ANTONIO BUX – 7 POESIE DA “STORIE DAL DILUVIO” (NATURARIO, INEDITO 2014-2015)

diluvio
13.
 
Essere moltiplicati, stare sempre a giro con una pressione sola
quando il fondo non è praticabile, si vede, non è raggiungersi.
Ma è questo il pozzo per il quale si desidera vivere? Chi va nel
desiderio muore affogato, nel suo trasporto impossibile giunge
rotto a destinazione. Anche se non perde quota l’abisso, volando
quell’anima che non c’è, tra le arene. Come sentirsi nido di piombo è
allora questo suono, imitando l’angelo sbagliato, che nel volo storto
cede al basso ventre il suo esilio. Ma se io non fossi sbagliato quale
oscuro paradiso mi tratterrebbe? Nella memoria di qualsiasi catastrofe
rigenerato il martirio d’esistere, cosa riprenderebbe quota? Destini
subacquei! Quanti oceani e livelli cristallini da fingere, scoprendosi
nel flusso perennemente squilibrato. Sarà solo calcare l’andare nudi
per golfi distrutti, bramando l’isola remota, sarà in questo che allunga
il cannocchiale umano? Ma la boa gigante, non salva nessuno. Lo sa
il marinaio, che gettando la sua rete al mondo, inchioda una battigia
sfatta. Lì vive, con l’osso sepolto la vecchiaia. Lo sa pure il cervellino
mollusco, disidratando sulla riva lo specchio liquido della ricrescita.
Dopo il mare raschia, come il solo occultare apre meglio l’ondata e
colpisce dritto in fronte, nel fiato prolungando la deriva. Sono croste
di ricordi, dire l’insidia della spuma, la superficie o la salina invertita.
O più vendetta sputata nell’alga, cloro diverso, pece rigando l’umano.
Che sia questo squamarsi l’attesa, questo farsi lisca di zombi, la traccia
del vivo nuotando? Ecco solo a tornare, come frana lo scoglio centrico.
 
 
14.
 
Già non gira il solstizio umano, perennemente a bilancia perduto,
solo pende, non di sé, ma ago lo stesso, imitando equilibrio. Ecco
per un limite ricresce, poi ferma, entra di nuovo, si chiude solo.
E poi di nuovo. Ma quanto di vero, se non è antico l’imballo?
Tutte le uova smarrite, fanno il percorso. Ora ci si cammina più
sopra, dove le comunità dei monti respirano. Ah, la sola vita
che bramo è l’aria più alta. Dove mucche rischiano l’erba, e topi
seviziano i campi. Dove l’alba lava il letargo. Dove i fiumi lo sanno
e ti dicono. Ma crescere nel mattone, fa dimenticare l’aureola. Eppure
ogni notte, tutti i miei vicini salpano tranquilli nel sonno. Ronzano
morti nell’aria sublimata. E il cielo basso, pneumatico della mia ombra
ritarda il suo battito, colpisce le fosse, ne evidenzia il giallore urbano.
Com’è bifido stare tra città di pozze! E rischiare di perdere la pelle
solo per lo stagno quotidiano. Vorrei davvero per un pugno di lische
spostare la memoria pesce, dilatando a spora il mio mezzogiorno!
Vedrei novità di navi muovere acque, e cantare divine più isole
ora scariche di luce frantumata. E quante nuvole rimesse a sobborgo
e quanti stermini naturali. Modificare la terra, però, fa pendere luoghi
ai deliri. Si può solo una camomilla di suono, o far spaziare pianure
nel riflesso daltonico. Ma il sole avverte in ritardo, campa un regime
di ombre. Anche loro riscaldano poco, rispolverano solo le sagome.
Per questo rispondere buio, cosa pretende allora, l’aurora del fiato
se non alza di vento il suo cristallo sonoro? Vive il fermo l’età eterna.
 
 
16.
 
