ANTONIO BUX – 10 INEDITI DA “LA VOCE NEMICA”

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COLORE DEI CANI

Vorrei piangere con i miei amici
almeno una volta essere come loro
al fischio della chiamata. Così
da perdermi l’esecuzione
ogni giorno, quando i miei cani
diventano neri e se ne vanno
senza più strada. Ma gli amici miei
piangono dopo, se poi rimangono
un po’ più da soli, i loro cani
ancora al guinzaglio, questi lo sanno
di che colore è la fuga.

 

UNA NOTTE SOLA

Ogni volta che passo il varco
della notte, una solitudine mi vede
espandere un’altra notte precedente,
ed è un futuro a non promettere
più niente, a tenermi così stretto
ai miei luoghi ciechi; eppure io
così cieco vedo quel luogo dove
qualcosa vive, ma sento nuove vite
in cui ero già stato; e forse non è tutto
vero ciò che cresce, forse continua
solo per distanziarsi; forse è crescita
bugiarda ciò che nasce o per davvero
l’unica risposta il buio più dentro; forse
è scia che non centra l’energia o il vento
attraversando corpi ottusi forse è scia
di un’altra vita che poi cambia tutto: viene
e non restituisce, la scia ciò che fulmina
la notte; viene e non rivive me più di una
volta, la notte viene in me e non mi vive
solo una volta, ma viene sempre la notte
e perde me da quella volta, da sola viene
dentro me la notte, senza di me a vedermi.

VENTO PENSIERO

Sapessi vivere, sceglierei la morte.

Poter riavere cent’anni
indietro e migliorare il giorno
e fino a notte emigrare
emigrare lentamente negli occhi
sonori, nel saporito vivente; e poi
sgranare al primo tocco le luci
più buone di ognuno, e fare sogni
nuovi e disegnare tavole piene,
un giusto geometrico per tutti…
Oh, come sarebbe strano dare
ancora prove, mettere compassione
nella memoria della moltitudine,
eppure è così breve sapere,
così sottile la linea che non divide…
L’esistenza scuote chi si ferma,
chi non vuole la pietra del destino,
ma così pieno il tempo per vivere
che è già vento il pensiero.

 

DEPRESSIONE SOLARE DELLA SPECIE

È arrivato presto il rifiuto della
nebbia. Tagliata via, la foglia
ghiandolare, prima del sussulto
verde ha estinto con sé la mano,
ha distinto il rumore delle vigne.
È diverso dal misero muro vicino
del lamento, scricchiola meno
dalle orecchie rapaci dell’ascolto,
fluttua meno fibra nel suo vuoto.
È una calamita, forse, ventosa
lisergica ciò che spinge ad amare
un solo corpo una sola volta e forse
una sola mente. Ma la depressione
solare della specie colora i bulbi
di ogni amore che si placa, proibito.
Succosi fiori mentre baciano l’edera
sbagliata due amanti fanno a gara
nello sciogliersi corallino delle lingue.
Butano sopraffino, elio nervino capace
di stritolare parole appena sussurrate
nella veglia delle mani. Sfiorarsi, allora,
pretendere il sapere, è pelle non ancora
pronunciata. Tornato antico, il nome è due
sfingi che si accecano, senza più tramonto. 

 

CUORE TRAPEZIO

È caduto un sole poi un altro poi
un altro ed è stata una scala di buio
a prolungare strade di uomini bilico.
Ma chi ha osato cedere l’equilibrio ora
cammina penzolando sulla corda
più alta, e una luce lo guida senza
corpo in piattaforme ballerine. Ma che
ne sarà dei chiodi fissi per quelle menti già
troppo conficcate alle funi, che ne sarà di
quelli che hanno appeso ai ganci il pensiero
tralasciando in esso la possibilità del balzo?
L’affondo prolungato è ciò che allenta la presa
del maligno. Ma pochi staccano, pochi fanno
dell’esercizio mentale con le apnee di più mondi
altrui. Quasi tutti fermano nella ruota principale
l’ingranaggio senza destino, la sola vera molla.
Già li vedo, marmellate balbuzienti, chiedere
elemosina al vetro della forma. Ed è davvero
un peccato si spengano vite così, tremando
in un bocciolo di tempo, è un peccato circolare
lasciare l’odore dell’inizio senza nessun fiore
di comando, senza nessun cuore lì a trapezio.

