ANTONIO BUX – PROVE DI ROMANZO

CAMP

Sto provando, per la prima volta in vita mia, a scrivere qualcosa in prosa, una specie di romanzo, non avevo mai superato le due pagine prima di oggi, è la prima volta che mi trovo nell’incoscienza narrativa a mio agio e riesco a proseguire. Non sono uno scrittore di prosa, non mi reputo tale, ma in quanto assiduo frequentatore di versi, ho sentito la necessità, dopo migliaia di pagine poetiche scritte invano, di provare nuovi respiri. Per questo non aspiro a niente, se non a terminare quella che oggi mi sembra ancora una fase embrionale, di studio, di prova contro me stesso, in quanto io non credo di saper raccontare, e a malapena riesco a invocare, usando il linguaggio consueto della comunicazione, l’immagine e i suoi derivati. Dunque non aspiro a pubblicare, o ad essere bravo in quello che faccio, in questo caso la mia unica aspirazione è sperare che tutto questo continui, lasciandomi portare a termine un lavoro mai affrontato prima, lasciandomi continuare l’illusione di essere anche io capace di imbastire un romanzo, di sentirmi capace di sentire l’immagine. Anche con la poesia, il sogno è lo stesso. La poesia è la mia vita, in quanto, come dissi poco tempo fa, la poesia è alla morte del giorno. Ne evidenzia i crepuscoli tramite le sue epifanie. Però ciò che mi piace, dei romanzi, non è tanto il prodotto finito, quanto la fine dell’uomo scrivente per arrivare al prodotto finale. È il cammino più che l’arrivo. La conclusione è l’autore stesso, non è il buono o cattivo esito del romanzo, no, ma il buono o cattivo esito di ciò che rimane dell’autore. La forgia nella quale si oscura e della quale si nutre. Non che in poesia sia differente, ma il percorso nel romanzo è più lungo e manovrato, diventa tutto più pesante, poiché la trama, anche se è l’ultima cosa, ecco direi invece meglio il tema, ossia il collegamento della coscienza con la sua estremità, ossia l’incoscienza, si fa quotidiano, anzi, si fa onnipresente. Anche con la poesia funziona così, però lo sfogo è diverso, si procede per bagliori più gravi e sottili. I respiri cambiano, e cambiano gli intervalli. Ecco, direi che la differenza tra prosa e poesia è l’intensità del tempo, che si intensifica in poesia, in quanto emozione, mentre si dilata, nella prosa, in quanto cognizione del dolore, come avrebbe detto Gadda. Sono due rimorsi, due tossi differenti. Perciò direi che mi piace provare queste sensazioni, così simili e differenti, anche se non riesco ad esprimerle, dato che sia come poeta che come narratore non sono all’altezza della menzione. Però, che fare, nel mio piccolo credo che bisogna dimostrare a se stessi tutto il peggio del quale si è capaci, per poi ricominciare a ingannarsi. Come potrebbe dire un bravo autore, bisogna esprimere il proprio peggio per vincersi. Ma ora basta sproloquiare, vi offro delle paginette di quello che ancora non è un romanzo, ma spero lo tenderà a diventare. D’altronde si inizia così, no, con dei capitoli per poi assemblarli, se Dio vuole. Più in là, dovessi per grazia riuscire nell’impresa di continuare questo embrione narrativo e trovare il bandolo della matassa, vi spiegherò meglio di cosa vorrebbe trattare, vi avanzerò una pretesa di sinossi. Spero tanto che quel giorno sarò pronto e capace di guardarmi in faccia per dirvi che ce l’ho fatta, che ho fallito dignitosamente anche questa volta. Grazie per l’attenzione. 

Un caro saluto da Antonio Bux. 

 

 

11

 

Aveva chiesto alla sua mente di amare una cosa alla volta. C’era un quadretto nella sua stanza, due viole appassite, così tinte di viola e fuori paesaggio in quel campo di grano dove erano assorte, che sembravano recitare una parte, una specie di messinscena. Carlo ne amava profondamente lo spezzarsi del colore tra le faglie di quegli oli così scarsi, appena suggeriti dalla mano di chi li aveva ritratti. Sembrava la rappresentazione di una farsa naturale. Carlo amava questo, la semplicità dell’ignoranza umana, la finzione del nudo e della pochezza. Alla base del quadro, lateralmente, vi era la firma. Tale Attilio Delli Carri, mai sentito prima. Questo Attilio doveva essere un pittore abbastanza deluso dalla vita, pensava tra sé e sé, perché ritrarre due viole morenti in un campo di sole giallo così acceso, gli faceva pensare alla delusione della natura, in quanto potenza fine a se stessa, che è per sua stessa natura che la natura tende a deludersi. E così fa l’uomo, in quanto contro natura, protende verso l’illusione del potere. E Carlo, che d’illusione campava, ma senza potere, amava quel quadro così obsoleto, così fuori luogo, così brutto. Pensava gli somigliasse, ecco, da un bel po’ cercava di evitare lo specchio, preferiva specchiarsi in quel quadro, le due viole stinte erano diventate i suoi occhi, e quel campo di grano giallo acceso il suo pensiero. E pensava, che era tutto un bruciare vano, tentare il ricordo, era meglio specchiarsi e dimenticare, tenere a mente solo il fuoco della notte, la leggera fiamma del sonno, perché al mattino il campo sarebbe stato di nuovo sterminato. Ma amava anche altre cose, a piccole dosi, ad esempio amava molto guardare il custode della clinica, si chiamava Mario, passare ore ogni giorno concentrato dentro il suo baldacchino di legni e lamiere, piuttosto cupo nel provare a vincere un solitario di carte. Carlo amava osservare quella sagoma spegnersi ad ogni mossa falsa del quarto re, di denari, o di spade, o di qualsiasi seme; ecco che Mario sospirava e borbottava qualcosa in sottofondo, poi accendeva l’ennesima sigaretta, e il suo sguardo scompariva dietro quella nube delusa di fumo. Carlo ne amava l’odore pesto e umido, il ritratto di Mario nato dalla mano di un pittore cieco, che sul crepuscolo provava invano a vincere la morte. Un giorno vide Mario accasciarsi al suolo mentre girava l’ultima carta del suo solitario. Fu un quadro più denso e caldo, l’umidità dell’aria si fece più grave. Il custode cadde a terra come un sasso spaccato dal calcio di nessuno, Carlo corse per soccorrerlo, Mario respirava a stento, con un filo di voce sussurrò all’orecchio dell’altro: Sto resuscitando, dopodiché chiuse gli occhi, e poi il suo respiro. In preda al panico Carlo, che aveva amato tanto quell’ombra frenetica ma sempre sicura, non seppe cosa fare. La prima cosa che gli venne in mente fu di guardare sul tavolo, e sopra questo splendevano, nel loro torpore, le carte. Erano distese perfettamente, ordinate in crescendo, ciascuna infilata nel proprio seme. Si girò allora per consolare lo sguardo del morto, almeno quello, ma il corpo di Mario era svanito. Ora il quadro ritraeva un uomo, di spalle, che aveva vinto a carte la sorte. Fu da allora che Carlo incominciò a sudare ogni volta che, avvolto dalle nubi e dal ricordo dei quadri, passava presso quell’ala del palazzo e qualche paziente lo invitava a sedere per farsi insieme una mano a tressette.

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