giorno a tavola
coi bambini a recitare la fame
 
nella disperazione che mangia tutto
finanche i gomiti affollati sui piatti
o gli sguardi bassi tra i bicchieri rotti
(opachi mezzi vuoti riempiti con nulla)
 
che non si sciupa più il labbro di sete
neanche bevendosi insieme per finta
ma frantuma la goccia sul disonore
di una famiglia uccisa per economia.
 
 
RESTI D’ALTRO OLTRE (2004)
 
 
Della chiusa fronte s’immagina
una mente cresciuta retrocedere
dal mondo che è universo nel dare
suono a quel vuoto che tutto sente,
 
ma manca l’uomo all’uomo, l’irreale
spazio non dato a vedere per essere
punto di non ritorno oltre cammino
passo nel passo d’eterno destinarsi.
 
Dove tutto si ascolta tacendo
-anche l’acqua cantare la notte-
nel mare ospitando le ultime stelle
e sabbia germogliare dall’onda
come fermo il mondo scorrendo
trasparente nel vuoto del respiro;
 
e siamo invisibile richiesta sapendo,
dimenticando d’essere anche un rivelare
silenzioso terreno dell’inascoltato
inumana domanda nel rivolgerci parole:
 
“dì noi ancora, precipizio del tempo
del mietere ricordi utili a dimenticare
il miracolo del mondo e le redini
dei cavalli d’una mente universale,
e lascia vita uccidere i suoi uomini
e parole scorrere invano dagli occhi”;
 
che vanno nell’andare deserto
pensieri bagnati di fonte
straniera nello scorrere
a valle del delta pensiero,
e parole splendenti di sale
cristallizzando un muto mistero.
 
 
LOVELY HORROR MARKET (2006)
 
L’amore sai l’amore
l’ho visto scritto su
da qualche parte certo
su quei cibi in scatola
del supermercato gestito
dai pakistani dietro casa,
sì, c’era proprio scritto sull’etichetta
amore senza conservanti aggiunti
amore biologico senza derivanti
chimici né trattato con allergeni
amore prodotto in uzbekistan
da mani piccole piccolissime
strette su di una morsa gigante
tornio d’amore che gira su di sé
e gira tutto questo in nome dell’amore
perché il rosso è il colore dell’amore
come il rosso delle ferite e dei pomodori
come le labbra gonfie di sete e questa fitta
che ho nel cuore, comprata oggi in ribasso
al reparto ortofrutta, dove non c’era nessuno.
 
 
 
BUIOLUCE (2002)
 
Si muore
di un sonno che è
quel non esserci,
nell’abituarsi alla morte
ad ogni voltura notturna,
quando non c’è sogno
in vita, ma sonnolenza
-che gli occhi marciscono-
nel cercare una luce.
 
 
ARTISTA DI STRADA (2001)
 
Il mio volto di marmo
lo scolpisti tu, col tuo freddo
 
erosione di un’anima spoglia
sradicata dal corpo e lasciata
 
lì sola, ad asciugare.
 
 
L’ETERNO MAI (2001)
 
Non sarai mai più lo stesso
di quell’attimo che fu
prima di adesso;
 
non v’è mai uno stesso riflesso
che abbagli in ugual misura;
 
non esiste un medesimo infinito
che più di un istante dura.
 
 
NERO DENTRO (2002)
 
Posso solo salvarmi
come in lettura
nell’impedimento dello scritto;
perché è falsa partenza un pensiero
che al nulla si destina,
come crudele la scoperta
-arrivando a sé-
che solitudine è tutto
nell’annientarsi in parola.
 
 
ANIMA MINIMALE (2002)
 
Sono solo profilo
della mia ombra
quando tento d’essere
-io- la luce che non riflette
di me, che solo riesco
a circuirmi in sagoma
d’altro oscuro vedere.
 
 
LA GRAVITÀ DI NOVEMBRE (2003)
 
I.
 
Scorre in silenzio
la vita sotto
le foglie del pensiero
ammucchiate, in disparte
bruciate dalla muta stagionale
-sperdute-
dalla ragione degli anni.
 
 
 
INTIMISTO (2005)
 
Come mai il sole.
Perché l’acqua, e le montagne
bianche, e i prati in fiore.
O forse anche il chissà
di un desiderio.
Questo mare che filtra
nel porto, i pesci volanti.
Come mai qui non c’è fine
né un incendio di passato. Soltanto
le catene, la prigione di un perché;
nel purgatorio del divenire negli altri
-sentirli svanire sostando sul niente-
fa l’anima vasto giardino.
 
 
L’ACQUA NON CI VUOLE (2005)
 
L’acqua non ci vuole
nella sua sete ritornando
a scorrere a fatica,
non più acqua ma poltiglia
d’oscuro soffocare
dei pellicani sulla riva
negra come il mare,
nel rame che è riflesso
di pesci dalle bocche
slabbrate e secche,
e nei fondali arrugginiti
morte tutte le specie
non potendo respirare.
L’acqua non ci vuole:
cristallina è la richiesta
che nasconde l’insolubile
gorgoglio di protesta.
 
 
NON UN ARCOIRIS (2006)
 
Non mi fido della luce.
C’è sempre qualche ombra irradiata
poco, che trama nel giorno. Non mi piacciono
i sorrisi luminescenti, né gioisco per l’avanzare
di un arcobaleno; perché è nel buio d’ogni discorso
che appago l’insaziabile desiderio di sapere l’altro
annullandolo nel farlo mio, quando divento anche io
ombra di un pensiero illuminato.
 
