MARISA RIGHETTI – POESIE DA “LISA AMA IL BLUES” (COESSENZA, 2011)

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MARISA RIGHETTI – UNA DONNA DEL PROFONDO SUD

Non mi soffermerò molto sulla persona della poeta Marisa Righetti, consolidata ma appartatissima autrice cosentina. Perché la sua vita passata, burrascosa, ferrosa, fatta di lotte e di rivoluzioni, figlia degli anni ’60 ed oltre, dell’Italia di fine millennio e del suo abbandonato Mezzogiorno, risuona perfettamente nei suoi versi. In questa sua “saga” che più che familiare accenterei come esistenziale (perché la Righetti vive e ha vissuto la propria esistenza come una collettività, sempre in movimento, una sorta di carovana carica di spettri inquieti e di specchi mobili) si può notare come la sua personalità, coriacea, arcigna, ma anche lucida, precisa, perentoria, dal piglio a volte frizzantino, anzi direi, perché no, “truffaldino”, risulti di una sensibilità priva di retorica e molto diretta verso i noccioli delle varie essenze dell’animo. Da questi, viene fuori un vissuto primigenio, ma soprattutto picaresco, che si impasta bene a questa sorta di “folclore” quotidiano, che la Righetti, attraverso la sua sagacia poetica, sbarazzina, rende chiaramente al lettore, provocando, a volte, altre volte invece tendendo l’occhiolino, in piena sintonia col suo carattere affabile ma infingardo. L’autrice ci regala sorrisi a mezza bocca e prese di posizioni solide, beffarde, provocatrici (lo si potrà facilmente notare in certe poesie qui riportate, come quella su La Venere di Botticelli, o quella sulla Devozione all’albero). E in questa sua raccolta antologica “Lisa ama il blues” (edita dalla piccola casa editrice cosentina CoESsenza nel 2011) trovano spazio alcuni inediti più le sillogi “Via Aldini” (la via fiorentina di una storica casa occupata, dove la nostra è stata protagonista per alcuni tempi) e “Chimica sentimentale”. Nella corposa selezione non sono pochi i momenti poetici felici e le intuizioni che giocano al rialzo, che fanno da supporto a poesie più prosastiche, da intendere forse davvero come dei tentativi di ricongiunzione col proprio essere, sempre tormentato e combattuto; scritti dove comunque l’essenzialità del linguaggio ci accompagna piacevolmente (l’autrice ce lo dice finanche, in una sua poesia, d’altronde molto chiaramente: “scrive come parla”, rivolgendosi a se stessa in terza persona, come spesso accade nel libro). Ma è nelle poesie più acute (qui ne riporto una ventina, ma ve ne sono molte altre meritevoli presenti nel libro), che si intuisce tutta questa inerzia del graffio e della provocazione, come anche la vivacità e l’assoluta pregnanza del verso, ben asciugato e musicato, che non stona mai, mai è fuor di virgola. Una delle doti più apprezzabili nella poesia della Righetti è, difatti, questa assoluta mancanza di ridondanza, ad attestare la decisa praticità esistenziale di questi versi, tanto necessari quanto misurati. Ed è qui che la Righetti si dimostra poetessa senza fronzoli, e ci rivela la sua caratteristica presa di donna tutta d’un pezzo, dalla vita vissuta, fuori dai giri letterari, più invece dentro le lotte e le ribellioni, in un’epoca ora lontana e che tanto sembra ormai solo un ricordo spezzato, quando invece vive e risuona negli echi e nei bollori di questa donna del profondo Sud che ha ancora tanto da dire, e soprattutto da scriverci, attraverso la sua vivacissima “saga” del gioco e del disinganno.

Antonio Bux

 
una corposa selezione di testi da “Lisa ama il blues” (CoESsenza, 2011)

 
*

Da genitori entrambi gemelli
non nacquero arieti
né scorpioni né capricorni
né vergini né acquari.
Solo un pesce
fuor d’acqua.

 
*

La scala è a chiocciola
il tirannosauro madre
al piano alto
incombe
respira nella sua carcassa
lei il pavone
lei la capra
dal lungo pelo saggio
che sale più in alto e vede
lei la buona mucca
che provvede al latte…
io il pesce
che si defila.

