ALFONSO GUIDA – 3 poesie più qualche altro spunto

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Ancora 3 referti, 3 testamenti, 3 espiazioni di Alfonso Guida, da “Poesie per Tiziana” (pp. 288, Il ponte del sale, 2015). – A cura di Antonio Bux 

È incredibile come in Alfonso la precipitazione lessicale si faccia testamento, respiro sottofondo di una preghiera infinita di assuefazione, mai doma, mai paga di vitalità e di redenzione. E come il racconto si faccia verso ineludibilmente, e così ineludibile spalanchi il chiaro, il rapporto col celeste e con la terra, in un tutt’uno con l’ossessione di essere vivi. Non a caso Alfonso cita il kyrie eleison, l’antica preghiera, come atto di umiltà, attraverso la penitenza dell’essere testimone del proprio lutto quotidiano. La poesia di Alfonso Guida è questa continua litania, questo passaporto sperduto verso la terra di nessuno, io me lo immagino e vedo mentre evoca la sua cantilena come una ipnosi che scioglie i nodi del pensiero e li fa passaggio, per l’oltre positivo, che è negazione del sentirsi soli, ma aperti, al varco dell’aldilà.

*

Perdutamente anguillosa e squillante
Virginia controllava le sue mani
smaltate, di fantesca. Fuori, gli elci
tra i bastoni dei passanti. Sapeva
di luppolo e melissa il suo fiato. Nel
kyrie eleison ci metteva lo scontro
con se stessa. Avrebbe voluto arare
la sua bocca con la punzonatura
dell’orafo. Bestemmie sassose nel
momento in cui pregava. Presto scese in
giardino. Scoprì dietro le aiuole una
cateratta insalinata, scardata.
“Da questa fogna prende avvio lo Jonio”, si
disse e cominciò a scavare nel bruno
terriccio lì accanto per vedere se
quel suo presentimento fosse vero.

*

Giardiniere di una mente incallita
contro l’impraticabile gesto dei
neurolettici. Pavento che il mondo
sia vivanda giocondamente astratta.
Pasta all’uovo, platessa, patate, ora
che linde disamine non tratteggiano
che la morte, il soffione di una morte
sprezzante, rinascimentale. Cara
Tiziana, quando mi vedi tornare
nel vecchio manicomio impara che Dio
sconsidera la fruttificazione
del giorno luminoso, procrea odori
di fiamma e sandalo. E mi preparo allo
schieramento di un ricovero fatto
di varchi e docce, lavacri e vapori.
Questo collettame selettivo, la
paura del mondo, la paura dell’essere
stato e del racconto che comincia
col sintagma “io sono”. Esiste davvero
l’occultamento del restauratore
mentale o la mente è solo prurigine,
dubbiosa palesità di un dolore
per lo più incercabile, inestirpato
quanto l’arborescenza secolare
di Francesco, reggitore aromatico
del vuoto divino, dell’amore che
finisce, infinito, sotto l’inverno
del mio borgo dove a tentoni scovo
la maturazione zelantemente
fresca e precipitante delle prime
zagarelle, a Torremozza, una notte.

*

Stratifichiamo nitidamente la
luce azzurra, obbligata. Torremozza
s’addormenta. Resto solo, argino la
messinscena, lo smaglio intraducibile,
l’alleanza connaturata all’arengo
trabalzante, univoco. Dire: questo
nome lascia in Dio la sua verità.
Occorre scansarci dal dolore se
per vendetta rabbonisci la tua ombra.
Fa così la belva con la sua vittima.

(rif. pp-207-208)

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