ANTONIO BUX – TRADUZIONI IN INGLESE DI GABRIELE POOLE PER “INVERSE: ITALIAN POETS IN TRANSLATION” (JOHN CABOT UNIVERSITY PRESS, 2015)

INVERSE FOTO

Queste mie poesie, tratte da “Sistemi di disordine quotidiano”, hanno fatto parte della biennale 2014/2015 del Festival “InVerse: Italian Poets in translation”, curato per la John Cabot University di Roma da Berenice Cocciolillo, Rosa Filardi e Brunella Antomarini. Nel 2015 viene pubblicato, per la John Cabot University Press, il libro contenente i testi di tutti i poeti partecipanti e inclusi nell’antologia bilingue. Sono inclusi, nell’antologia, testi dei seguenti poeti: MARIO BENEDETTI, NADIA AGUSTONI, ANNA MARIA FARABBI, GIACOMO TRINCI, IDA TRAVI, BIAGIO CEPOLLARO, GIULIA NICCOLAI, ANDREA INGLESE, ELENA BUIA RUTT, ANTONIO BUX, GIAN MARIA ANNOVI, BIANCA MADECCIA, BIANCA MARIA FRABOTTA, ANTONELLA ANEDDA, MARY DE RACHEWILTZ, ROBERTO DEIDIER, MARIANGELA GUATTERI, GIAMPIERO NERI, UMBERTO PIERSANTI, LUIGI DI RUSCIO, ALBA DONATI, FRANCO ARMINIO, STELVIO DI SPIGNO, PAOLO FEBBRARO.

I miei testi sono stati tradotti da Gabriele Poole.

(IN COPERTINA: MANIFESTO DEL PRIMO APPUNTAMENTO DELLA BIENNALE, TENUTOSI NEL 2014 A ROMA, PRESSO LA JOHN CABOT UNIVERSITY) 

*

“L’origine della forma è prima
ancora della forma: si sottrae
dall’ombra, muta destinazione,
non più luce, neanche fiamma,
bensì procede per eliminazione:
toglie dalla visione l’irreversibile,
sceglie l’invisibile nella divisione,
dove il corpo oggetto si calamita
all’attrazione che il buio espande
quando più non vede né morte né vita
ma solo lo specchio di qualcosa più grande”

Ho scoperto di avere
una lucciola nel ricordo.
La riesco a vedere
solo di notte, quando
tutto è senza memoria.
E invece la lucciola cresce
tra le tenebre a intermittenza,
mi mostra una parte di me,
quella meno densa. Ma poi
la lucciola muore presto,
si fa pensiero, prima dell’alba,
quando è futura la certezza,
e di ogni cosa si osserva la fine
dell’ombra, la metà ricoperta.  

**

“The origin of form lies
before form, it is subtracted
from the shadow, changes destination,
no longer light, nor flame,
it proceeds instead by exclusion:
takes from the vision the irreversible,
chooses the invisible in the division,
where the object body magnetizes itself
towards the attraction that darknes expands
when it sees no longer neither death nor life
but only the reflection of something greater”

I discovered I have
a firefly in my memory.
I can see it
only at night, when
everything is without memory.
And instead the firefly grows
in the shadows intermittently,
it shows me a side of mysefl
the least dense one. But then
the firefly dies early
turns to thought, before dawn
when certainty is in the future,
and one observers the end of all things
in the dark, half covered.

*

“Di livelli, sono piene le onde.
Guarda il mare, così terrestre.
Quasi un tappo, che preme l’atmosfera
la chiude a cielo. Un rovescio nella porta
del mondo. Col solo rumore non si apre.
Ma così dura appare la finestra sul fondo,
che l’acqua riempie il respiro tutto, e ascolta
dal profondo della superficie, un dilatarsi di voci
mentre nell’azzurrarsi delle cose, l’orizzonte
sospinge la marea, il risalire dell’ultima risacca”

Ora che l’acqua e la polvere sono
la fanghiglia del mio ventre teso
nello sconquasso brutale della materia
avverto la minima immersione del luogo
nelle voci assorbite dal flusso intermittente
graduale del moto, dal riverbero del corpo
l’autonomo scavare dell’ombra sulla sabbia
nell’immersione minerale – vellutata marina
ghisa oltre corrente – bagnando all’impatto
dove l’acqua è impermeabile al gesto
l’interno melmoso del flusso
nell’abrasione dello stacco dall’onda
che spinge verso il centro
nel fondo del nucleo più azzurro.

