ANTONIO BUX – 9 POESIE DA “BIOGRAFIA MENTALE – IL VERDE DIETRO” (IN “NATURARIO”, INEDITI 2014-2016)

giardino-dele-delizie
In “Naturario” (libro atarassico) confluiscono anche le “migliori” (per me, ho fatto una cernita) poesie di quello che doveva essere un libro a sé che doveva uscire per l’editore Nomos ma che poi è finito con un nulla di fatto; tale libro “Biografia tagliata” (ora rinominato, come sezione nel libro, “Biografia mentale – Il verde dietro”) prevede poesie un po’ particolari, volutamente ingorde di riflessione e ritmo, le scrissi su carta, in un periodo dove ero molto preso dalle letture di Lorenzo Calogero (non che voglia fare comparazioni, ci mancherebbe… era solo a titolo informativo). Forse sono le poesie più rigide, e volutamente scomode, che tentano un aggangio ampolloso tra prosa e poesia, sperando di mantener fede ad uno sfiato quasi snervante e lungo. Sono poesie del 2014, personalmente io non le trovo le mie migliori, però per avere un quadro complessivo ho voluto inserirle, sono pur sempre una parte di me che esiste. Tra le poesie (in totale sarebbero 32), vi sono queste 9:
 
 
 
 
 
BIOGRAFIA MENTALE (Il verde dietro)
 
1.
 
Ci sono fiori che non esistono
dentro alberi in frattaglie di verde
con tutto un fruscio d’inestinto e giovane
mentre l’uomo cammina così
male incespicando nel parco
del globo chiuso al volto dal mondo
che non vi si accorge di stare
giù per il grembo d’intorno
della vita non per l’oscura
distanza riuscita a mancare
ma per l’alterna presenza tradita
della morte che come il cielo
lascia il suo perenne in un ciclo
 
 
2.
 
Hanno un odore di cielo i paesaggi
belli sotto il livello dei pianeti.
 
A volte viene sorpresa la mente e si tinge
di questi innumerevoli, poi ne fa altri
senza possederli, ma sotterfugio
è in loro di stive celesti.
 
Ah, come parrebbe normale
l’uomo se scorresse di lato sempre
un grande fiume!
 
Non vi sarebbero sdruccioli dimenticati.
Solo pianeti precedenti, nominati
per difetto di costellazioni
e matasse, nuclei imbanditi pronti
a tradire corpi perfetti.
 
Sì, potrebbe divenire mostruosa
la vita, ma intanto
si incolla a se stessa
e finge felicità, disunendoci
 
 
3.
 
Al vecchio ramo, che continua
a pescare radici d’aria sgusciando
dalla sua metà spezzata, dove
il raggio conficca la prossimità
nell’età ancora verde e robusta…
 
ecco in questa variabile si misura
a macchia il sospeso, l’oltre divino:
 
dalle entrate autunnali cambiando
lo sguardo e il passo in nuovo vento
dove le solitudini crescono invertendo
i poli del tempo e con amore appaiono
appassire semplicemente, più felici
distanti come fiori tagliati per crescere
il miracolo di una donna corolla
resa spina sotto valle dall’occhio…
 
Ma il vecchio ramo intanto è trafitto
nel tronco mietendo la storia
d’intorno mentre ciascuno passa
respirandolo e già vi annota
l’energia mancante
dividendosi dal mondo
solo per non sentirne
la sonorità sua senza
 
 
4.
 
Oggi è marzo e dice caldo
nell’estasi del tramortito
insinuando così di penombra
il sole la sua smorza tranquilla…
 
Ma di solidità pomeridiana è fatta
la solitudine come del sonno
quando tutto sgranchisce prima
entrando a tempo nell’altra sera…
 
E già non riconosce il nero dentro
del suo corpo fatto pietra
per la terra e non per suo
figlio remoto ma nell’immutato
rito cesareo dell’infante
rimane un sogno poco cresciuto…
 
Così si intana e si stiracchia tardi all’aria
dove lo attende una moglie raggio viola
incessante amando in fuori l’energia
più paonazza di un mondo alla deriva…
 
 
8.
 
