SIMONA DE SALVO – 5 POESIE DA “LA CAMICERIA BRILLANTE DEI MIEI ANNI” (COLLANA “SOTTOTRACCIA”, DIRETTA DA ANTONIO BUX, MARCO SAYA EDIZIONI, MILANO 2016)

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A fine Maggio 2016, è stata pubblicata la terza uscita per la collana “Sottotraccia”, che dirigo per le Marco Saya Edizioni di Milano. Dopo “Nel rovescio del perdono” di Bruno Lugano, e “Capelvenere” di Andrea Gruccia, è il turno di Simona De Salvo, con “La camiceria brillante dei miei anni”. Il libro consta di 74 pagine ed ha un costo di 10 euro. Per maggiori dettagli, fare riferimento al sito dell’editore, grazie! Un caro saluto,
 
Bux
 
 
 
***
 
Il sole, dalla finestra dell’Hotel Hannover
genera una linea d’ombra sotto il marmo
del davanzale.
È di nuovo estate.
Alla tivù, un documentario sul doppio omicidio di
Chris Benoit, in Georgia.
Trovato impiccato nella palestra di casa; la moglie Nancy
e il figlio, strangolati.
L’universo semiotico si dilata nel sole concavo
dell’Hannover,
entra l’odore di mare, pulito e forte
ed entrano altre narrazioni.
Fuori, Riccione sdraiata sulle tegole scure,
dentro, la vita aperta in due
come un fiore tropicale.
Nella stanza dell’albergo, i tuoi destini
giacciono accatastati: sono una camicia, un grembiule
un contratto di tre mesi
al Marinelli.
Quella sorta di dolore pungente
dell’essere senza vie di fuga.
Dell’essere cresciuti troppo in fretta.
Tra poco, il sole si abbasserà sul piatto
d’oro pomeridiano
e tu uscirai, attraversando le file di palme
e ci saranno bar aperti.
Il vento adriatico soffierà sulle carrozzine.
Ti sposterà i capelli.
Sentirai la polarità continua tra vita e morte.
 
 
 
***
 
Quanto ho odiato il mio corpo.
Sulle poltrone rosse del Filodrammatici, di notte
avvinghiato al tuo, che aspettava
amore.
Per la stessa ipotesi della Middlebrook, scarnificata dal padre,
per la stessa pesantezza morale.
Carta assorbente io, lei giornale
di moda americano.
Quanto ho odiato il mio corpo
di vene azzurre
sull’azzurro del cielo. Gli occhiali neri appoggiati al nero
dell’esistenza.
A prescindere dal corpo non mi è dato sapere
a prescindere dalla sua rovina non mi è dato,
se l’anima esiste oppure
questa sala da biliardo illuminata
è la mia faccia
o un porto sconfinato di luci, un mazzo di chiavi
da bar, o una gabbia eterna.
 
 
 
***
 
Eravamo sotto i portici una mattina: tu, tornato da
Remscheid guardavi
le nuvole italiane, io cantavo con un bicchiere
in mano una canzone, forse una poesia
di Ryzhy che parlava
delle sciocchezze del mondo
e mi vergognai di aver pensato
anche solo per un minuto
a te
 
come si pensa a un padre, e che mi avresti salvata
io, Atena
con la sigaretta rotta, il vestito blu
il cappotto vecchio con in tasca
le bucce di mandarino
mentre scoppiava il sole
sopra un tessuto di neve
mi vergognai
e smisi di cantare.
 
Le statue dei cavalli ridevano, allora
alzate in piedi
sulla folla
di margherite.
Una vita di carta stagnola è quello
che ti posso offrire, mi dicesti
Me la prendo
ti risposi.
E scartai una caramella.
 
 
 
***
 
L’altra notte, davanti alla camiceria
brillante dei miei anni
ti sei messo in ginocchio e mi hai preso
le mani.
Dentro di me c’erano Giddens, Bauman il pensiero
sociologico, c’era
mio padre pieno debiti
pieno di alcol
i centrotavola e la casa ipotecata
c’erano i gerani che avrei voluto e gli anni persi
quelli di cui ti avevo parlato
quelli di cui non ti avevo parlato
e in fondo a tutto c’ero io
in piedi, di fronte a una vetrina
incoronata dalle luminarie come Venere
dalla luna
E c’era il Politeama, alle nostre spalle
la dolcezza di essere viva
[e la bellezza fottuta di essere viva]
e l’immensità del cosmo, infine, appena dopo l’elettrauto
l’iperspazio.
 
Così quando l’altra notte, davanti alla camiceria
brillantissima
dei miei anni
ti sei messo in ginocchio e mi hai preso le mani, io
ho pensato
per un istante ad Anne.
Nella grande casa stesa sul prato
di trifoglio, che faceva
domande inutili a Dio e
alle stelle.
 
 
 
***
 
Ero seduta nella tua cucina, quella sera
tu eri seduto dentro di me, sul trono materiale
io ero seduta dentro di te, sul trono metafisico.
Ascoltavamo i vicini cantare
sdraiati in veranda, sul loro dondolo materiale
mentre la luna camminava
intorno alla stanza
con la sua forza metafisica.
C’era un western in televisione e
sul pavimento le bollette e sul fornello
il cielo e nel cielo
un’assoluta mancanza di risposte.
Ed era così naturale.
Intorno a noi, i libri della Švarc di Adrienne Rich
e i resti della cena.
Tutto il cosmo materiale era lì davanti.
Ed io pensavo all’amore.
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