ANTONIO BUX – ALCUNE PROSE POETICHE TRATTE DA “SISTEMI DI DISORDINE QUOTIDIANO”

trio

 

 

 

 

 

Dalla prima sezione “Scotomi”

 

MACCHIE DELL’ORIGINE

 

I

 

 

Per osservare, l’occhio ha bisogno di chiudersi. Quando nel buio della palpebra ritira il suo arco, l’orizzonte si allarga così tanto, che diventa impossibile mancare il bersaglio. Ed è allora che la sua percezione – la freccia che colpisce ogni oggetto – affina la propria punta, marcando sempre il centro. Ma quando si riapre, lo sguardo, distorce proprio sul traguardo, rientra presto nel suo difetto. Perché nella visione vi è come un mancamento, un riflesso di luce che non rispecchia la forma, ma ne lascia intravedere un alone sottile, una polvere che compone l’errore. Perché le cose esistono solo se le si guarda. Dunque la vista è un effetto collaterale del senso, l’emancipazione di qualcosa già marcio, che ristagna prima di maturare. Per questo il pensiero è una spora ammuffita, nel passaggio tra il messaggio della visione e lo stimolo che pulsa nella mente. Sa di doversi sviluppare attraverso il negativo del vedente, nell’ombra dell’equivoco tra ciò che si pensa e quel che si guarda, e perciò si inventa una traiettoria, un disegno nel quale sopravvivere, aprendo ai suoi lati le macchie del tempo, un fotogramma diverso, il linguaggio inesprimibile: ciò che esiste solo dietro le sue spalle.

Dalla seconda sezione “L’inversa voce del respiro (L’orale nastro di Mobius)”

ESSERCI È SOLO UN NOME

 

 

Credo che l’appartenenza ad un nome significhi poco. È quel suono nella denuncia, quella modifica della lingua, che poco a poco connota e significa il corpo. Ci si modella in base alla melodia, all’essere in cerca di sintonia. Per questo, quando sento chiamarmi “Antonio!” prorompo, divento uno strumento. Forse mi arrotondo, cerco una protezione curvando sulla O, prima ancora dell’attacco mi difendo, tornando all’ultima mia vocale. Dunque capisco che esserci è un difetto di pronuncia, un’allitterazione nominale. Ci si chiama per darsi forma, una sorta di pietà del sistema letterale. Per questo, quando mi sento dentro, muto in clonazione verbale, e mi cancello, chiamandomi all’indietro. Divento parte del respiro, un sincrono spezzato, nell’inversione musicale:

 

io cosa innominata, mia perfetta stonatura.

 

 

SOSTITUZIONI

 

 

Nel respiro vi è l’energia dell’anima, la propulsione della memoria che ritorna in superficie. E questa voce che si pensa, inverso cammino della struttura, che espleta il suo interno, inghiottendo l’esterno, è la dimensione vuota del pensiero. Dunque penso alla mia terza persona interiore, che mi parla, che parla per me, che non ascolta me. E penso a te, alla tua seconda persona plurale, che torna quando tu non ci sei. Allora ricordo la casa vuota, l’altra dimensione parlare.