D’IMMAGINE MIGLIORE

Ho immaginato di avere: una casa
e il fiore della casa e una donna
con accanto un mestiere
solo per me e nel bacio
la morte del frutto e il colore
saporito dell’erba, la mia fronte
cresciuta per lei e ancora e ancora
senza mai fine, l’aria fidanzarsi
negli sguardi e ossidarsi un pensiero
sarà vero, sarà vero…ma l’occhio
è cresciuto per poco, è tornato
bambino cristallo si è rotto
il mio occhio immaginario
immaginandosi troppo ma non c’è
più nessuno che piange
per me nessuno a cui tendere
la mano…sarà vero, sarà sogno
più vero svegliarsi e guardare
nel vuoto se il vuoto è lo sguardo?
Ho immaginato di avere: qualcosa
da guardare, una mano cresciuta
sul cuore una mano più grande
pensare per me, la mia vita
veramente stretta nel pugno; ma
ho immaginato lo stesso, qualcuno
con me a immaginare, più niente
se niente è reale, se io vivo di questo
per te che non sai immaginarmi.

FULMINE COME APPESO ALLA BONTÀ

Se per uno stormo di uccelli si bisogna di un
coltello dalla parte del manico, allora punto
duro all’energia dell’angoscia o all’ancestrale
energumeno che mi sogna ogni volta da una
porta invisibile. Ma è accanto, ancora di più
del vicino buio un sentore divino, quando nelle
spine più prossime vi è un solletico ma non si
ride mai per la foga polverosa. Si espande invece
a iosa quel nostro posarci mano nella mano ora
rischiando le ansie del prossimo ora insultando
quel suo tributo; e sempre manca qualcosa dove
ad imbuto vive ciascuno la propria faccia o sulla
porta dell’esilio quando la lauta ricompensa è solo
un barbaro risarcimento; non vorrei insistere però
è una stretta consolazione ricavare ramarri o gechi
di vento da statue precedenti messe al sole per due
cloni scolpiti a tradimento nel fuoco del meridione. Ed
ecco la deriva dei nostri nomi, serve a questo forse a
rintanare lo sbaglio delle intenzioni e dirci meglio fuori
ogni occasione se per parola non migliora la pronuncia
è bene che si leghi amore al massimo o una prigione finta
nella nebbia dell’abbraccio, fulmine come appeso alla bontà.

 

INVETTIVA

Ho nostalgia delle cose inferiori,
o interiori messe a preventivo
dopo di me. Che maleducazione
scrivere poesie solo per contrastare
l’insonnia della veglia. Potrebbe morire
chiunque nel mentre di un verso scagli-
ato male all’orecchio del bivio. Ma io
voglio un sonnifero che sia solo parole,
solo parole e bastimento, con balaustre
storte tese contro il mare, a gridare forte:
“perché ci sei ancora sotto, con le dita
mozze, riesci a camminare?”. Ecco che
si fa fatica a togliere, a togliersi dai denti
la stalattite cosmica, l’intelletto bianco;
è bianco l’intelletto se ci pensi, mostra
solo una luce prossima. Faccio schifo
se parlo, riesco solo a vedermi ridere.
Perle nascenti, il putrefatto colora meglio
i solchi dei sorrisi, le labbra prostitute.
Allora mostro i denti peggiori, colonne
d’Ercole umiliate dai venti. Così vedo
barche ancora spoglie e un sole rotto
in mezzo ai fori dell’aria, e tre le mie
fini: quando sono nato, perché ora
se adesso muoio, e dopo che morirò
sbagliando testamento. Nessuno vivrà
scrivo, nel pensiero di un’onda cresciuta
poco. Allora vivere a dirotto, allagare, allargare
chi si sente stretto alla sua fune. Basterà forse
sommergere qualche chimico bonsai tra le mani
spente o tra le forbici adulte per far nascere
vulcani gentili? Scrivere: la carta straccia vale
più del mio digiuno metrico. Se solo lo ricordassi
scriverei: non ricordo più dov’ero, se sono qui.

LA MENTE SENZA SOLSTIZI

Non pretendo del mondo il morbo
del volo durato poco. Piuttosto il
gioco trascorso invano, nel fuoco
del vero oscuro, al tempo già stato
nuovo, poi mica tanto. Che pure ora
inventato il luogo, ferma comunque
nell’occhio millenario, segreto il ritmo
del suo ritorno. Perciò è nero disperso
dopo, la pelle del seminato, terreno
interno di un solo solco. Cosparge di
semi vuoti, la mente senza solstizi.

LA VOCE NEMICA

Giorno dopo giorno già scritto
il libro di ognuno è verità
perché non letto. Ma riposa
tra i margini, lontana
la voce nemica, chiama perfino
flebile il silenzio. Chiuderla
è dire tutto.

 

10 inediti di Antonio Bux da “La voce nemica”

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