ANTEPRIMA EDITORIALE – ANTONIO BUX – TURRITOPSIS – (DI FELICE EDIZIONI, 2014)

cover senza alette turritopsis

Anteprima da “Turritopsis” (Collana “Il gabbiere”, diretta da Sante De Pasquale, Di Felice Edizioni, Martinsicuro 2014)

di Antonio Bux.



“La poesia di Antonio Bux pare muovere da una matrice naturalistica e raziocinante che erge ad oggetto il fenomeno o l’evento naturale, al fine di dotarsi di un punto d’origine dal quale dipanarsi in una sorta di moto a raggiera che crea spirali verbali di senso. Il poeta, in questa sua peculiarità preponderante, mostra certo una struttura culturale ben definita e una radice strettamente cogitante del proprio pensiero poetico, così come, d’altro canto, una tendenza ad aggirare l’oggetto biografico esistenziale a profitto dell’osservazione-esplorazione del fenomeno elementale e scientifico, dal quale prende sviluppo la sua particolarissima scrittura.” 

(dalla prefazione di Fabio Scotto)


5 poesie tratte dal libro:


*


“Quanto tocca cambiare di noi se l’altra
mente che poi ci fonde non si insinua
tra presenza e sentimento, quanto dunque
occorre investire in corpo e quanto invece
sia utile spostare dal proprio centro
per innescare l’energia, è parola mancata dopo,
andata troppo in alto, che allora si comprime
e resta nel conflitto – tra ciò che ci circonda
e quel che mai rivela”



È forse altrove che cresce, dove
il sole manca la pelle e alle spalle
traduce come un’intesa l’ombra
in confine d’amarezza; dove gioventù
ristagna e maturità non disegna
un profilo prossimo e superiore,
piuttosto assimila una distanza,
un’ulteriore mancanza ed espande
dalle inferriate dei cortili la sua luce;
dove corre per sempre quell’infanzia
troppo simile alla fine quando anche
per esistere bisogna di noi nell’altrove,
ma da un buio laterale poi ci manca;
lì costruisce in noi quel suo impero:
nell’oscura legge di una sottile memoria
presagita, rispuntando fuori ora
da una presenza moltiplicata.


*


“A volte capita di piangere
distesi contro se stessi
mentre si osserva da un lato
più profondo un altro pianto
così spesso da riavvolgere il volto
di nuovo nella lacrima del tempo
– quell’ultima barriera di rimpianto –
come un mare invisibile dentro”



Queste idee che come terre cercano
la congiunzione con la linea

tra il pensiero ed il mare
non sanno limitare, queste isole

l’orizzonte che vorresti attraversato
dall’assenza precedente del profondo.

Piuttosto somigliano ad un’alterazione
primitiva del paesaggio, quasi un dolore

che si sporge dal significato, che diventa
satellite per l’occasione, rifugio solare

con te che nemmeno sai essere metà

nell’arrivo, o meta controcorrente
mentre vai e vieni, verso te stesso.


*


“Si sposta ogni linea
sempre prima,
sotto il margine,
(esiste perché manca);
perciò l’instabile si tiene,
qualcosa approfondisce
smosso dalla terra,
mette radice nell’evento”



Come si perde tutto nell’anonimo
disperato disincanto dell’amorfo
nauseabondo vischio di parole;

ché ognuno si consuma vagabondo
in celeste putrido consenso d’ali
rotte nel volo maestro dell’aquila;

e neanche l’entusiasmo di un pantano
si sente gorgogliare dall’imbrattato
momento dell’edificazione comune;

e tu che chiami distanza la tua vita
– il viale fresco sulle case morte a noi –
come immagine corrosa che circonda:

questo specchio inondato di speranze
quanto il gelo più s’accende di stupore
nella città sobbalzante poi un momento,

vibrando in una piaga lontana del confine
ogni spazio dove non ritorna mai quel segno
come da ogni limite una fossa nel giudizio.


*


“Se si affonda in un cerchio
un altro cerchio e poi
si arrotonda la somiglianza,
si potrà notare un doppiofondo,
oltre il buco un altro buco,
che però non affonda, anzi ferma
la memoria e gira a oltranza
una nuova sfera, nella baraonda
d’immagini e di voragini; però
alla fine riemerge, dal ricordo
solo un cerchio, rimasto dentro
così stretto che, se visto ingrandito, pare
abbia un dito puntato sull’infinito”



Mai un colore che riempia
nella distanza, ma solo
un invisibile attraversamento.
Potrebbe bastare questo,
e invece il bordo del giorno si allunga,
senza raggiungere l’altra sponda.
Piuttosto è una linea che sorpassa,
ma invece di evidenziare cancella,
sottrae il limite di ogni pensiero vivo.
Allora come aggiustare il disegno
se manca sempre una punta nel corpo,
una sfumatura a fingere il riflesso?
Magari sostare nell’ombra
è la risposta, nella chiazza
profonda dell’anomalia, imitando medusa
che così disillusa si auto feconda.


*


“Arriverà il solstizio finale,
con l’ambasciata a cavallo
più piccola di qualsiasi età,
e placherà come un diluvio
le correnti di luce, ritornando
nel segmento dimenticato
con noi di lato al cielo esitante
a riempire il tassello mancante”



Ecco che dalla sua tinta
l’universo mostra il capello
bianco dell’uomo. Quasi
una striscia curvando dalla
nuca alla schiena; quasi una linea
a protezione dal tempo, quella corda
che si attorciglia di dentro
fino ad accorciare sul fondo.
Ma poi si slaccia, fa come la pelle:
si fa orma della piega, cede il palo
della ragione all’abitudine
del bisogno. Però se si stringe,
se tiene il fermo dell’illusione,
ecco che tutto mantiene,
ecco rimane perpendicolare
all’abisso, quel capello
trattenuto dalle ere,
e solo si muove un poco
sincrone col mondo,
nel frusciare breve
al soffio della specie.

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