ANTONIO BUX – 3 POESIE DA “SISTEMI DI DISORDINE QUOTIDIANO” (ACHILLE E LA TARTARUGA EDIZIONI, TORINO, 2015) – VERSIONE INGLESE A CURA DI GABRIELE POOLE

bluebux

 

 

*

Maledizione, proprio quella che muove
sotto la camicia a quadri. Non pizzica tutti
ed è un’esclusiva per pochi, avercela dentro.
Se la lavi, non ti riesce di sbiancarla, rimane nera.
Pronta ad una prossima centrifuga, anzi, si tiene tesa
cammina pari alle ossa, s’imprigiona al passo della cute.
Maledizione è dunque saperla misurare appena
ma portarla comunque stretta, tra le cosce in disordine.
Di fronte come una falsa riga, si mostra a intermittenza.
E allora si resta nel turbine, vestiti di sola freschezza,
ci si ammala del grigio, una gradazione troppo sottile
per far impallidire il futuro. Perciò maledizione è comprare
un abito vecchio, e progredire nella polvere, fare l’acaro
rosicchiando la morte, ché per nascere bisogna rinchiudersi
stiparsi presto tra le cose, e fiorire d’inverno, tra neve di niente
sbucando tra le stoffe più pregiate, come un capo dimenticato.

*
The curse, precisely the one that moves
under the checkered shirt. It doesn’t bite everyone
its a prerogative of the few, having it inside.
If you wash, it doesn’t come out white, it stays black.
Ready for the next spin-drying, in fact, it remains tense
walks along with the bones, imprisons you in step with the skin.
The curse is therefore being barely able to measure it
but carrying it tightly nevertheless, between the disorderly thighs.
In front of a false line, it shows itself intermittently.
So you remain in the whirlwind, dressed only in freshness,
you fall ill of greyness, too light the percentage
to turn the future white. So curse is buying
an old suit, and progress in the dust, playing the mite
nibbling at death, since to be born one must lock himself
find a place soon among things, and blossom in the winter, in the snow of nothing
popping out among the most precious cloth, like a forgotten item of clothing.

 

*

“C’è un gatto dietro le sbarre della mia finestra
(come un’ombra dissimulando una libertà provvisoria)
dentro il dentro, ché fuori non esiste se non qui
qui è fuori, l’altrove che si pensa ma non si tocca
quando poi il gatto corre via, e la sbarra si assottiglia
come l’occhio sulla forma, fugge via per non vederla”

Si pensò la luce prima ancora che si potesse vedere:
un sogno più chiaro, oltre la veglia
dove il buio tesse coi suoi ragni.
L’esistenza è un filo riavvolto più e più giorni
all’uovo di legno della morte. E tu non fai che girargli
a vuoto tra le dita, bucando la pelle nel contatto.
Essere punta della cruna dunque
significa stare alla base del disegno, dove dal cerchio
della casa come un dado, il tempo rotola sul pavimento.
Tuttavia non è propriamente un gioco, ma un traguardo
quel mondo lontano che si lotta, mentre il sogno resta a guardare
due birilli che barcollano, molto prima che la sfera stia per cadere.

 

*

“There is a cat behind the bars of my window
(like a shadow dissimulating a provisional freedom)
inside the inside, since outside it does not exist except here
here is outside, the elsewhere that one conceives but never touches
and when the cat runs off, and the bar gets thinner
like the eye of the form, runs off in order not to see it”

The light was thought before you could see it:
a clearer dream, beyond the wake
where darkness weaves with its spiders.
Existence is a thread wrapped day after day
around the wooden egg of death. And you do nothing but go round without aim
between the fingers, puncturing the skin where you touch it.
Being the point of the eye of the needle therefore
means being at the base of the drawing, where from the circle
of the house like a die, time rolls on the floor.
Yet, it is not a game, as much as a goal
that faraway world that fights, while the dream watches on
two ninepins that totter, long before the sphere is about to fall.

 

*

“Ciascuno indossa un mese
nello sguardo, la porta di ogni era.
Io, di mio, trascorro nell’ottobre
la stagione chiusa, la cromosfera
di ogni giorno, quando entro dentro
nella punta dell’anno, come un magnete
che mi avvicina alla fine del calendario
senza percepirne la gravità dei secoli,
e più non so la meta iniziale,
la data dalla quale rientrare”

È possibile deviare il percorso, fare un decorso
a retrocedere: perdersi prima della nascita; poiché
tutto nuota dentro, sproporzionato nel nucleo
un’onda diagonale (ché non taglia dal centro, anzi
schiuma solo ai lati, fa una pozzanghera nell’angolo)
perciò dell’acqua si ignora la lunghezza ma non la forma:
si conosce l’esatto frizzare della bolla, il gorgo a sorprendere
-del tuffo- il buco che rimpiazza. Dunque si fa come un lago
parlando: un discorso a specchio, dove quell’altro che muove
la superficie non pensa, tirando il sasso parola, non si tiene a galla
(quindi tutto è destinato ad affondare, ché riemerge solo una sponda
e non l’intera isola); sprofonda come una nave: con la morte in poppa.

 

*

“Each one wears a month
in his eyes, the doorway to each era.
I, for my part, spend within October
the closed season, the everyday
chromosphere, when I go in inside
in the tip of the year, like a magnet
that draws me towards the end of the calendar
without perceiving the burden of the centuries,
and no longer do I know the initial destination
the date from which to return”

It is possible to deviate the course, flow
upstream: lose oneself before one is born; because
everything swims inside, a disproportionate nucleus
a diagonal wave (that does not cut from the center, indeed i
t only foams a little on the sides, makes a puddle in the corner)
therefore of water we ignore the length but not the shape:
we know the exact frizzing of the bubble, the surprise whirlpool
— from the diving — the hole that replaces. Thus a sort of lake is created
when we speak: a mirror speech, where the other who moves
the surface does not speak, casting the word stone, does not stay afloat
(therefore everything is destined to sink, since only the shore re-emerges
and not the entire island); sinks like a ship: with death in its sails.

 

3 poesie da “Sistemi di disordine quotidiano” (Achille e la tartaruga edizioni, Torino, 2015), versione inglese a cura di Gabriele Poole.

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