ANTONIO BUX – POESIE DI GIUGNO (DALL’INEDITO “ESSERE MENO”

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Cari lettori,

Giugno è appena cominciato (siamo ancora al 6 del mese), ma io ho già scritto poesie. Era un po’ di mesi che scrivevo poco, peccato. Stavo riuscendo a zittirmi. Eccovi alcune poesie di questo Giugno 2015, appena iniziato, forse mai per davvero.

Bux

COME L’AMORE

Come l’amore, cosa prova dentro
se poi cresce di sbaglio, troppo
ma non in sé, questa domanda:

come voler amare non vedendo
che il confine è ogni amore se  
smarrito già, oltre la propria fine
è sempre così? Ma come volerlo in sé

di più ancora, senza prossimità eppure
proprio dentro la vita; ed è amore
che spegne ovunque, ma non in noi,

è nessuna gravità, o solo eterno
tutto che lotta ancora, amando
ciò del lontano, l’altra sua solitudine.


PER CHI NON SA

Per chi ancora non sa,
per questo si dice
se da un lato scampa
o se è solo pioggia
di ognuno, si dice
così: che tutti
sanno rasserenare,
una volta più esposti,
tutti scoprono il chiaro.
Ma non sempre è risvolto
del chiaro la sottigliezza,
o la vaga coscienza
senza più meta. Ed è
ciò che comunque si sa
ricevente da sempre: l’onda
inferiore, vuota riunendo.


PER QUESTE COSE CHE NON SO DIRE

Per queste cose che non so dire
che dico ciò che sono. È fragile
o solamente un ritorno alla prima
stella effimera. E senza cielo,
senza nero che perseguita. Allora
scrivo con l’ombra la difficile
frase del sangue. Anche se troppo
buio, il buio del cammino mi trova. Buio
che solo sa diventare; e pare nero come
una volta, coi sassi sempre più aperti.
Queste strade, svoltate al destino.
Ma io scrivo per occhi di pietra.


LA SOLA AZIONE

Partire o prima diventare
partenza di ciò che si dice

ecco la sola azione

abbandonato il tepore
delle fiamme vicine:

lasciarsi andare
distrutti a metà.


È COME SE TRA VOI E ME

Io non sono qui tra voi.
È come se tra voi e me
ci fosse un altro, più vostro,
e che anche questo qui
che io sono adesso
non sia altro che una parte,
di me che mi penso solo
di essere, per voi.


E ANCHE CIÒ CHE VEDE HA UN CUORE

E anche ciò che vede ha un cuore,
una mente aperta, la sera; e forse
questo è tutto. Quando già cresciuto
il mondo torna a vedere, e vede ancora
vivo qualche vegetare, nell’oro imperfetto,
e il colore impietrito: succhia senza paura
l’anca invernale, e la spalla più lunga del
ragazzo teso al tramonto; che non finisce
mai di indossare se stesso. È un universo
sporco da sempre, nutrito di feci ancestrali
che ora nutre e dà forma, e osserva daccapo;
universo malato di sé, che si piange una volta
e incomincia dal cuore, se sente, dal ragazzo
che smette, la sera. Ed è questo ciò che vede.


+++

Sono andato a trovare mille morti.
Le tombe la domenica respirano,
escono fuori dalle grate i bianchi,
le comprensioni di tutte le terre
e la fatica di morire; com’è duro
sapere che si muore a fatica,
che la gente affatica la morte.
Ma tra i marmi spogli e gli
androni, tra le curve anchilosate
e gli alberi neri, è più faticoso
del tacere la morte quando
muore con nessuno. Allora
questi mille sono uno, ed io
con loro, mi vedo a morire
e sono solo, e stanco infine. 
GIUGNO È GIÀ OMBRA
Giugno è già ombra. I fiori che
ho dimenticato, ora profumano
le stanze invisibili, ora che il fiore
più grande è richiuso e mi tiene
come speranza strappato alla terra.
La terra che non sboccia da sé, il
seme profondo già sterile se torna
bisogna imparare a crescerlo soli,
e ad ogni spacco del suolo cadere,
ed essere vermi, e in ogni voragine
vicina sorridere per la diversità
della luce, o piangere se il sentiero
si fa uomo. Che uomo e verme
si uniscono alla fine, una volta
che tutto intorno si è seccato.  

SCRIVO POESIE PER POCHI

Scrivo poesie per pochi
attimi, per istanti
di cui pentirsi, mai
per la voragine mai da solo
ma con molti demoni
invisibili e amici.
Scusatemi se io
vi scrivo ed è questo. 

SCOPERTE

Ho scoperto la maschera
di Dio piangendo.
Ma ho scoperto anche
il sorriso
di tutte le mani
che ho avuto contro.
Le mani sorridono se
le hai contro e
la gente vuole scoprire
questo: Dio e le mani
senza più maschere,
o il pianto e il sorriso
di chi spinge invisibile.


QUESTO PAESE DI CUI VIVO

Questo paese di cui vivo
non vive di me. Questo
paese è una pozza
di promesse. Ma l’acqua
è già affogata. L’acqua
è la gente che beve,
la gente che ha fame
ma mai di pane. Qui il pane
non manca, qui piuttosto
a mancare è la terra
dove andare a stare tutti
più vuoti e leggeri.
Però noi ci viviamo
in questo paese anche
se il paese non vive
più in noi. Questo
paese che ormai
è una laguna asciugata.
Noi siamo questo, le nuove
lacrime del letto di un fiume
che non c’è. Anguille fossili
fantasma. Ma siamo anche
le reti dei pescatori assiderati,
rimasti fuori dalla corrente,
fuori dai giri dei salmoni. Noi che
continuiamo a pescare un mare
che non è nostro. Ma in questo
paese il pesce si vende, ed è
salato, è come la morte.
In questo paese a morire
è la gente, che senza paese
non sa più dove andare.


POTERE CONTRO

I fanghi extraterresti modellano
il passato sembra fatto di scorie
più adulte e in queste crescono
le diminuzioni del pensiero è vero
siamo come cristalli che si sciolgono
se impoveriti dalla durezza la nostra luce
conserva solo in un fondo lo splendore
ma se si specchia prima del tempo
il baratro della galassia ecco aumenta

GIUGNO DUEMILAEQUINDICI

Come mai si vive ancora, a Giugno duemila
e quindici, nonostante i millenni. Ora è rimasto
solo Giugno e conserva i suoi specchi, col caldo
serviranno. L’estate è il senso di colpa più
luminoso del mondo, l’hanno progettata così,
con tre soli al minuto, che se la provi a ingrandire
la terra dal suo fazzoletto, corrompe luci
di molecole tra le sudate. Ma ogni estate
ci riproviamo, a zittire parole tra i pascoli
e le calendule, e puntualmente falliamo
il vento, e nel calore assiderato il peso
specifico. Ma spostiamo palpebre amiche
ogni estate le sbianchiamo, ogni estate arriva
a noi la risacca. Ma in questo Giugno cibernetico
le astronavi sono poche, i fantasmi spingono
lo stesso. L’universo non si apre ma fa caldo
da qui a Saturno. E nemmeno a scrivere si fredda
l’idea, nessuna Siberia scioglie questi ghiacciai.
Penso proprio che sia l’ultimo Giugno, dopodiché
sfascerà il tramonto ogni giorno, cercando pangee.

immagine: Chagall

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