ANTEPRIMA EDITORIALE: 10 POESIE DA “KEVLAR” (SEF EDIZIONI, FIRENZE 2016)

Kevlar Cover
È uscita, in questi giorni, la mia raccolta, vincitrice dell’edizione 2014 del premio “Alinari”. Il libro si intitola “Kevlar”, ed è stato pubblicato per la Società Editrice Fiorentina (Sef Edizioni) nella collana “Ungarettiana”, diretta da Paolo Valesio e Alessandro Polcri. Il libro è un viaggio poetico che parte dalla mia terra, La Capitanata, fino ad arrivare in Catalogna, mia seconda terra adottiva. La raccolta è infatti divisa in due sezioni, “Capitanata e altre poesie” e “L’oppio di Barna”. Le poesie hanno una peculiarità binaria, già da me usata molto spesso, dove ogni componimento contiene una “poesia nella poesia” rimpallando, tra margine destro e sinistro, una poesia in corsivo e una in tondo, come a creare un vortice poetico. Il libro, infine, include due belle note critiche da parte degli autori spagnoli  Vicenç Llorca i Berrocal e Martín López-Vega.
 
In anteprima, per il mio blog, alcune poesie dal libro più uno stralcio delle due note critiche e la copertina  (immagine  di Andrea Gruccia).
 
Grazie a tutti per il passaggio, un caro saluto
 
Bux
 

[…]Vi è, in tutta la buona poesia, un intreccio di radici e di
lontananza, di presente e di assenza, di passato perduto
e di futuro ancora vuoto che rendono la poesia stessa
una rara potenza. La poesia di Antonio Bux si immerge
in questo paradosso offrendo al lettore una creatività
generosa di immagini, temi, sensazioni, dialoghi… Una
fortunata alchimia che si innerva attraverso un gioco binario,
e che intensifica la conoscenza del reale tramite
l’intuizione artistica. Perché ciò che vibra in Kevlar è la
radice e il viaggio. La radice si incontra nella prima parte,
Capitanata e altre poesie, e fa riferimento alla terra
natale del poeta: Foggia. Il viaggio si evidenzia invece
nella seconda parte, L’oppio di Barna, dove il poeta traspone
in letteratura il proprio soggiorno a Barcellona,
avvenuto tra il 2007 e il 2013. Il risultato è brillante:
dalla coscienza dell’origine e dell’identità rurale figlia del
“tacco dello stivale” italiano, alla realtà cosmopolita di
una città come Barcellona, il poeta porta al mondo il
messaggio di tutto il sud dell’Europa.[…]
 
dalla prefazione di Vicencç Llorca i Berrocal
 
[…]In Kevlar, Antonio Bux dimostra definitivamente
di essere un creatore nel senso più ampio della parola.
Bux crea dapprima uno spazio nuovo, che non esisteva,
per poi sovrapporlo a una città reale, come in quei
libri turistici dove mediante la carta velina disegnata si
può vedere come erano fatti i monumenti dei quali ora
non restano che rovine. La poesia di Bux aggiunge così
una dimensione alla realtà che in questo caso non è ricostruzione,
bensì ricreazione. Non riporta al passato,
né promette un futuro, ma apre la mente a una nuova
prospettiva, a un nuovo spazio del pensiero. Pochi poeti
ottengono questo. Bux, per farlo, dà un nuovo nome
al bambù. Niente è ciò che sembra nel mondo creato
dal poeta e, tuttavia, attraverso il poeta stesso, tutto è
più di quel che sembra, rispetto a come poteva apparire
a prima vista. Profondo verso l’esterno, vertiginoso al
suo interno, il lettore ha tra le mani un libro di poesia
singolare, rivelatore, capace di cambiare la prospettiva su
come guardare il mondo. Una cosa è certa: uscendo da
queste pagine il lettore non sarà più lo stesso.[…]
 
dalla postfazione di Martín López-Vega
 
dalla prima sezione “Capitanata e altre poesie”
 
Ricordo centrale
(Marina di Lesina)
 
Nella tua ombra passa la mano
il bambino. Passa la mano
come un adulto finito. Ma la tua
ombra vive il miracolo, se sei
tu bambino a rompere il giorno
come ogni volta se torni a scalare
la tua infanzia o se è vecchio perdono
un crescere cieco distrugge noi vivi.
 