**

“Levels, waves are full of them.
Observe the sea, so terrestrial.
Almost a plug, that presses the atmosphere
closes it into a sky. The reverse of the doorway
of the world. The noise is not enough to open it.
But the window in the background seems so hard,
that the water fills all the breath, and listens
from the depth of the surface, the expansion of voices
while in the bluing of things, the horizon
drives forward the tide, the return of the last backwash”

Now that the water and the dust are
the mud of my tense stomach
in the brutal upheaval of matter
I perceive the least immersion of the place
in the voices absorbed by the gradual
intermittent flow of motion, by the glare of the body
the autonomous digging in the shadow on the sand
the mineral immersion – velvety marine
cast iron beyond the current – getting wet in the impact
where the water is impermeable to the gesture
the muddy interior of the flow
in the abrasion of the detachment from the wave
that pushes towards the center
in the bottom of the bluest nucleus.

*

Esordiremo al di là. Non importa
se sarà la vanga o il piccone
del verso, ciò che inciderà
la traccia dell’abisso. Lì troverà
l’universo la sua precipitazione.
E del resto, ben poco si alzerà
dal fuoco incavo del mezzogiorno
e niente muoverà l’ombra del masso
neanche l’aria dal ventre mutando
il solco del prossimo sotto la terra;
ma più denso il cammino, guardando indietro:
un feretro di vetro per ogni sguardo rifletterà
la scritta fragile, l’indicibile interno, l’incudine
senza peso, dove galleggiando sprofonderà l’ago
del nostro vincolo. Ma noi non verremo a bucare
l’angolo più sicuro del giorno: piuttosto cuciremo
la morte ai suoi strappi, portandone la ferita sorridente
nella condivisione del graffio, la solitudine della difesa.

**

We will debut in the afterlife. It doesn’t matter
whether it will be the shovel or the mattock
of the verse, that will carve
the trace of the abyss. There shall
the universe find its precipitation.
And, after all, not much will rise
from the concave fire of midday
and nothing will move the shadow of the rock
not even the air from the belly altering
the furrow of the next under the earth;
but more dense the journey, looking back:
a glass coffin for each gaze will reflect
the fragile writing, the internal unsayable, the weightless
anvil, where floating the needle shall sink
of our connection. But we shall not come to puncture
the safest corner of the day: rather we will sew
death of its tears, carrying its smiling wound
in the sharing of the scratch, the solitude of the defense.

*

Ci vuole grande ragionevolezza
ed un volo molto basso
per dire tanto con poco come
quando il picchio staglia la corteccia
dell’albero per mangiare il verme,

e non solo avere tempo di sistemare
due pagliuzze su un nido abbandonato
dallo stesso picchio rimasto orfano del becco.

Che poi il verme
a cosa serve,
se non a digerire
tutto il tronco già marcito
nello sfrondare precedente,
quando, per scovare il verme,
il nostro picchio dimenava
duramente il becco cieco
senza accorgersi che altri vermi
nel frattempo rosicchiavano la sua lingua
e gli entravano furbetti giù nel fegato.

Perciò ci vuole grande acume
nel mangiare dentro il piatto altrui
senza lasciare che la foga
prenda solo il piatto e lasci il cibo
incolume per la bocca
di quell’altro o di chi per lui.

**

You must be very reasonable
and keep a very low profile
to say a lot with little like
when the woodpecker outlines the bark
of the tree to eat the worm,

and not only have time to arrange
a couple of straws in a nest abandoned
by the same woodpecker orphan of is beak.

Besides what’s the use
of the worm
except for digesting
the entire trunk already rottened
during the previous sheeding of leaves
when, to dig out the worm
our woodpecker roughly
agitated his blind beak
without realizing that other worms
in the meantime nibbled his tongue
and naughtily entered down in the liver.

