ANTONIO BUX – 10 POESIE DA “LA VOCE NEMICA”

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NOSTRA OSCURA PIETÀ

Si può vivere un solo istante senza dimenticare.
È stata la neve caduta una sola volta,
una prima foga dove la nebbia ha aperto l’aria.
È stata coscienza smarita per troppo corpo.
Lì fu una calma imprevedibile a sussurrare
che contro lo spazio non c’è limite più chiaro.
Che serve l’esilio a chi si sente peggiore. E che
fa male a nessuno precipitare, conoscere il vento
da una fissità dell’uomo, capire prima dell’erba
il declino della terra; se questo fosse tutto,
se fosse più semplice ricordare non sarebbe sangue
la mente abbassati gli schermi, non finirebbe il sorriso
senza più sole non vuoterebbe le mani contro il tempo,
no. Ma cresce qualcosa, oltre il destino una verità
fuori la volontà perduta, cresce e ci esiste sparendo.
Cresce e sparisce, come un pensiero d’amore, la vita,
sa che cambiare stanca, così vede l’essere alla sua fine.
Noi una volta lo sapevamo. Ed essere stati più piccoli
della diversità, più piccoli e soli nell’andarci di fianco
è ora la scure vicina, e non taglia, protegge chi ignora
facendo. Ora è scure aprendosi il giorno, nostra oscura pietà
e senza ritorno ci manca, ci sfiora solo una volta, dimenticando.

 

CHIMICA IN ASCOLTO

Vedere il flusso dei campi
muovere tempie col grano

apre la terra retroattiva
al primo dio dimentica

il dolore fertile di sé
poiché aumenta lo spessore

nell’aria conosce
le trasparenze del vento

sa del boschivo umano
avanzare sa che non è

sola ma parte mancante
aprendo gli occhi nel giallo

innocuo sfibrato la vastità
questo fiato osservato

sparendo dalla bocca
è chimica in ascolto

di mondi decentrarsi.

 

DIO INVOLONTARIO

Dio è involontario: passata
la sua volontà di mano
in mano resta una corda

Pochi sanno come sia prossimo
questo significato: guardare non toccare
l’artificio del dubbio, e finalmente
spegnersi sempre. Ma da una zona
più a sud di noi, inventare una tomba
buona a lievitare, una fatiscenza di roccia
è sapere la visione, oltre il selciato
del corpo. Quel muro solo, più spesso
muro di bisogno è cadere. La promessa
misurata, cadere è stato esserci
fino al taglio del sorriso, un destino
giocato di spalle, col nemico
in attesa trasparente.

 

PIETRAIA SONANTE

C’è per tutti un bosco
di pietre a salvare
e una traccia di fiori
e un orto indifeso
dove annaspano
frutti consapevoli.
Con nessuna pazienza
chi osa perderne il segno
di ciò che pietrifica e scheggia
o di ciò che ferma nel sangue,
che sia la misera conta dei vivi
o un equinozio di corpi girati fa male
aprire la mano già adulta all’inerzia
del seme pensato. Il campo coltiva
da solo l’affanno dei vermi. Coltiva noi
fuori dal cerchio dell’aria, seccando.

 

FONDAMENTE

Cieli grigi di metallo finalmente
spiegate strani perché di dosso
il midollo cresce estenuato contro
al corpo cementificato del digiuno
come da voi stessi mangiato a interno
l’inquilino superiore con la moglie morta
nutre il figlio uccello colto sul granito dello
scalino precedente una sera cancellando
giardini limitrofi dove riposavano fantasmi
ora che chiusi i cancelli principali tornano
dentro a scuotere giornate di cristallo forse
il muro della sua colata sarà memoria, fusa.

 

DA UN PORTO IN POI

È caduta la mia scala e ora torno
al precipizio. Ma il buio dilata meglio
le occhiaie pare più vero
esserci da un punto distante le ombre
fingono di vederti mentre partiamo
salutano con la mano nascosta
dal finestrino rotto la memoria ci crede
svanire sottilmente com’è verde
dialogare col vento ci sono nuove
vite a scambiarsi le arie, porti invisibili
ora che siamo già lontanissimi
eppure salutano ancora le ombre, guardano
fissamente da un punto del corpo
la vita iniziare daccapo
dove nessuno pretende.

 

IL SOGNO DELLA MIA STORIA

Perché se il sogno della mia storia
è sapere di invecchiare, allora sarò
giovane, e che la mia morte si oscuri
se con quella degli altri si mischierà
a frammenti di verità più prossima
una volta schiusa nel giorno rimasto
dimenticata la vita un poco esistendo
in quel quasi nessuno, volto di molti.

 

LA PAROLA È UN BACIO SULLA PIETRA
La parola è un bacio sulla pietra
che non so più dare
la pietra morta del tempo
contro la parola e il segno tace
se la lingua è fuoco aperto
illumina la vita solo dentro.

 

IL SERPENTE

Vedo solo vento
l’erba vuota crescere…

Non voglio un serpente
che attraversi la mente
e poi frughi nel corpo
senza dare la fuga
ma un serpente naturale
il vicino serpente rosa
del mare, lo sento venire
dalla fauce dell’occhio
apre un coro di sabbie
al tramonto lo sento
spostarsi cieco in mezzo
l’ascolto vuoto di gente
il serpente amico vero
mi dice di numerare
il rumore del cielo
strisciando la mia vita
solo un attimo nel soffio.

 

SCRIVERE POESIE PERCHÉ LA SOLITUDINE

Scrivere poesie perché la solitudine.
Il sogno di un biancore o l’eco
di un nero a salvare. Ma
non ha scampo la scrittura
non dà scampo. È solo scalpo
del taglio primordiale. Non resta
che sapere. Scrivere poesie
fa la solitudine. Sapere che
la solitudine col tempo
diventa una mano e prende
a schiaffi il silenzio poi
con la vita gioca a spingere tutti
senza corpo né pensiero oltre
il vero peso del resto ma cade
con ciò che non riesce più a dire
contro ogni risposta cade
ecco la differenza
è questa: tacere aumenta
il vuoto sospeso, ché uno parla
quando cancella solo un perché
ed è sempre silenzio preferendo sé
solo, nella sua gratitudine.

 

10 poesie di Antonio Bux

da “La voce nemica”

 

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2 thoughts on “ANTONIO BUX – 10 POESIE DA “LA VOCE NEMICA”

  1. non ho inteso tutto, però sì, si è spesso in fase di trasformazione…a volte sono periodi lunghi, forse meglio zittirsi, ma sai, è un crampo, un disturbo la scrittura, per me…è un continuo mettersi in discussione, e poi tacere, tacersi, fino al prossimo rumore di fondo.

    Grazie per il commento 😉 A prestoBux

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