ISACCO TURINA – 7 POESIE

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*
 
Mi chiedi un figlio. Ovvero: come un dono
di carta colmo d’acqua, l’animale
che non posa sui rami e non sprofonda,
lama che divide le spighe
dai gambi, e il portatore sottopelle
di radici che ignora. La creatura
che stancherà i tuoi muscoli
fino a conoscerne ciascuno
e a tramandarti viva, ma staccato
il tuo viso da te come un affresco
mentre tu diventi muro. Mi chiedi
un figlio, dici, perché questo imbuto
che sentiamo d’essere, soffocato
di sabbia bagnata e muto benché
nutrito di tutte le parole
e d’altro ancora, restituisca infine
un granello alla terra, a tutti i libri
almeno una sillaba.
 
 
*
 
Sangue di mosche sul muro. Eppure abito
qui, come belva agli abbeveratoi.
Cresce il muschio notturno sui canali,
suono di palpebre umane, di pane
invecchiato nelle tasche.
E odore di vernici che s’incendiano
addosso alle cose, che svelano
l’alvevo bruciante del colore.
Indirizzi di possibili intervalli
tra l’occhio e la narice.
Lirica sull’intonaco, incompiuta:
“Mio corpo, ripostiglio
per le ossa, luogo in cui stipare
sulla terra il superfluo della notte”.
Memoria di bambini che si muovono
nel buio, la mano alla parete, il piede
che tasta lentissimo l’aria.
 
 
*
 
A vent’anni, non tutti sono in strada.
Dentro rimangono i bruciati, i brutti,
i deboli, fantastiche creature
tagliate nella carne. Il genitore
che li veglia, confuso si ripete:
“Seminavo gerani, e sono nate
erbe di ricino abnormi”. Nel sonno
imperfetto li ascolta maledire
ogni argine, le palpebre e le mura.
Sogni cannibali si nutrono di loro,
spose come cucchiai da masticare.
Quando escono al buio
rovesciano sui muri i loro sputi,
e gli escrementi e la potente urina.
I più delicati muoiono presto
disfacendosi come
giovani biblioteche scese in mare.
Altri resistono. Allora vedrai
cinquanta chili d’uomo
che portano quintali di memoria.
 
 
*
 
I FIGLI
 
Vent’anni fa, anche questo accadeva.
Non erano soltanto fuochi
dal Medio Oriente, ma nei giardini
di casa nostra, vestiti
da alpinisti scalavamo le loro
schiene perfette. I figli dei malati
dormono sulle punte di un pettine.
Gettiamo cenere su quelle fronti
ancora troppo lucide:
domani, vecchia madre, impazziremo
assieme e non dovremo preoccuparci
più di noi, né di niente.
Ma chi ha scavato la sua tana
nei corpi dei genitori? Trent’anni,
e con un braccio reggevano intero
il nostro mondo. Ho visto dai visi
staccarsi l’età, lentamente
come evapora l’acqua da una pentola.
Tutte le sigarette moriranno
stanotte nella neve, nella pioggia.
O moriremo noi, nel loro incendio.
 
 
*
 
In tutte le periferie muore
mezzogiorno con gli ultimi papaveri.
Bambine dagli occhi semiaperti
aspettano in piedi alle fermate,
merci che pazientano in vetrina
dormendo nella luce
finché sia tempo anche per loro
di gravidanza, di un nome al dolore.
 
 
*
 
Si spoglieranno gli angeli
durante il temporale, e pelle e piume
offriranno alle carezze dei lampi.
Come l’alba quando medita il male
del giorno, scuoteranno ai venti
la cima pensierosa delle ali,
concedendo che i gatti alle finestre,
con gli occhi spalancati come ortensie,
di paura s’innamorino di loro.
 
 
*
 
Ho gettato il tuo spazzolino.
Se non ci fossero, a resistere,
oggetti che lavano, cantano
e scrivono, nemmeno un passero
potrebbe posarsi sui giorni
slegati come una foresta
senza rami. Sui treni del mattino
l’alba ha seminato la luce.
Ti svegli in un nuovo pianeta,
in un’altra città. Raduni
le labbra divise dal sonno
per l’ultimo bacio alla notte,
per non accompagnare mentre
si aprono i fiori che hai lasciato.
 
 
 
Isacco Turina (!976). Ha curato un volume su “I nuovi eremiti” (Medusa Edizioni, Milano, 2007). È presente, come poeta, nell’antologia “L’opera comune” (a cura di G. Ladolfi, Edizioni Atelier, Borgomanero, 1999).
 
 
poesie tratte da:
La stella polare: poeti italiani dei tempi “ultimi”
a cura di Davide Brullo (collana Versus, a cura di Daniele Piccini, Ed. Città Nuova, 2008)
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