ENRICO FRACASSI – 5 POESIE DA “PASSIONE E OBLIO” – ED. IL LABIRINTO (1998)

Fracassi
*

 

Ancora t’ascolto che parli,
sempre che io viva t’ascolto
come volubile tu parli
presso al limite dell’aia,
qui, dove il muro precipita,
dove, se t’ascolto che parli,
più dilacerante nel cielo
disegnano un solco le stelle,
che ascoltano mentre tu parli.

 

*

 

Giallo, livido sopra Monte Velino s’inalza
il disco che illumina l’aia.
Ma l’aia non suona di grida.
Non ci siamo stati che noi, bambini?
In una sera come questa,
ora sono dieci o dodici anni
t’ho strette le mani giocando,
fra il pagliaio ove siedi e la casa,
scotendomi la febbre le vene.
Certo, non ricordi. Che vuoi?
Da quella sera, la luna – tante volte s’è rinnovata,
e la tua bocca, come la luna – anch’essa s’è rinnovata.

 

*

 

Sottoterra non vive spirito o senso:
le ceneri peregrinano, poi si confondono.
Atomi elevano le montagne, monumenti,
che illuminano lampade, senza ricordo accese.

Dolce per me sarebbe e per te profondare nella quiete,
sul tuo seno assaporo una più certa morte;
non più ascolteremmo, sparte membra nel suolo,
scendere di soppiatto, fra le viti, la sera.
Per noi, sulle montagne, ora s’accenderebbero
quelle immobili lampade sepolcrali.

 

 

*

 

Il veleno più sottile è questa bellezza diffusa.
Come uno scolaro in vacanza, aspiri voluttuosamente, gridi di piacere,
ti getti supino sull’erba, faccia a faccia contro il cielo.
Quanto più limpida è l’aria, tanto più s’aduggia il mio spirito.
È la Natura un quadro senza figure, che noi non sapremmo animare.

 

*

 

Settembre e la sera declinano; dalle giunture
le membra mi allontanano; resti tu sola.
Cadavere sopra cadavere; la Terra è morta
sulla spoglia dell’estate riversa.
Il mandorlo con i suoi rami
carichi, assiste.
Io penso che questo sia
il paese di là dalla terra favoleggiato
eguale, immutabile, fermo,
d’un colore calmo,
d’un profilo nitido.
Le vene più non mi battono; il sangue dal cuore
più non fluisce; le zolle sono aderenti
alle mie ossa; disteso lungo i solchi
segui le gémine onde,la passione e l’oblio,
configurarsi e confuse scorrere dalla luce,
ristagnare in un bacino opaco.

 

 

 

5 Poesie di Enrico Fracassi (1902 – 1924)
Da “Passione e oblio”, Ed. Il Labirinto, 1998

Dodici poesie, scritte tra il 14 e il 25 settembre 1924, sono il lascito di Enrico Fracassi, poeta romano ventiduenne, che nel novembre di quello stesso anno si tolse la vita. Fatte conoscere da Falqui, che le pubblicò nel 1948 con Scheiwiller, ammirate da Ungaretti, antologizzate da Anceschi e Spagnoletti, le poesie di Fracassi arrivano fino a noi in una miracolosa incolumità. È certo l’intelligenza estetica di un giovane ossessionato dalla mutevolezza, lettore fervido di Catullo e Virgilio, che le svincola dall’epoca, dalla biografia e ce le consegna come sono: antiche e contemporanee; ma il loro durevole splendore non deve meno a quel potere incalcolabile che scampa dalla morte tutto ciò che, come questi idilli tragici, ha profonda intimità con la morte.

 

Quale ponte transita il suicida tra il visibile e l’invisibile per un attimo? E può il suo transito tra la confusione delle pagine scritte conservate, poche pochissime, e quelle distrutte, tante, tantissime, restare, anzi imporre, col gesto estremo, l’appartenenza alla Parola? C’è sempre nel suicida il trait d’union vibrante e sul punto di scollarsi tra Imbecillità e Morte, una tensione direi, dove il soggetto reale imita se stesso che sta diventando irreale, e cioè libro, pagina. Se il poeta realmente si uccide Imbecillità e Morte diventano altro. Si compenetrano. E solo il lettore, attento, ma molto attento, quasi un Custode, potrà dire cosa è, questo “altro”, se vede questo “passare” sul ponte. Leggendo.
Enrico Fracassi fu un poeta, romano, che a ventidue anni, nel 1924, si tolse la vita. Lasciando soltanto dodici poesie e distruggendo tutto il resto. Poesie che possiamo leggere perché prima Falqui in una plaquette da Scheiwiller e poi Anceschi e Antonielli le raccolsero in una antologia. (1953, Lirica del Novecento, Vallecchi).
Fracassi ricorda una bocca, grazie alla luna sopra al monte Velino, una bocca che ha cambiato tante volte il suo umidore, in ogni caso non è per lui. La distanza non è colmabile. Il soggetto Fracassi c’è, e di li a poco il suo fantasma sul ponte c’è, perché andrà a uccidersi, ma la luna è nella sua ripetizione sempre differente e così la bocca ricordata. Il poeta istituisce una metafora e la sua Imbecillità a ricordare labbra tanto lontane la può mettere in questione, renderla sublime, vincerla, soltanto con lo statuto del suicidio. La questione è semplice, si prende la rincorsa o a passi lenti e si va dall’altra parte del ponte verso l’Invisibile. Il suicidio mette in relazione una bocca e la luna, un bacio dato ricordato e uno, tra i tanti, dimenticato. Per uscire da questa Imbecillità Fracassi sceglie di creare la sua vita pura e in poche pagine con il gesto più assoluto di furbizia.
Sottoterra, come scrive in “Congedo”, saprà se le sue ceneri avranno avuto requie. Se le “giunture” del suo corpo più non avranno bisogno del lucore di alcuna luna, di alcuna bocca umida e gelida, lontana, di alcuno spazio che non sia la sua intima esperienza con il Nulla o con un Dio pietoso del suo destino.
Per me i poeti come Enrico Fracassi sono niente più, niente meno, che la Poesia. La istituiscono sul Ponte tra il visibile e l’invisibile. E lo fanno quando un poeta o un artista o comunque qualcuno che ha del “lontano” irraggiungibile da scrollarsi di dosso, dice a se stesso: “E’ deciso, si muore… con il vestito migliore”. E il poeta decide anche la lunghezza della stoffa. Per Enrico sono state 12 poesie.  (da “L’olandese volante)
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