SIMON ARMITAGE – 3 POESIE

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NOVEMBRE
 
A piedi verso la casa di riposo dall’auto parcheggiata male
a tua nonna occorrono quattro brevi passi per due dei nostri.
L’abbiamo portata qui a morire e lo sappiamo.
 
Controlli asciugamani, sapone e i ninnoli di famiglia,
le tagli le unghie, le rimbocchi le coperte ruvide
e lei affonda nella sua incontinenza.
 
È ora John. Nei loro smorti sorrisi esangui,
nei loro seni cadenti, i cervelli frastornati, le loro calvizie
e anche in noi John: siamo quasi mostri come questi.
 
Sei a pezzi. Mi dai le chiavi e guido
attraverso il crepuscolo, oltre la famosa stazione
verso casa tua, per stordirci di alcol.
 
Dentro, avvertiamo il terrore dell’imbrunire che avanza.
Fuori, osserviamo la sera che cede di nuovo,
e lasciamo che accada. Non riusciamo ad aprire bocca.
 
Ci sono volte in cui il sole brilla e ci sentiamo vivi.
È una delle cosa che dobbiamo tirare fuori, John, da questa vita.
 
 
BIANCO NATALE
 
E lo è, una volta tanto, un bianco Natale,
ma così bianco che le strade sono impraticabili,
e mia moglie è rimasta bloccata per la neve
in una città non toccata da trattori o spazzaneve.
A letto, sveglia, da sola. Mi chiama
 
e ci scambiamo i regali alò telefono.
Per me un orologio, proprio quello
che avrei scelto. Per lei una canzone,
quella che fa Here come the hills of time
resta quieta nella sua copertina
 
nessuno la canta, la scarta. Ma di sotto il cane
sbuffa, rosicchia, latra
e allora lo porto fuori sulla neve limpida
lungo il sentiero del canale sino alla rimessa delle barche
il passo regolare siamo dai miei
 
c’è mia madre, Marie Curie che in cucina
sta scoprendo il radio, c’è mio padre, Fred Flintstone
e un’ospite che emerge dal passato sul volto un’espressione
che dice, menti, ragazzo, e mi faccio una collana con i tuoi denti,
gli orecchini con le palle degli occhi,
 
e colazione con le stronzate che dici,
poi la mia nipotina di due anni, è Gesù bambino,
passa tra noi con il frutto della terra
e la luce del mondo – Christingle – un’arancia rossa
infilzata con una candela accesa.
 
Mangiamo ma il cane questua alla tavola
beve dal cesso, canta in cantina.
Solo Gesù bambino mi accompagna di sotto
con un osso per vederlo, nutrirlo.
Più tardi, quando sono sul punto di andare via
 
mio padre mi vuole dare una stretta di mano
ma ho le braccia pesanti, fatte di vile metallo,
e il cane mi vuole trascinare lungo la strada buia,
di nuovo verso una casa vuota. Passa un’auto
con dentro mia sorella
 
e per augurarmi la buona notte
solleva un braccio del Cristo in fasce che dorme,
ma io giro il polso per vedere l’ora. Lì per lì
sono il tizio della barzelletta, il tizio che in un mondo di amici
con tutti gli orologi fermi,
 
sta sincronizzando il suo.
 
 
IL MIO PEZZO FORTE
 
Il mio pezzo forte:
l’accendo, poi, dal momento in cui il fiammifero
dichiara la luce, sino a quando la luminosità si muove
oltre i propri mezzi e muore, io racconto la storia della mia vita –
 
date e luoghi, le torce che ho portato,
diversi nomi e volti, chi
mi ha dato amore, chi ci è andato vicino,
i cambiamenti fatti, le lezioni che ho imparato –
 
poi trovo ancora il tempo di esitare e arrossire
prima di essere morso dalla fiamma, e bruciato.
 
Un consiglio, a chiunque culli in sé
un’oncia di tristezza, a chiunque sia solo:
non provate a farlo voi stessi; è pericolo,
follia.
 
 
Simon Armitage (Huddersfield, 1963), da Poesie (Mondadori, 2001), trad. di L. Guernieri 
fonte: ipoetisonovivi.com 
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