 
Presso un lido qualunque
lì sulla spiaggia distrutta
Marina di Lesina pareva
una nube. I tuoi occhi
erano la spiaggia.
Nella spiaggia vi erano
persone distanti e bambini
giocavano sul molo aspettando
il ritorno in superficie
della biscia. La biscia erano
i tuoi capelli. Così i tuoi capelli
nel lago di Lesina, sulla spiaggia
arsa di bimbi e di magie nei voli
di aironi stanchi. E le mie gambe
sottili anguille, e le braccia ranocchie.
Eravamo piccini, diventati granelli.
Poi ti ho vista rinascere battigia
adulta nel boschetto anni dopo
quercia a metà d’un polmone di vento.
Eri diventata dell’aria, di tutto il silenzio.
E io tornato a quel lido, spiaggia qualunque.
 
 
Vico del Gargano
 
Noi che disabitiamo i paesi,
ignoriamo la stirpe del borgo
una volta valicati, l’intralcio
salatissimo. La sottospecie vivente
mai umana, è l’avviso: i muri sintetici
il nostro sonoro, di branchi e di grigi
ascoltati all’unisono. Non è un’eco
sostenibile. In paesi come Vico,
dove il bianco è del sole, nasce ogni ora
una luce palindroma. E nessuno più è vivo.
Qualcosa d’aldilà respinge. Ma la cinta
antica dei morti, costringe a restarci.
 
 
Uno sparo ha cambiato la corrente.
Non è stato il bosco ma il silenzio
scordato dei passi. Così il ranocchio
ha sentito l’aria girare, ed è impazzito.
E così tutti, insieme pazzi: la formica
più piccola della cava e il fagiano
cacciato dal lago e dall’ultimo cielo
e il pipistrello squilibrato nelle onde
e poi la volpe e poi il bradipo e poi
il serpente rimasto alle squame. Ma
una profondità di campo non fa l’aria,
solo giova alla rosa, imputridendo.
Eppure, nato il verme, comincia
la raccolta. Nato il verme è la pace.
Ma uno sparo sconfigge l’aria e la rosa
col verme impazzisce dal botto. Però
ora la sera non spara. Ora è severo divieto
sparare. A meno che da un rumore
invisibile nasca un nuovo cecchino.
Forse l’uomo, sbagliando bersaglio.
 
 
Ipotesi Alaska
 
Aprire scatole fredde, aprirle
fino al cuore
più freddo del pensiero,
perché il pensiero
è freddo senza cuore,
o destino in scatola
se è amore: lascia che diventi
grosso buco,
nido siberiano in panne;
lascia che sia gioco:
vedrai, potrai spiarvi dentro
il freddo universale
rimasto a secco di parole,
il freddo intatto, il freddo
sfatto dell’anima diagonale,
o l’anima nera del freddo
animale contro l’uomo,
chiuso in gabbia, solo contro
il suo universo. Apri
la scatola calda dell’uomo
sui vapori miti, su dai aprila
la scatola umana ai limiti
dell’esistenza. Apri
e chiudi la scatola, vedrai
soli magici, vedrai
su di te aprirsi, chiudersi
le tue scatole silenziose.
 
 
Inverno meridionale. Ipotizzo
Alaska di sguardi, fare lacci
con gli assi terrestri. Ma vorrei
con un colpo di tosse calmare
le nevi. Come chi esce, assurdo
dentro, e gela polmoni semantici.
Meglio, piuttosto, farsi un brodo
di calunnie. Gennaio è un morso
di mela sguincio, un insetto secco
dal volo denigrato. Vede solo
un freddo alla volta. Non come me
che raccolgo ghiacci turistici
e qualche mento di legno. Costruirò
un pinocchio equo solidale.
Per bruciare lo stesso.
 