Therefore you need great foresight
to eat in the other person’s plate
without the  frenzy causing you
to get only the dish and leave the food
unharmed in the mouth
of that other one or his stand-in.

*

“Si vive divisi in due
– prima e dopo la vita
sempre è un altro che vive –
quando invece a morire
è un doppio che precede,
come se morisse due volte,
prima la vita e poi la morte,
con l’essere nel mezzo,
un doppio che si dimezza,
come mai nato, a metà,
come se fosse il doppio
solo la sua morte”

Arriva sempre il mio pensiero
in ritardo rispetto a un altro
pensiero che prima di me
muove un pensiero e che forma
il mio pensiero quando lo penso.

E quando mi muovo c’è sempre
un altro corpo che si muove
molto prima di me indicando
il giusto vuoto dove finirà
il mio corpo poi muovendosi.

Come quando entrando
in una stanza subito scopro
che già vi ero dentro
prima ancora di esservi entrato.

O che, parlando, io dica già
parole dette poco prima
allo stesso orecchio
di rimando, nel suono a specchio
che ascoltando mi parlava.

Per questo, forse, non potrò
morire prima di me stesso,
dato che sarò già morto
prima ancora di finire sottoterra,
e piangerò me stesso tanto quanto
altri sconosciuti lì con me sparendo
mentre mi accompagno al camposanto.

**

“You always live split in two
before and after life
always someone else who lives –
instead when dying
it is a double who goes ahead,
as if dying two times,
before life and before death,
with the being in the middle,
a double that divides in two,
as if never born, in half,
as if he the double
were only the death”

My thought is always
late compared to another
thought that before me
moves a thought and forms
my thought when I think it.

And when I move there is always
another body that moves
way before me indicating
the righteous void where my body
will end after, moving.

As when entering
a room I immediately discover
I was already in it
before entering it.

Or, speaking, I already say
words said shortly before
to the same ear
in response, in the sound a reflection
that listening spoke to me.

On account of this, perhaps, I won’t
be able to die before myself,
since I will be already dead
even before going underground,
and I will mourn myself as much as
other strangers there disappearing with me
as I walk myself to the graveyard.

*

Maledizione, proprio quella che muove
sotto la camicia a quadri. Non pizzica tutti
ed è un’esclusiva per pochi, avercela dentro.
Se la lavi, non ti riesce di sbiancarla, rimane nera.
Pronta ad una prossima centrifuga, anzi, si tiene tesa,
cammina pari alle ossa, si imprigiona al passo della cute.
Maledizione è dunque saperla misurare appena
ma portarla comunque stretta, tra le cosce in disordine.
Di fronte come una falsa riga, si mostra a intermittenza.
E allora si resta nel turbine, vestiti di sola freschezza,
ci si ammala del grigio, una gradazione troppo sottile
per far impallidire il futuro. Perciò maledizione è comprare
un abito vecchio e progredire nella polvere, fare l’acaro
rosicchiando la morte, ché per nascere bisogna rinchiudersi,
stiparsi presto nelle cose, e fiorire d’inverno, da neve di niente
sbucando tra le stoffe più pregiate, come un capo dimenticato.

**

The curse, precisely the one that moves
under the checkered shirt. It doesn’t bite everyone
its a prerogative of the few, having it inside.
If you wash, it doesn’t come out white, it stays black.
Ready for the next spin-drying, in fact, it remains tense
walks along with the bones, enprisons you in step with the skin.
The curse is therefore being barely able to measure it
but carrying it tightly nevertheless, between the disorderly thighs.
In front of a false line, it shows itself intermittently.
So you remain in the whirlwind, dressed only in freshness,
you fall ill of greyness, too light the percentage
to turn the future white. So curse is buying
an old suit, and progress in the dust, playing the mite
nibbling at death, since to be born one must lock himself
find a place soon among things, and blossom
in the winter, in the snow of nothing
popping out among the most precious cloth,
like a forgotten item of clothing.

