DARIO BELLEZZA – 5 POESIE DA “L’AVVERSARIO” (1994)

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PRIMA DELLA GUERRA DEL GOLFO
 
 
Sul mio petto colpevole e oscuro
nei suoi battiti sepolti, o Arabia
non mettere una stella di Davide:
riscattami, leggero, inerte; salvami
dal tuo nemico giurato, Israel,
a te uguale nel culto del Dio
Assoluto;
 
Hai ragione, o Arabia, nel cacciarmi
lunatico aedo che insegue i tuoi figli
circoncisi e beati nel sorriso:
luogo di festa e di mare nei denti.
Sarò perseguitato – è l’unica
fine che merito, dice una vocina
querula e stonata: la Persecuzione
le poesie, mie, di tutti, non fermano
la Guerra, le Guerre totali – a presto
Signori! a presto, basta aspettare,
e nel cassetto ecco le poesie mai stampate;
tutte al rogo, o nel camino che brucia
un bicchiere davanti, è finita!
 
 
Eccoli lì che dormono i versi
in panca sbilenca comprata a Porta
Portese, prima della terminale
salubre idiota scalata di una carriera
suicida.
Forse andrò in mano ai delatori
e pagherà in contanti la collera
divina. Ma esiste questa collera
o il suo sinistro Avversario?
 
 
O Mohamed profeta
abbi pietà del Mondo
che vuole morire per Forza Atomica!
 
 
Le Coca-Cola faranno il resto:
il restante resto dei resti nel deserto
antico dei pozzi isterici di Petrol –
 
 
L’ amore sarà perturbata tensione
in lattine vuote. così
vedo languire tutti intorno a me.
 
 
Abbasso le energie pesanti e leggere
viva la candela, il lume di cera –
Mostravano belli i volti incorrotti
al Seme spietato della Corruzione.
 
 
 
ROMA 1989
 
E’ avventizio il mio essere reale.
Sleale è insistere su chi sono io.
Il punto di partenza è scontato –
l’arrivo è certo nello stato
attuale: morte come sostanza
o strato finale di un cuore malato.
 
Oh, vorrei rinascere, ritornare indietro
ma non posso. Troppo ho peccato
di peccati non miei, attribuiti
a posteri, mancati inganni.
Cerco amori nuovi, violente sere.
Perdono chiedo a chi non amai.
Forse verrò domani ad un prato
verde, – e non sarò più solo.
 
 
 
*
 
 
Il sonno è una piccola morte
richiede commossa pazienza –
attenderlo è sperare
in una resurrezione antica:
 
io aspetto la morte
per dormire poche ore
nel caldo di un letto
intrecciato ad un corpo
infelice e sterile, il mio:
non siamo eterni
e questo cadavere intrigante
presto supereremo.
 
 
 
*
 
 
La vedo tutta lì la sorte mia:
unico interesse di giornate
smarrire ormai è dietro di me,
e tanta avanti ne avrei potuto
avere, con dedizione e calma
al quotidiano scorrere del tempo.
Ignoro perché Qualcuno abbia
deciso il contrario!
Poveri, pochi anni
sono rimasti, gelidi, limitati;
li dubito e li annuso sperando
di moltiplicarli e cedo deluso
al rimpianto calunnioso – non so
più poetare, lo so, l’idea lucente
del nulla stasera non aggiunge
allegra compagnia. Oh come è finita
la speranza! Dio non punirci
ancora se siamo vivi.
 
 
 
L’AVVERSARIO
 
Non furono immagini, raggianti e regali
immagini del reale salutare il mio forte:
il forte di ogni ora rimescolata, nella
siesta o controra della brame assolute.
E trascorsi i secoli in ghingheri
trasecolammo con scheletri tardivi di Musa
antiquata lungo le cime dei monti Tiburtini
invano cercati da mani infantili.
Non cercammo i cuori lacerati e indecisi
né il lieto sapore dei muscoli d’Acciaio.
 
Si, immagini, rumori: mai il mio forte,
il vero forte, o panforte della poesia.
Truccata idea dai sensi inquieti
o calpestati singhiozzi nel letto
ospite e ospitale, orinale mentre tendo
l’orecchio alla salita delle scale,
le mani collegiali chiuse e derise
dentro la palma umida, liquida,
vivendo al capestro le sensazioni virginali.
Stanze illuminate, poi. Garbate
ingiurie del vino, ma il giorno è
passato ormai, orfano innamorato
agitandomi in piedi, in ansia: apro
la finestra nel freddo lunare
spio la mortalità terrestre e serale:
tombale silenzio, e noia, noia
calamità naturale del poco amarsi
nel riaccendere la luce
perché svaniscano gli incerti fantasmi della notte.

 

 

 

 

Dario Bellezza, 5 poesie da “L’avversario” (Mondadori, 1994)

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