 
Dialoghi con Rio
(prima parte)
 
Vedi, Rio, il peschereccio
è sdraiato sul mare. In bilico,
con la fune a torcicollo. Siamo
chiusi come quello. Dalla luce
dell’acqua filtra una murena
muovendosi fa venire fitte
alla visione. C’è odore
di cancrena, arriva dal rivolo
di un rovo spento. Passiamo
ore al mattino, negli occhi
diradando sulla battigia
come vuoti, alghe fetali.
Tu non sai di essere finito
ed io non so la fine come arrivi
se da un profondo mal di schiena
o da un sorriso avvolto nel piombo.
So che farà male, che sarà come
fumarsi una stagnola, tradendo gli altri
cresciuti a pasticche. Dentro il mare
barcheggia il rifiuto, la storia svanita
e altri stupidi esseri facendosi a gara,
ma non si salverà il porto, solo una riva.
Rio, tutta questa fatica, lo sguardo
incagliato alle navi, è per una sponda.
È per una sponda morta, che si erode.
 
 
Primi funghi
 
Primi funghi, amanite giovani
salpiamo verso l’umido con
in mano una dinastia di fiori…
Ma dimenticata, si accende
la pianura. Così bassa, come
nel medioevo, invasa da gnomi
sotto e da burle di fate, dai due voli…
Ora non vi è nessun segreto ora
chi vi entra è stato un albero.
 
 
L’altro giorno ho attraversato il televisore
sono diventato presentatore
e ho iniziato a vedere con occhi morti
i pesci boccheggianti applaudire
quando il suono dell’acqua si fa sporco
e le due sirene che mi erano accanto
diventare orche assassine i loro volti
affilati i loro denti come specchi
affamati nelle telecamere meno male
sono riuscito a schiacciare il tasto
spegni del telecomando sono tornato
naufrago tra le onde del mio divano
pesce umano per sempre.
 
 
Schermo d’oppio
 
Ho dormito per anni
con gli occhi sbagliati.
Poi da sveglio i muri
come un vetro sottile
attraversando il corpo
specchio disubbidiente.
Ora il sonno è lo stesso
e nessuna visione ripete.
Restato nel sogno
l’altro si compie.
 
 
Speranza si dice quando piove
sempre per qualcuno è acqua
che mente! Ti hanno lasciato
in posti disidratati a nitrire
ma dì la verità, dilla che urge
cavalluccio marino, tu sei matto,
possiedi la bile del volto! Chi sei stato
l’ho pronosticato una notte anestetica
di tenebra; lì mi ha sorriso una spiga
lunare mentre inghiottiva la terra
una pillola calma. Allora speranza
è diventata ossigeno e l’azzurro
il dolore gigante, scorpione fisso
tra due occhi colorati precoci
somigliando davvero a un elefante
la vena e a pan di zucchero le onde.
 
 
 
dalla seconda sezione “L’oppio di Barna”
 
 
Las Arenas
 
a Ianus Pravo
 
Muoiono i pazzi
per il lunare d’argento.
Per il lume rotto
si muovono in tondo.
Ma tutti sono pazzi
se sopravvivono
e vedono. E se la vedova
sposa un solo pazzo,
l’ombra sua più sola
è il lunare vuoto.
E se ritorna a impazzire
sbiadisce un argento
solo la sua donna.
E se ogni uomo è vedovo
una meteora d’infanzia
è la follia, la sua orbita una
semplice mossa stellata.
Mostra a schegge, le rotte
femminili folli. E se un pirata
è sano, di un azzurro precoce
i pazzi ridipingono le carcasse,
i galeoni della deriva. Che senza
il mare femminile creano folli
l’isola argentata con più luna.
Ma è cratere magico dove si nasce,
se dura un oceano di solitudine
nel grembo di una donna pirata
il bambino muore, sfascia l’argento.
Follia dell’imparare, i nidi secolari
sopravvissuti al nostro volo vedovo.
 
 
Il toro fuggito va al deserto,
me lo ha detto ancora Ausiàs.
 
Questa volta era un’ombra
mentre facevo la spesa.
 
Il tremore dell’arena è vivo
anche se centro commerciale
 
ora. Ma riesco ad uscire dal feto
sottile ed è un ronzio diverso,
 
non ascolto più solo il raglio
dell’asino ma il Giano
 
diventato trifoglio. Mi dice: la sola
forza è lo spessore del vuoto.
 
Ianus, cierra ese circulo
como una rosa
que no sabe el aire.
 
Chiudi quel cerchio, Ianus
come una rosa
che non sa l’aria.
 
