ALFONSO GUIDA – DA “IL DONO DELL’OCCHIO” (POIESIS, 2011)

dono

La poesia di Alfonso Guida è alta perché conduce alle periferie dell’inferno passando per il purgatorio dell’osservazione, mostrando il sottratto, un’illusione di paradiso; ma sopratutto ciò che sta per sottrarci alla larga dalla visione (il paradiso stesso non è forse l’anticipazione della follia?). In un dettato scabro, prolifico ma lineare, il poeta ci porta a testa in giù nella perfezione grottesca (o forse solamente maniacale?) del suo sentire, nella semplicità devastante di un qualcosa che è solamente terra, campo di battaglia sfranto, scenario di una guerra mai finita. La guerra tra l’essere umano e il suo pensiero, connaturata ad un paesaggio inarrestabile di dolori colorati, di umori tesi al margine della psiche celeste del poeta, è la guerra della parola contro l’uomo. Alfonso Guida è un dinamitardo, quasi involontariamente docile. Ma nella sua poesia, apparentemente prosastica (che invece è ritmo di vertigine verticale, è respiro di un senso inalterato e ondivago, è disciplina metareale e sintattica dove coincide l’esattezza della visione con l’estremità della passione), gli squarci dell’immaginifico aprono e si piegano al sangue del vero, come ferite cercano il disabitato, la guarigione del peccato, che in Guida, poeta dell’abbandono più profondo, è la linea concentrica di un lavorio che è perfezione del disadorno. Il suo messaggio scarnificato risuona come un osso contro lo specchio della vita, dove l’invisibile riprende il suo peso, perdendolo in questo passaggio, in questo scambio tra il lettore che assorbe e diviene materia e la parola, che da materia morta, immateriale, acquista vitalità per sparire nella sua altra dimensione. Alfonso Guida possiede le chiavi della porta, per condurci nella dimensione del bene. Sta a noi lasciarci passare.

Antonio Bux

 

Come brucia quaggiù la sera. Lampi
di nube rossa. E la cecità stride
nell’acqua. Vedo lame oscurate da
sentori di liscivia e saponette
che il tuo ridere fa muovere dietro
le terrazze. Primitiva, corrosa
pietra, il mistero socchiuso travalica
l’umanità di queste case oblique.
Varchi di nebbia laceri. E profili
di alberi in corsa. La fabbrica guarda
da oriente. I tetti vetrosi, le docili
murate di una scialuppa desertica.
Travi ammassate lungo il peso assorto
del silenzio. Le case non finite.
C’è fanghiglia. E la grondaia non vuole io
dorma. Ai piedi di un fanale ritrovo il
braccialetto d’argento. Ne ho perduto il
gancio martedì. Ora posso tornare
dove i morti, tra rigide finestre
di cuoio, levano in alto ossidate
bandiere che nessun villaggio chiede.
Chiedo invece una fine. Non sia dato un
limite preciso al sangue, all’estate.
Le cancellate infantili delle ombre.

Questi mandorli vuoti, generosi.
Le tombe dei bambini infisse tra due
colline di sabbia e gesso. Altri scogli. E il
cuore cavo, la selvatichezza
di certe pietre che a saggiarle riempiono
le labbra di amaro, di un dolce anello
compunto che la vertigine scioglie
nel disastro. Fazzoletti annodati
dove i capelli diradano, fanno
gialle, oscure penisole di creta.
Guardo i bracci di una croce illune. È sua
l’orfanità che a percosse fa uscire
dal corpo il sangue vivo e luminoso.
L’altalena ondeggia agli orizzonti. È
la memoria di quando non si è nati.

di Alfonso Guida
da “Il dono dell’occhio”
(pp. 77-78, Poiesis Editore,
Alberobello, 2011)

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