 
 
GOCCE DALL’INQUIETUDINE (2004)
 
Come può essere la pioggia
il male che ritorna, come può
andare oltre cielo superando
nella profondità dei campi
le estreme viscere dell’uomo,
e scorrere per i fiumi andando
a formare oceani di volti
con tutte le lacrime bruciate;
non è possibilità di redenzione
e neanche riciclo ma solo la pioggia
lo sputo del cielo sul mondo.
 
 
 
IL SEGRETO DEI FIORI (2004)
 
Quello che non dicono i fiori:
il perseverante ciclo, il perdono
 
della terra che si rinnova, e ci fa sua
quando anche l’uomo è acerbo ancora,
 
e germoglia solo neri baccelli
nati da un seme d’indifferenza.
 
Questo non ci svelano i fiori:
l’eterno rancore, piantato sottoterra.
 
 
LA RADICEMENTIFICAZIONE (2005)
 
Si può vedere nella notte
come il fiume si contorce
e sfuria tra le rapide correnti
del mondano oltre le dighe
d’occidente tra i bastioni
inquinati al rispecchiare
del riflesso basso il livello
come un’onda lo sconforto
marino che gorgoglia
il mero volto delle alghe;
e si sente anche i giunchi
adirarsi tra le turbini fredde,
nei vortici dell’umano disperdere
di quei molteplici scarichi:
riemergono da quelli
tutti i mali dei fondali,
quel risciacquo senza
schiuma o compassione
che l’asciutta baia di città
più non deterge.
 
 
BUSILLIS (2004)
 
E allora lasciamo che il silenzio
sfiori le nostre lingue frettolose,
e che armonia sopraggiunga
tra le dita confuse, e si abbia ragione
di pensare anche il male come
ad un pensiero sublime, lasciato lì solo
a maturare, nell’attesa che un nero seme
possa diventare fiore bianco
sul quale in pace morire, così come il dubbio
d’un pensiero universale attraversi
la mente di quell’uomo sicuro di sapere.
 
 
NEL METAVERSO (2003)
 
La parola è bava cerebrale
-inneggia alla terra- spergiura
contro l’uomo.
Ma non temere la parola, àmala
anche se ti volta
le sue spalle corvine.
Giocaci come con la lucertola
quando da piccolo, tagliandole la coda
la ferivi, senza ucciderla mai.
Così è la parola.
Una morte apparente dell’anima
quando questa non sente
che un fremito sottomano
al partorire d’una scrittura.
E tu ti diverti, operandola
ricoprendola di bruttura.
Ma rimane su di te -cicatrice
indelebile nella memoria-
quella parola che pensi
e che mai scrivi.
 
 
LA NIENTE SCRIVENTE (2000)
 
Non so cosa scrivere.
E allora scrivo niente.
Niente che scrive me.
E non sappiamo chi scrive
cosa legge, chi.
Io scrivo con niente
di cosa, non so.
Chi legge?
La mente o
la niente scrivente?
Distrattamente tace
chi piange e non sente.
 
 
PROVE DALL’OLTREFORSE (2006)
 
Perché finirà, quel poi
incerto destino del quando,
l’ignaro interprete dell’ora,
che chissà come improvvisamente
-durante niente-
finiremo tutti alla deriva
d’un vento come un mai
schiantato sulla fronte,
e per quanto saremo ancora
parto di una domanda
-un qualunque che-
apostrofo del non presente,
soprattutto vivremo nell’assente
o andremo altrimenti
come se nulla fosse,
e troveremo risposte
da quel silenzio che nasce
come un pensiero strozzato
che abusato fuoriesce,
per una lacrima spremuta invano
da un’ipotesi dell’oltre forse.
 
 
PER FERNANDO ANTONIO (2005)
 
Nulla sono, eppur vivo;
seppur nel durante della mia vita
vivo il nulla.
 
Seppure nel nulla del mio durante
muore il vivo,
e tu, con il tuo far breve
di vivere la morte
oltre il nulla sazi, quello che fu
il mio tempo notturno di non vita,
 
verso quell’essere che più non è
sebbene fu, la poesia di qualcun altro
in comun luogo.
 
Io fui, seppur me stesso
in altra forma, qualcuno dentro di me
ancor più vero.
 
E giace fredda la bara di qualcun altro
nel sepolcro ruvido della mia coltre cutanea.
 
Recedere in me, quel che poi non fui:
il non me stesso migliore di me.
 
In memoria di te, lontano.
 
 
 
PAROLE DALL’ALDÌNULLA (2006)
 
 
Perché altri parlino del tuo detto
del dire che si fa d’altri non dicendo,
che dicendo altro il tuo si fa nell’andare silenzio,
e parole s’affannano nel riavvolgere tutto un senso,
ché ogni lingua batte laddove si fa nulla per davvero
e non torna il tutto a tacere come la terra
alla nascita promette, quando ciascun niente
è detto per essere ovunque.
 
 
 
 
UTERO BIANCO (2007)
 
Scrivo parole non mie
poetando per imbroglio;
mio forse è quel foglio
che le sa proteggere
dall’umano sdegno
di un cieco leggere.
 
 
Venne la parola dal gelo a pretendere
corpi da restituire all’inverno del verbo.
 
Così il foglio ricordando il suo volo natale:
accarezza la neve la sua infanzia di vele.
 
Come non stare allora bene con l’irreale;
il sussulto dei segni sciogliersi tra le mani
 
nella sete dei pensieri abbaiando le tempie
gocciolare che incomincia dal vaso, lacrima
 
di piombo bilanciarsi nel vuoto l’ampiezza
quando le voci i nomi, il perché di domani.
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