Vorrei amare l’amante mia cara ma so che nulla è possibile solo
amando ciascuno più niente. Ma se amo dell’altra il già lontano
volto oscurato, che posso fare di nuovo se riesco in quel poco
a saper non amare ma solo a doppiare il mio splendido spreco?
In un buio, finalmente è l’amato, ad amare il suo amore nell’eco.
E non è stato amare nient’altro, che guardare con occhio fraterno
l’intrigo avanzare per finger miracolo, trasformando il corpo redento
in presunzione d’ascolto. Per questo chi ama seduce nel fuoco se non
trova lo scoppio migliore, se non ama per gioco davvero o se ama
di più l’invenzione di un cuore di vetro. E se uno specchio vuoto disfa
la vita, cambia lo sguardo l’amore, diventa sconosciuto e trema per sé
non amato ma solo stranito. O se manca di spessore iniziale non vede
da un nervo superiore quel lato venuto a tradire la diagonale dolore
ma vedendola ora, inevitabile, partecipa anche lei alla corsa. E allora
sposta i contorni e ama più sotto, non amando ad altezza se l’intimo
ceppo si avvicina sicuro. Mia cara se nel culmine ti trovo scomparsa
per riapparire di pietra allora ho guardato il tuo vento scompigliarsi
solo per trarre dal vuoto la forza di fiamma che ora accendi. Braci
mie tu corrompi! Chi te lo ha fatto fare di aprire castagne nei ricci
o di strappare dai prati troppi ciuffi anchilosando il nostro terreno.
È spoglio il sentimento quando è strato sotto un cielo in disavanzo.
Non vedi che scolora la pineta amorosa, la giungla del sesso la sua
morbosa scissione in agguato. Eppure ci ama qualcosa sfuggendo.
 
 
18.
 
Per ciò che si intende, un lenzuolo alto vaneggia. Fa più brillanti
le case, scintilla dal vacuo il perfetto e sorprende lì appeso com’è
al volto più chiuso, che non vede speranza ma tace l’opuscolo
vivo al suo tempo. E restaura nella voce uno sconosciuto enigma
di carne venduta al sangue troppo presto per essere trasformata.
Ed è così che l’anziano si mescola all’uomo, e che la donna cancella
il bambino più adulto, sottratto alla gioia della sottana semplice.
Chi si maschera lo sa, che è un bivio continuo la somiglianza.
Non c’è freno che tenga se il distacco brucia accanto la fiamma
del fuoco ambivalente. Nessuno illumina per due volte la stessa
ombra disanimata, niente o solo per poco si apre a squilibrio di fossa
con le prime antenne, rimaste sintonizzate. È un radar mancato ciò
che prende nonostante la frequenza smessa del mondo. Ci piglia poco
ma rimbalza per la testa, e fa rumore. Così torna a cantare un uccello
nella radice del timpano, l’interno del bosco rimasto a secco di querce.
E così picchia a morte la foglia, col bastone tuberoso fa radice striata
dentro il corpo e sublima la linfa planetaria. C’è chi si affossa in quella
per succhiare il destino, pronunciando l’articolata rampicante a parole
ma a parole non basta, il frutto ritorna alla terra, e non basta muovere
nel cielo di lato due semi. È una transumanza del male ma meglio di
un inverno più caldo e più lento. Sarebbe anche l’ora di avvisare forse
pure le formiche, o parlare alle api e chiedere aiuto. Ma nessuno dice
l’ora infinita, e va come può per la strada, senza vedere altro sentiero.
 
 
19.
 
Questi che si vendono tra affari poetici non sanno che la poesia
li scoverà per la sola punizione, per farli cornuti a bestia di parole.
Amate le bombe, le stesse micce ci scoveranno. Perfettamente ora
rasi al suolo, rimasti nella polvere, chi può dire di avere un muro
più alto? Se è caduto il cristallo del mistero, vedi doppio, poeta
ciofeca, non distingui la preghiera dalla messa! Se tu mangi il perdono
non sei perdonato, se tu soffri in silenzio allora sì che puoi tutto.
Ma tra i santi, giudicare mai! Chi ti ascolta è oltre le tombe, fossero
solo piante, o due abeti, piuttosto che abbazie di sottomessi. Il gioco
al salto del verso non è per chi si stringe a cordoglio sociale. Scrivere
sotto al pianto comune non fa la goccia più sporca, né rende chiaro
il lento scrosciare. Per troppe nuvole addensa poco un cielo spostato.
Sotto lo stesso cielo troppe stelle illuminano gli scheletri scriventi. Ma
la storia assottiglia nei volti il suo dirupo. La teoria del lupo coinvolge
tutti i denti. E se la vostra mandibola non si allarga leggendo allora
meglio tornare al pasto frugale. Meglio fare sempre domenica! Così
le campane poetiche a festa, così passatempo questo cieco scampanare
farà il suono più vuoto. E arriverà l’ultimo pegno, doversi confessare
sull’altare del precipizio. Origliando sempre non si otterrà l’ascolto
ma una valvola chiusa al cuore mistero. La terra vi riconosce e tace
e lo squilibrio più sotto vi prepara. State attenti, potete ancora sparire
in tempo o scompagnare le false amicizie. Non siate poeti troppo vivi
se la vita vi appartiene come rima. Fata prima: fintate di essere morti.
 
