ANTONIO BUX – 3 POESIE DOPPIE DA “NATURARIO”

Alberona panoramica 1

 

STRADA D’ALBERONA (fonti subappennine)

Le branchie spossate simulano
marroni sacerdozi lunari
col frantoio solenne a transumanza
e l’olio estinto in masse d’energia
rincorrere la nostalgia dove
non intorno all’essere ruota
di dimestichezza accelerando
inesperta al passo della libertà
l’eccedente moltitudine densa.

Se sapessi l’odore reale, la cima
profonda dell’aria quando scheggia
i prati minori e distende sul Tavoliere
la fiamma del bosco saprei grugnire
come un cinghiale davanti alla sua preda
e invece quando guardo quegli occhi d’infamia
soccombere alla spianata del picco scavato
ecco due ali in aiuto alla vista: e vedo un falcone
in picchiata sulla schiena della valle, non è reale
tutto ciò che manifesta nel sole, è campo di forza
una volta contaminata la luce, è stupore della vetta
che nessuno più piange in cielo né s’inchina sul pruno
ma passa con un faro e una scossa, vibrando di smog.

 
VICO DEL GARGANO

Uno sparo ha cambiato la corrente.
Non è stato il bosco ma il silenzio
scordato dei passi. Così il ranocchio
ha sentito l’aria girare, ed è impazzito.
E così tutti, insieme pazzi: la formica
più piccola della cava e il fagiano
cacciato dal lago e dall’ultimo cielo
il pipistrello squilibrato nelle onde
e poi la volpe e poi il bradipo e poi
il serpente rimasto alle squame. Ma
una profondità di campo non fa l’aria,
solo giova alla rosa, imputridendo.
Eppure, nato il verme, comincia
la raccolta. Nato il verme è la pace.
Ma uno sparo sconfigge l’aria e la rosa
col verme impazzisce dal botto. Però
ora la sera non spara. Ora è severo divieto
sparare. A meno che da un rumore
invisibile nasca un nuovo cecchino.
Forse l’uomo, sbagliando bersaglio.

Noi che non abitiamo i paesi,
ignoriamo la stirpe del borgo
una volta valicati, avvertendo l’intralcio
salatissimo. La sottospecie vivente
mai umana, è l’avviso: i muri sintetici
il nostro sonoro, di branchi e di grigi
ascoltati all’unisono. Non è un’eco
sostenibile. Ma in paesi come Vico,
dove il bianco è del sole, nasce ogni ora
una luce palindroma. E nessuno più è vivo.
Qualcosa al di là respinge. Ma la cinta
antica dei morti, costringe a restarci.

 

CONTRADA CICERONE (San Marco in Lamis)

Ho parlato ad un ulivo:
è cresciuto, mi ha detto,
un certo cielo, un po’ strano
è venuto a contatto; non
mi ha fatto del bene.
Ora duplice colora, ora chiaro
ora verde ora è quasi ombra
che in me si contiene. O forse
solo cuore spezzato di un sempre
innaturale o dell’oliva strappata
al familiare fegato del tutto?
Ne fuoriesce, esagerato, un chicco,
una stilla di nettare accecato.
Ma scomparso nella specie
non nato fa linfa, sulla mesa
della terra come un seme
di paura e dopo in pioggia
spruzza un cielo più solo, differente.
È la puglia che trascura, con il sole
questo tempo ma è ancora, a macchia
il vento di un virus, creatore di un buco
nostalgico d’albero, questo tempo
in me che non vedo mangia
il suo frutto più amaro, e apre
dentro noi un cavo, un suo succo
di perenne a sottrarci.

Le filiere abbandonate tra gli orzi
i gufi di pianura con gli spaventa-
passeri umani strappati
a morsi dal vento e dai doppi
filari tra le viti rotte gli spazi
della borragine. E non è tutto.
Un muro a croce maestro
dove filtra una luce di sonno,
vertebra della terra insegnando
che una montagna nasce vecchia
se guardata dall’alto. E nemmeno
questo è tutto. Le mani nei pozzi
tirare fuori acque invisibili, tra i denti
di pani spezzati senza moltiplicare
nessun pesce solo cactus di soli
sterrati. E cani guardiani di mosche
ferme nell’aria dove crogiola il fuoco,
tra sentieri vipere lì vive ancora
il topo viandante africano. Lombrichi
di occhi e formiche pensieri questo
è tutto. Deserto moderno a portata
d’uomo. E anche fosse davvero tutto
questa specie di paesaggio cresce
altrove la stessa pianta il rovescio
frutto della mano. Un cielo calpestato.

 

3 poesie “doppie” di Antonio Bux tratte dall’inedito “Naturario”

nell’immagine: panoramica di Alberona (Foggia)

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