La mia mano sa,
per questo stringe forte,
ma mani invisibili verranno
a lasciare la presa
e la nostra ferita.
 
 
Gràcia
 
a Leopoldo María Panero
 
Quando guardo il tuo specchio ripenso
al cigno della discordia. Com’era bello
mentre potava i sorrisi tra i platani in
ombra. Lì guardo e la giostra funziona,
le luci disadorne proseguono il traffico
nostro boicottato. Ma se guardo scordo
come smaltire l’uranio, i tuoi capelli corti
quando mordevi le lapidi giovani, i polsi
attirati al nettare, le tue api che custodivano.
Ripenso a tutto ciò che era lume, mentre
l’alba si ritira nel debito, e fa fune irreale
la fantasia calma nei corpi. E se tu fossi
qui, perdoneresti ogni bava, gli sprechi
delle pozze. Ma tu non ci sei e affogare
bestemmie è amore di toro, il mio fuoco.
L’orfanotrofio dove ti ignoro, li senti i lontani
pesci resuscitare, i vomiti delle promesse?
Mi sveglierò domani senza vene, di notte
col tuo fantasma a rigare l’ossario, la pira
dell’incantesimo. Cumuli di lotte e tu li vuoi.
 
 
Il cervo ferito non desidera
la chiara fonte. Ancora March
travestito da passante.
 
È stato vero con me,
mi ha baciato la fronte.
 
Una fossa, poi Gran de Gràcia:
giallori di gente, ramificazioni
ed echi.
 
Sangue ovunque, occhi
bifidi. Ma il cervo è nelle vene,
 
ha ali profondissime,
le corna poco cresciute.
 
Incontro per caso, in Carrer Verdi,
lo zombi di Leopoldo María.
 
Piscia in un angolo. Gli chiedo:
sei tu, Panero?. E lui: Sono solo
l’ombra del cervo. Continuo.
 
La strada è una piscina. Uno scortichio
d’anime. Mi fermo, orino in piazza.
 
Ho le braccia sudate. Lo sguardo
di peli. Sono l’ultimo cervo.
 
 
La Pedrera
 
Oggi è il palmo grezzo, con il
mortaio a coprire la calce. Tempo fa
avevano smesso, c’erano due mani
a tagliare, non solo foglie di cedro,
ma viti e ramagli. Tra tre inverni
torneranno. Come di neve, quando
il tempo è la luce del mostro.
 
 
Era seduto con me Gabriel
Ferrater accanto un cordone
di imbecilli. Erano per lo più
americani, oh yeah, pronti
a gettarsi di sotto dal
cornicetto della Pedrera.
Io non ero tra questi, ero
più morto, mentre l’altro,
Gabriel, spingeva l’aria
davanti a sé e ripeteva:
non voglio puzzare
di città, no quiero
oler a ciudad. Andò
giù. Gli imbecilli presero
a piangere, tornarono
scheletri. Io pensai all’aria
spinta in avanti, a me e al mio
odore italiano. Me ne andai.
Le mura sono l’altro specchio,
una cecità più sotto, demolita.
 
 
Casa Batlló
 
a Pere Gimferrer
 
Vorrei volare nel ricordo
di quando ero felice ed essere
felice di non ricordare
 
se non so volare ma solo ho fastidio
dei molti esseri che mi sorvolano
senza di me che non so vivere alto
 
come loro perché vedo corto
in me attaccato dai troppi ricordi
che non mi fanno felice volando.
 
 
Pere Gimferrer
non l’ho mai visto,
però mi ha detto
una volta che Casa
Batlló non esiste.
È un›immagine
di rose cadute,
un giardino tradito.
Gli risposi che da qui
l’aria è una vertigine
misteriosa, soggiorna
e fa luce più sotto.
E questa casa, casa morta,
volta a un emisfero di crani
rimedia il paesaggio
come un gatto miracolato.
La mia risposta non gli
piacque, e scomparve
dietro la mia giacca.
Però ho tradotto cinque
poesie di Gimferrer.
Una proprio davanti
a questa casa. Ne ricordo
ancora la chiusa: Al vertice
dell’aria vivrà l’aria, nel cerchio
a cupole del vento.
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