ANTONIO BUX – Anticipazioni da “Naturario” (inedito, 2016)

beato angelico giudizio universale 1431 ca. particolare

Per il mio blog anticipo due sottosezioni facenti parte del mio corposo libro (di 400 pagine circa) “Naturario”, che verrà pubblicato a fine anno per le Di Felice Edizioni di Martinsicuro (Teramo) nella collana “Il gabbiere”, che ha già ospitato un mio vecchio libro (Turritopsis). Le sottosezioni si intitolano “Meltemi” e “Per i Dioscuri”. Buona lettura. Grazie, Bux 

 

 

 

MELTEMI
 
1.
 
Oh la mia anima senza corpo
come lo scheletro di Teseo
dritto sull’acqua
 
vede di sé il non futuro
la non Storia e le anime morte
tra i microbi e gli acquitrini
 
 
2.
 
Anacreonte il tuo vino mesce
il sangue dei popoli
versate le coppe assiderate
 
torni vento ed escremento
ma mai fu perversione
baciare la tua melma
 
 
3.
 
Per due tre monete o per i
raggi milionari di Tebe
che il buio rifluisce
 
e le città sono tutte
vuote e della menzogna
come solo di Edipo
4.
 
Efesto margine, Vento
di chi sei il vuoto
del fuoco o della giustizia
 
per la mano di dio invano
o per la lava dissanguata
tu cresci vulcano
 
 
5.
 
Colomba cieca, Mercurio
Donna che voli
sulle cosce dei disabili
 
non guardare noi come figli
non vedi che siamo vuoti
d’esistere e di proseguire
 
 
6.
 
Parmenide, tu che divori
la sesta, lentissima nuvola,
fai che il suolo tremi
 
e dinanzi la città sfinita
il terzo occhio, fai che
ci ignori
 
7.
 
Arianna, col filo Parco
tu danneggi la vita
come al nono mese
 
dal tuo grembo solo puoi
il mostro, e dei sensi
l’opposto gamete
 
 
8.
 
La tua grazia è come il fiore
infuocato, Filomela, per il sole
cieco, come un uccello
 
voli sul mio cranio, e sul mondo
dai crani svuotati, d’amore
e di semine
 
 
9.
 
Onda, che del riverbero
curi l’infrangere, come me
sei onda irreale, tu sei L’Ulisse
che gioca al nascere, e al profondo
togli e muori, e nasci tra le perle
attonite, e tra i pori di un’Atlantide
che si sa sola; Onda, tu che temi
l’uomo e ami il mare del suicidio,
tu sei l’onda di Platone, l’onda
mediterranea, tu sei la cicatrice
di Dio, Onda dove ogni cosa
è il tempo, tu sei il riposo
di Omero, lo spettro di Otranto
da dove Dioniso si affaccia,
e come dal mare tu non ci sei
ma tu vieni a noi per invadere
 
Per forze congiunte, energie
d’Ulisse che non si è
mai come lui mare e profondo
 
cielo di sangue e ferite, mai
si è sulla nave o sul Metaponto
sua battaglia spaziale
 
 
10.
 
Corri al mio fianco, Meltemi
che tu sia Marocco, mio fiordo
e come uno schiavo io possa
 
arrivare, e alla grande Stagione
dei fermi, e trovare in Algeri
sia Itaca che la Morte
 
 
PER I DIOSCURI
(Metafisica mediterranea)
 
1.
 
Pegaso, mi hai dato la forza
dei senza ali.
 
Le tue tu le hai usate
per scrivermi,
 
per vivere migliaia
di serpenti.
 
I serpenti deliziosi,
con le narici chiuse
 
al sonnifero del foglio,
ecco i tuoi anni.
 
Ma tu dormi da generazioni,
il volo del tuo ricordo
 
ritornerà a giorni,
per i giorni dell’Anaconda
 
allora vedi
le sgroppate magiche
 
non serviranno,
 
raggiungeremo Efebi
tristi
2.
 
Visto che siamo in ipotesi mortale
il nostro mondo crede dopo
il miracolo, e questo è dio;
ma se è solo terra a dirsi, solitudine
e terremoto, Gesù padre e madre
a chi hai dato la forza di nascondere
la telecamera umana dentro la stanza
del demone, se io ti apro la porta sovrana
vedi come noi scimmie
impazziamo per fede, vedi noi come
saltiamo tra le impronte, e tu regali
la tua vendetta
Cristo parabolico, con le tue dita
l’abbiamo comprata, la vendetta per alimentare
il veto di Satana, se nel fantoccio canonizzato
io ti vedo piangere farfalle, io ti dimentico
maestro nel volo, io sono tuo
come del male, io sono le scimmie
e tra i cancelli il tuo Purgatorio
 
 
3.
 