 
23.
 
È per un giorno di pietra che si fa sponda degli altri passati nel fango
cercando perle distratte. È per un conflitto di sangue che si immola
l’essenza dell’uovo sapiente fino a sembrare colombe le dita sparate
sul muro più umano. Ma con troppi occhi complanari vive nascosto
il gregge definitivo, dietro tende speciali di nebbie dove cova infinito
il serpente parole a sonagli. Ed è lo schiocco feroce della lingua la via
più lunga che sfronda la porta. Ma se la porta ha una sola maniglia chi
apre tre finestre alla volta, se poi non sappiamo volare ma soltanto
percepire il riflesso antenato, ovvero ciò che è stato bandito e che ora
è per sempre trasmesso? Un lusso di Satana o la mano dell’uomo
spacca in quattro l’abisso, dove l’angelo vende aureole storte? Non è
semplice contare se il gradino ogni giorno ricresce. Sembra essere una
Babele il silenzio, e invece nell’urlo mattutino ci spiega l’esistenza.
Facci caso che se risorgi per caso dal tuo occhio di cemento vedrai
crollare colonne maestre. Facci caso che se vorrai potrai sciogliere
le braccia e muovere colline. Nel tuo programma sociale una volta
rientravano questi riti, ora fanno a cambio col tuo stress meccanico.
Ma le teste si sovrappongono, e il Cerbero della morte ti morde l’io.
Sopportato Caronte, resta il fiume del non ritorno. Risacca che conosci
tra le fiamme dei tuoi giorni passati a farfugliare mentre petali di anni
strappavano via la clessidra. Ora sai che la terra non promette, ora
sai che mantiene solo una promessa. Il tuo voto di condanna, l’ultima
tua scelta: se cadere vuoto o se bruciare nel coro l’eterna candela.
 
 
24.
 
Se non posso dormire non voglio più stare col sole delle pietre
o stringere un patto e forzare nell’osso del vicino l’impressione.
Che è principio emotivo sostituire l’arrendersi col bisogno minore
di stendere un velo scambiato a pietà meridionale col mondo.
Ma che tu sia terrestre o del primo stagno sociale beh non tocca
a me dirlo ma al livello dell’acqua umana segnando l’ultimo fosso.
Piuttosto qua e là è un girino di nomi che ricrea l’ambiente sotto-
vuoto del limite vocale e quel bosco preciso dove ridono allodole.
E ora che il fiuto si dilata e apre la valle coi suoi arbusti la tensione
della vita è un cielo più coperto e non sbaglia il calcolo di ogni stella
l’erosione celeste ma fa tappo collegando pianeti di sistemi veterani
con galassie fatte a mano senza schiuma. Perciò è una colla radicale
il viaggio è chimica sbiadita se si attacca alla polvere la mente mente
o spinge in fuori l’ombra rivedendosi. E questo semaforo spaziale mai
di verde ci colora sempre giallo corre dietro. Meno male che si dice e
la striscia del pensiero traccia forti marciapiede. Sbatterei tutte le ali
sapendo come fare ad escludermi dal foro di un’aria precedente. Ma
non riesco e mi continua nella testa quel dominio naturale. E son solo
ma con tutti mi riascolto nell’armonico dolore mattutino quando cessa
ecco è vero che nessuno poi si pensa già mancato se anche prima del
risveglio non collassa nella lingua. Che è da un fosforo sbagliato che si
nasce mentre sogna l’unità del vegetale un embrione disadorno. Ed è
questo che ritorna forse dopo nella scatola celeste per l’attesa finge il
morto fino a stringere la tana o un corpo marcio là nel torsolo di dio?
 
 
7 poesie da “Storie dal diluvio” (già in “Naturario”), inedito 2014.
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