Perché così vera luce
poca sfascia sui visi
il mattino mai guadagnato
non merita il sangue
sbagliato del corpo,
non merita solo un martirio
la strada del sole concentra
il punto del giorno nella mano
dimenticata ed è la chiave
dimenticare, dimenticarsi
apre segnali di fumo al cielo
un grembo più giovane e fiero
custodisce le spade del regno
gli amici più alati cavalieri
risorgono da tombe splendenti
li vedo, che belli, sono giovani
e opachi, pieni di un lucido morto
siamo noi così fragili e puri
da non ricordare più niente
perché siamo in vita perché viviamo
se la vita non spreca un delirio
se dentro di noi sgorga la fiamma
sbagliata del vero…E siamo già tutti
sotto il destino. Parole si vantano
per noi, parole che sgommano via
mentre i piedi cadono uniti. Che riso
ricorda questioni, che tempo di suoni
una volta squadrata la vista è statua
di ognuno il nero scomparso
 
 
13.
 
La baldracca scuote i vecchi
con le loro palandrane sguazza
tra vicoli ciechi…
 
C’è chi la chiama fortuna
ma un principiante cosa darebbe
per fare a pezzi la vita
 
e restituirne poi la giusta dose…
Un vigliacco, direbbero in Colombia
andandosene sbandato
 
per la montagna andina
nella speranza di trafugare
sperduti idoli di pace…
 
Ma la testa del saggio
pesa come una piuma,
diventa quasi un miraggio
 
nell’orecchio gigante,
cresce misurandosi pari
con la clessidra già rotta…
 
Nella penombra dura un istante:
dopo il destino fiorisce la foce
e la tipa bendata slega il suo volto
 
 
27.
 
I ricordi si fermano:
una mezza riga tagliata
in una foto scattata male,
un braccio rotto
per davvero l’anno dopo
o un cuore ininterrotto
lasciato secco
per troppe pause…e già
era estate e si sudava
sotto le palpebre della notte
mentre cani sconosciuti fottevano
dietro le spoglie coperte
un’ultima generazione… e saperla
quella maledizione gentile
non bastò a fermare il colore
dannato di ogni giorno,
dove nessuno ha voluto salvarsi
né rimanere sfocato; dove nessuno
ha saputo ascoltare quel grido
sottofondo della balena… Ora è
già grande e non si quieta, celeste
quando l’acqua scorre troppo, e non è aria
lei, non ritorna… Ma per sempre in attesa
come gli uomini di campagna, in cerca
di un sole suggeritore… Muove già
senza ricordo, non più me, non il mirino
mio rinchiuso dentro, ancora sporco,
ancora acceso e solo, lì ancora
vivo, per sempre, nell’accecarla…
 
 
29.
 
Ciascuno ha tre montagne
da raggiungere per dividersi:
tre piccole cime come mete
dove ognuno sa di spingersi
passando prima per l’assedio,
poi nella testimonianza,
e infine per l’essere perdonato;
ma scalando indietro troppe volte
si fa inversa la discesa e oscilla,
ché quando ci si accorge
della terza montagna
si è sulla prima.
Ma chiunque potrebbe precipitare
nella fretta di vedervi l’oltre
mentre l’assedio lo delimita.
Però l’occhio nell’abisso si allena
alla testimonianza della voragine
prima del suo baratro sospeso.
E così manca intanto che scorre
la mente come un filtro sul tracciato
e mentre si fa luce percorre niente,
piuttosto viene corrotta da un sentiero
tergiversando la fine. Ma quando
si scorge è comunque l’ulteriore,
e l’eterna vetta significa di più ancora:
perché chi vi arriva nell’attesa crolla
temendo la propria stazza, ma è già allora
cresciuto così montagna, che se ne resta
lì scisso, da solo simulato in un’eco
che imitandolo ritorna pienezza
 
 
32.
 
I prati grigi, i greggi
a forma di prato e a più onde
verdi le celle dei boschi
fermate sul più bello
nei raggi come
un volto inspiegabile
risalire i cieli e le mandrie,
coi pochi passi rimasti
nell’ombra e poi tutto
scomparire da sempre…
E non restare, sera di seta
senza il tuo molle spiegato
alle gabbie non stringere
i fuochi degli animali
cresciuti fuori le strade…ma abbi
fiducia nell’uomo perso, nella sua
incredibile distanza! Vedrai
appartenergli invisibile
le sue mani muovere
deserti occasionali. Finendo
poi tutto, volontariamente
verranno le sue voci stanche
ed un pubblico di sole pietre
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