Narciso, tu sei una polvere immobile
sul segreto
 
e tu non sei povero
perché solo cenere tu non sei
 
l’anagramma dell’esperienza
Dio lo sa, perciò ti suona
 
ignorando il tuo silenzio tu lo sai
che quello suo è il tuo canto
 
 
4.
 
Che sia una la notte
e del cielo, che sia una
la promessa, e della
vita. E che sia sola,
e sia una, e che sia
solitaria e apparente.
Perché l’inganno
è crederla, ed è
certezza misteriosa
oh sì, la notte è sola
ed è una, in noi fuori
di noi la notte è dio,
e dio, fuori di noi
è la notte, e noi
fuori di dio, siamo
ancora, la sua attesa
 
 
5.
 
Oh, cielo reale della pagina
nuvola dove tutto precipita
io sono il tuo dio, ti faccio piovere
e poi diventare sole
mentre io mi leggo solo
e ti faccio crescere un albero
mentre ti uccido, tu sei la vittima
ed io il poeta, sono il tuo dio
 
pagina bianca, tu sei la madonna
senza utero, l’altissima
regina del mio cazzo, pagina
bella che cancelli la volontà
tu sei la dea e l’inferno, tu sei
l’immagine che prostituisco.
 
Pagina condanna, pagina di vita
che corri lungo il filo e poi ti spezzi
nella vita, tu sei la luce
del demonio in croce ed io, io sono
Icaro e Cristo, io sono il fiume
in cui anneghi Caronte
 
 
6.
 
Dicono prendi, Achille, passa l’acqua
sotto i pianeti, e nell’affare sii alieno,
e sogna i tuoi fratelli, avari, cosmici
e poi rifiutati, verso la madre, e giungi
rotto, a materia, dipanando, le vie tue
e della morte. Ferroso, così è il segno,
o il pegno intero, consegnata la scure
il tuo cuoio, come un pensiero, fisso,
brucerà l’ostacolo, il rischio, tatuatoti
addosso. Calcola i minerali, li perderai
 
 
 
 
7.
 
Oh Xenios, che a Glauco
hai tolto la ragione, tu
che rimetti l’uomo nuovo,
e dici lui d’esser Paride
e figlio, a noi prometti
regali d’addio, pur dandoci
l’uovo sonoro, e l’oro d’ogni
ascia sognata. Poiché Diomede
comanda la carne, poiché proteggi
e ricevi quel dono, tu ci divori
al nostro destino
 
Tu che ti lasci alle Parche
e vivi al potere della morte
non sai che la lucciola ti toglie
e ti dona, senza lucciola
la padronanza, e poi la fine
come una luce che perdona
fino alle tempie e dopo le tante
notti d’ogni occidente
la tua sola lucciola innocente
è morire, come del mediterraneo
la fiaccola immaginaria e il sonno
lasciato debole ai fuochi
per tutti gli angeli e per la veglia
 
 
8.
 
E penso a questa tua morte, Ulisse
che mi ripete la solitudine, la fortuna
di essere soli, come diversi
da se stessi pur abitandone
il primo luogo; e penso che ci sia
una fortuna, a te uguale, che nella compagnia
poi ci ritrova, come da un viaggio
da poco finito, come un paesaggio
sbagliato a memoria; nessun dovere
è più bello, del testimoniarsi
soli, nella vastità sincera, e senza
più questa, ancora condursi
eternamente
 
9.
 
Ascolta, Lucrezio, l’occhio orizzontale
da dietro ti mira
con le tue parole sbagliate
per altri angeli suggeritori
ora, come te, sbirciano i fiori
e le fruste alla radice
 
o il futuro negli ostacoli, che degli ostacoli
regge il timone, a scrivere
con la mano la pietra cieca e condurre
popoli ai sottomarini, chi
per loro è mare ha la spada e la pace
 
di tutti gli uomini alcuni poeti
marciranno i piedi, senza più andare
ma sostando sull’orologio di carta
dell’unica, della protettrice
ala cadente. Chi sa che i poeti osservano
 
quest’esercizio dormendo
il solo sogno che è dato, e il rumore
di tutto ciò riappare, chi sa
questo è lo stesso tradire, e d’aria
parallela continua, come le città
sotto le travi dove i vermi e la vita
vedono scindere
 
 
10.
 