*

“C’è un gatto dietro le sbarre della mia finestra
(come un’ombra dissimulando una libertà provvisoria)
dentro il dentro, ché fuori non esiste se non qui
qui è fuori, l’altrove che si pensa ma non si tocca
quando poi il gatto corre via, e la sbarra si assottiglia
come l’occhio sulla forma, fugge via per non vederla”

Si pensò la luce prima ancora che si potesse vedere:
un sogno più chiaro, oltre la veglia
dove il buio tesse coi suoi ragni.
L’esistenza è un filo riavvolto più e più giorni
all’uovo di legno della morte. E tu non fai che girargli
a vuoto tra le dita, bucando la pelle nel contatto.
Essere punta della cruna dunque
significa stare alla base del disegno, dove dal cerchio
della casa come un dado, il tempo rotola sul pavimento.
Tuttavia non è propriamente un gioco, ma un traguardo
quel mondo lontano che si lotta
mentre il sogno resta a guardare
due birilli che barcollano, molto prima
che la sfera stia per cadere.

**

“There is a cat behind the bars of my window
(like a shadow dissimulating a provisional freedom)
inside the inside, since outside it does not
exist except herehere is outside, the elsewhere that one
conceives but never touches
and when the cat runs off, and the bar gets thinner
like the eye of the form, runs off in order not to see it”

The light was thought before you could see it:
a clearer dream, beyond the wake
where darkness weaves with its spiders.
Existence is a thread wrapped day after day
around the wooden egg of death. And you
do nothing but go round without aim
between the fingers, puncturing the skin
where you touch it.
Being the point of the eye of the needle therefore
means being at the base of the drawing,
where from the circle
of the house like a die, time rolls on the floor.
Yet, it is not a game, as much as a goal
that faraway world that fights, while the
dream watches on
two ninepins that totter, long before the
sphere is about to fall.

**

“Ciascuno indossa un mese
nello sguardo, la porta di ogni era.
Io, di mio, trascorro nell’ottobre
la stagione chiusa, la cromosfera
di ogni giorno, quando entro dentro
nella punta dell’anno, come un magnete
che mi avvicina alla fine del calendario
senza percepirne la gravità dei secoli,
e più non so la meta iniziale,
la data dalla quale rientrare”

È possibile deviare il percorso, fare un decorso
a retrocedere: perdersi prima della nascita; poiché
tutto nuota dentro, sproporzionato nel nucleo
un’onda diagonale (ché non taglia dal centro, anzi
schiuma solo ai lati, fa una pozzanghera nell’angolo)
perciò dell’acqua si ignora la lunghezza ma non la forma:
si conosce l’esatto frizzare della bolla, il gorgo a sorprendere
— del tuffo — il buco che rimpiazza. Dunque si fa come un lago
parlando: un discorso a specchio, dove quell’altro che muove
la superficie non pensa, tirando il sasso parola, non si tienea galla
(quindi tutto è destinato ad affondare, ché riemerge solo una
sponda e non l’intera isola); sprofonda come una nave: con la morte in poppa.

**

“Each one wears a month
in his eyes, the doorway to each era.
I, for my part, spend within October
the closed season, the everyday
chromosphere, when I go in inside
in the tip of the year, like a magnet
that draws me towards the end of the calendar
without perceiving the burden of the centuries,
and no longer do I know the initial destination
the date from which to return”

It is possible to deviate the course, flow
upstream: lose oneself before one is born; because
everything swims inside, a disproportionate nucleus
a diagonal wave (that does not cut from the
center, indeed it only foams a little on the
sides, makes a puddle in the corner)
therefore of water we ignore the length but not the shape:
we know the exact frizzing of the bubble, the surprise whirlpool
— from the diving — the hole that replaces.Thus a sort of lake is created
when we speak: a mirror speech, where the other who moves
the surface does not speak, casting the word stone, does not stay afloat
(therefore everything is destined to sink, since only the shore re-emerges
and not the entire island); sinks like a ship: with death in its sails.

Poesie di Antonio Bux tratte da “Sistemi di disordine quotidiano” (Achille e la tartaruga edizioni, Torino 2015); ora anche in “InVerse 2014/2015: Italian Poets in translation”, a cura di Berenice Cioccolillo, Rosa Filardi e Brunella Antomarini, John Cabot University Press, Roma 2015)

Versioni in inglese a cura di Gabriele Poole.

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