 
*

In un cartoncino bianco
stanno ora le sue spalle strette.
Quando si radeva la barba
sapevo anche d’un pomo d’Adamo.
Se la teneva fra le mani
la fronte
scottata e senza un capello.
Quante volte gli avrò visto
il moccio al naso.
Mio padre era un uomo piccolino.
Sotto le mani erano calli giganti
ci sapeva suonare la chitarra
prendere tizzoni
asciugarsi le lacrime col dorso
e quando dava scappellotti ai bambini
era come se stessi mangiando
pezzi di pane duro
ti ci accanivi perché duro
ma era buono
avevi fame di lui.

 
*

Si dice che nasce una perla
tutte le volte che un uomo e una donna
s’incontrano
Perciò le perle sono rare.

 
*

Come un chiodo
spuntato fuori
fui ribattuta a martellate.

 
*

La cagna
gravida senza amore
testarda non si muove.
Piuttosto perde il pelo
al calore artificiale
d’una stufetta familiare.

 
*

L’aveva inforcata
quando era una bianca puledra.
Ora la cavalca
la sua solitudine
in un lento galoppo
che non va verso il sole
che muore.
Fa il giro dell’isolato
e infila la chiave nella toppa.

 
*

Li ha fatti tutti lei i suoi cuccioli.
È stato bellissimo vederla.
Somigliava ad una dea.
Trenta cuccioli.
Dei padri manco l’ombra.
Ha fatto tutto da sola.
Altro che Lilly e il cane vagabondo!
Parti d’umana fantasia.
Le cagne, a differenza delle donne,
non deducono da un’accoppiata
una famiglia
da un estro l’Amore.
Adesso solo a vederli i maschi
Pachita digrigna i denti.

 
*

Non osa sollevare i suoi occhi
adesso da lì
dal suo corpo
disteso sul lettino.
Ha dovuto amputare parti di sé
per essere veramente sola.

 
*

Nella pioggia che frigge pensieri
nella tranquilla prigionia
fu tutto un fabbricare.
Tra gli addii.

 
*

Ci si llude sempre
sulla mano di dio
la mano amica
la mano di fata
Poi d’improvviso
sulla carcassa:
piacere!
Il colpo di grazia.

 
*

Tac tac tc
Tre scatti alla porta di ferro
Sente stanchezza
Qualcosa che le è morto dentro
Esce nel vicolo
Butta scrosci d’acqua
Come schiaffi sul selciato
Al mondo che continua.

 
*

Così
perde lo slancio
va a forza d’inerzia
l’universo
e non ha senso
scrivere una lettera ad un amico
il significato stesso della parola amico
ha contato le righe
sono dieci
righe di ostinazione.

 
*

Nell’indifferenza del traffico
la Venere di Botticelli
bucando i secoli
è giunta fino a noi
impressa su una lattina d’olio
esposta all’autogrill
la prendono i camionisti di passaggio
prima la pagano.
Poi se la guardano
come una puttana.

 
*

Io e la scrittura
andiamo avanti così
da troppi anni
Non troviamo il tempo
Non troviamo il modo
Non ci rispettiamo abbastanza
Non abbiamo forse il coraggio di rompere
Forse ci amiamo.

 
*

Scrivere è innaturale
a meno che non si sia gobbi, paralitici
o assolutamente poveri
scrivere infatti non costa niente.
Per ogni albero abbattuto
ci sono miliardi di fogli di cartastraccia
scrivere è un atto
di assoluta devozione all’albero.

 
*

Non disponendo di altri mezzi,
né d’altre tecniche, se non quelle infantili di
manipolazione fisica delle parole, come fossero
acqua e terra.
Scrive come parla.

 
*

La natura che miracolo è?
Il seme dei semi
per comando di chi
l’acqua produsse i pesci?
È un verme
la parola di dio?

 
*

Così non amavo gli alberi
non volevo sentire il frastuono
gli uccelli
che vanno vengono
non si sa se ritornano
per me che temevo di cadere
un uccello è una pertica
cadendo mi ferivo
rovo pupilla spina
bocca rossa
cuore spampinato
un cuore forte a pugno
giusto non è che un cuore
perda ali, petali, colpi.

 
*

C’era un’aria di morte
davanti ad un mare asmatico
una rondine se ne va
tremando nell’aria
un moscerino s’impicca ad un filo d’erba
il vento divora libri
devasta pagine
torna indietro.

 
Marisa Righetti è nata a Cosenza, nel 1947, dove vive tuttora. Ha pubblicato le raccolte “Via Aldini” e “Chimica sentimentale”. Quest’opera, “Lisa ama il blues”, raccoglie tutte le sue poesie.

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