La mia terra è solo mia
quando la guardo
diventare deserto e spegnere
ogni lanterna del suo ultimo uomo
la mia terra piange con questo
l’eterno ora in fuga.
E così la mia terra è solo mia
quando la guardo scroccare i millesimi
del tempo di Creta, la mia terra è di tutti
quelli che non sono miei
la mia terra è delle donne di Tiro
e dei cani del sogno la mia terra
è i barboni ed è la vita
e la mia vita è eterna come è bianca
la terra invisibile, come io sono un pezzente
daltonico quanto tocco la mano
di Moira, la sua mano
accanto al mio arco è la sua mano
a ferirmi di giorno
 
 
 
11.
 
Oh, vita sporca, tu sei l’etimo
della forca di Nettuno,
 
tu sei il mare a lutto
della vita perdutamente.
 
Gli Icari della parola perdono
al tavolo umano la sfida, ma il pane
dell’abbandono, per quali denti,
per quali ossuti bianchi
 
fiori viene disperso? Il tuo Dio
è soffrire, e sentire spegnersi
dentro di te ogni pretesa, per il chiodo
fisso del cuore, per questa vita
 
resa al fuoco e alla carne
resuscitando
 
 
12.
 
Che sia l’ombra una sera
dell’uccello, del suo
volo votivo, nell’immagine
più nera, di noi esseri
come loro, attraverso le porte
o sia solo una danza
frantumarsi di vita, al volo
d’ombra nell’uccello, così
simile alla vita, così una danza
di esseri neri e di sere dove
gli uccelli cadono su Atene
 
 
13.
 
Devo dire a Temi di non tornare
devo dire a Prometeo di lasciarmi fare
la mia vita è solo un filtro debole
ed è per una luce che non vedo
è per lei che mi sento dentro, la mia vita
devo dirle di stare attenta, alla mia
vita devo dire di sognare e ancora
senza lasciarmi fare, senza insegnarmi
nulla, alla mia vita devo il sogno
dove ritrovo Ecate
 
 
14.
 
La pietra secolare nella grotta
del mio assassino è la stessa
che smosse Abramo
per sopire la terra
 
e in quella pietra il ricordo della vita
ciò che dissanguiamo tra miracoli
e giustizia, è per il testimone
ultimo, quando avvelenando
 
i discepoli di carta, sapremo
indicare, ed erigere, un cimitero
senza pietre ma con occhi
martiri sopra le lapidi
 
lanceremo il Gatto cieco
in quella grotta, se da sveglio
nessuno spezzerà
il proprio dito alla sua fede
 
 
15.
 
(per i Dioscuri)
 
a Leopoldo María Panero
 
“A Creta un greco mi disse che quando qualcuno si toglie
la vita di suo pugno
Dioniso canta l’oscurità, nella sua grotta canta
e l’eco di Cibele dona senso al suo canto
perché essere due è tutto, come fu per Attide”
 
(Leopoldo María Panero – da “Dioscuros”, 1982;
versione italiana di Antonio Bux)
 
 
L’inferno tuo di scioglierti
per la pietà, il tuo stesso
corpo che si fa dio, luce
per chi non vive, e in chi
se non il cieco vivere,
ogni deità duale, ogni dio
uguale a chi muore
 
Da qualche parte sei tu la sera
e muti in Hera sia le sue fauci
umane che i suoi vampiri;
vedi, il loro sangue
spontaneo luccica dai fiori
diurni, e per le cancrene dei diavoli
senti, odorano di primavere
e così le ossa del tuo pensiero,
fratello, tu di Giove sei la sera
e della stella mutata, tu
e il plenilunio la tua vita, i lupi interni
ne fanno la mente, perché il sogno
di svegliarsi è per chi non dorme,
e noi siamo della smania lunare,
noi che della stirpe di Atlante
sogniamo la stiva crescere
sempre a notte e per fortuna
di fame, dall’ultima stella
non più le parole nostre su lapidi,
non più le mani sui fiori ma per la vita
Eritrea mutati a resistere. Perciò
fratello mio, arrenditi alla galera,
e dì a tutti i tuoi amici che ami
solo Caino, perché tu come loro
fai del tuo piccolo amore
mortale Pentesilea, bacio pietrificato
allo specchio, fratello, devi dirlo,
vizio di noi, amare metà d’ogni cosa,
questo il vizio capitale, il solo vizio
di cui morì Platone, nel risvegliarsi
per i dioscuri
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