Tutto incominciando da un punto. Un cerchio annerito dalla distanza. Che ritorna, che si chiude, che circola senza tempo. Nello spazio di un respiro, gravitando nell’inverso della voce, ci chiama fuori, nominandoci. In quel punto noi eravamo la circonferenza, l’ellisse ancora da roteare. Eppure, al centro, in tutto quel nero possibile, non vi eravamo noi a circuire le cose ma, al contrario, erano le cose a invadere il nostro perimetro. La casa, la televisione, l’appendiabiti, le porte. Tutto era predisposto per essere incastrato in uno spazio. Tranne noi. Noi andavamo incerti per le stanze, passavamo da una finestra all’altra, solo sbirciando, senza guardare, stando nel non luogo, incerti a venire. Poi tutto questo di colpo cessò. Ebbe inizio la metamorfosi geometrica. Cominciammo a diventare sostanziali, ad occupare luoghi ben precisi: tu in bagno a pregare le mattonelle d’essere dispari; io in camera da letto annerendo le caselle del pavimento, costruendo la nostra scacchiera, un passo in avanti e uno indietro, movimenti alterni, scacco matto, re e regina. Dunque ci ritrovammo vittime del gioco, del cerchio presente, nel movimento roteante del quotidiano. Come un uovo il nostro tempo, sbattendo prepotente sui piatti di un altro avvenire. Noi, invece, frustini inconsapevoli, respirando l’uno al posto dell’altro, simbiosi di voce, rivolta del fiato; ma tutto andava friggendosi, mentre soffiavamo via da questo: le pareti fumanti dietro i nostri sguardi, i mobili umidi d’olio nei profili. La casa diventata come un grosso tegame, dove bollivamo silenziosi. E così, grassi nella pelle, noi doppiarci nella forma, distanziarci nel sospiro; noi affumicati nei polmoni, appesi alle nostre spalle, noi pensieri nel pensiero della casa. Poi, ad un tratto, ecco  tutto ritornare al punto primo, all’oscuro buco dell’origine, in un battito incerto, pulsando nel passo all’indietro del volto. Ci affacciamo nella sfera opaca, sottile, trascendendo nell’inversione, concentrici come isobare nel meridiano della visione; come vittime di una precisa equazione dell’inconscio, noi rigirati nei corpi, e di fronte l’altra dimensione: i nostri volti bambini rimbombare sul soffitto, con gli occhi fuori dalle orbite, rivedendo quei noi bambini in un altro ovulo più piccolo e chiaro. Allora ciascun oroscopo iniziò a prendere forma: un futuro circolare, un movimento antiorario del tempo sincronizzare ogni segno, mentre le sagome dell’infanzia occupando finanche l’angolo più laterale del sogno; eravamo il punto di vista immaginato, trasmutato in realtà, l’asse di qualcos’altro convertito in tracciato simmetrico, nell’astrologia del senso. Vita contro vita, cerchio nel cerchio, il sogno di partenza diventò così punto di sutura, battito di chiusa, improvvisando il ritmo del ritorno. E, fulmineo, tutto il vuoto tornò a quantificarsi, a misurarsi alla metratura interiore, a prendere precise mete, obiettivi giornalieri. Il rimbalzo d’altri punti scatenati contro l’algebra del giorno. Il vortice della pressione far risalire ogni cosa. E invece noi, rimasti nello zero, non sapendo più risultare. Questo è altro che una storia da inventare. Un pentagramma di parole, o uno specchio bianco su cui affacciare. Questo è un calcolo di due dividendi, una sottrazione impari, di vecchi noi contro i non noi di adesso o, chissà, di un eterno, lontano riflesso. Fenomeni dell’altro dove. Questo è un limbo, un varco della memoria, nell’anelito di un pensiero, soffio che vola via ritornando dentro, capoverso di nessuno, riscritto dalla fine. Margine a mai rendere, legame di niente. Noi dentro noi, come idea immaginata, o immagine ideale, polo di negazione attratto dall’assenza: sottoinsieme positivo di sfere leggere, bolle invisibili, riordino inesistente. Questa è una diversa lettura del nostro errore. Ci non siamo noi qui, in questo altrove vicino. Tutto il resto è somma, ritorno al proprio uguale, precisa moltiplicazione di un incerto divenire; per questo tutto il resto, fuori da questo testo, non ci riguarda.

DEL CORPO SENZA TESTO

 

 

Di tutti i libri che possiedo, io sono l’unico che non ho mai letto.

 

Il corpo è un ritaglio, come una storia, la scopri solo tra le righe, piazzata tra le pagine bianche, ancora da scrivere. Per questo motivo il corpo tende ad assottigliarsi col tempo, a farsi riassunto, monologo senza un ascolto. Se lo si guarda da fermo, ecco che sparisce, si chiude come un libro, mostra solo la sua copertina. Poi di colpo comincia a scriversi, a provare un’immagine, facendo come uno schema d’invisibilità, si legge capovolto: cerca una sua dimensione nel contesto, prova a farsi testo senza proiezione. Più che scriversi, si pronuncia: una sbucciatura, una lesione improvvisa; ecco che comincia la sua ispirazione. Si taglia per concentrarsi. Come una ferita, sgorga dal suo principio interno, quasi un’idea che si apre all’inchiostro, e il sangue ne è l’indizio: qualcosa dentro si muove. Dunque scottarsi con l’esistenza somiglia spesso alla sorpresa di una frase smarrita tra rotoli di parole: mentre scorre la prosa di dentro, ecco che un essere qualunque ne legge il movimento, la prosodia dell’esistenza. Ed è allora che si contrae a vista la presenza, esattamente  inversa nella percezione; dove c’è un altro che guarda, lo sguardo si dimentica di sé, e procede per alienazione. Così come quando si legge, il paesaggio muta il suo rumore, e dal fastidio del silenzio osserva un’ondata di luce, fascio uditivo che tappa; invece il corpo nel contatto si isola, protegge la sua estraneità, si rende incomprensibile. Difatti il corpo si fa calamita, come il pensiero, assorbe tutto l’inutile. Poi piano se ne stacca, rimane nella sua polarità, fuori dal centro. Come un testo, finisce fuori dal pre-testo, solo se davvero si rimuove (da notare che la rimozione di un corpo rispetto a quella di una parola, veramente procede per gradi: si abitua prima all’errore, poi lo assorbe continuando a sbagliare, infine rinuncia, si apre al suo fastidio, come in un giro complanare, ritorna a sé per far sì di smettere; invece la parola pretende il suo spazio, resiste fino all’ultimo respiro, ed è anche orgogliosa – preferisce sbarazzarsi da sola di sé – impiccandosi ad un punto, improvvisando una parentesi, o rimanendo ferma nella linea, senza alterare la voce, ma azionandola di rimessa; mentre il corpo, questo corpo di parole, cede alla pressione, alla progressione del contenitore, svuota il suo interno per farsi interiore, non è destinato a durare e, se dura, è perché qualcuno lo resta ad ascoltare).

Per queste e altre ragioni, che non ho mai letto il mio corpo: perché non voglio sapere quanto di me lì ne rimane; neanche lo voglio sentire, ché se qualcosa rimane, poi comunque risale. Là verso il male. Ed è per questo che, come di un libro, io ho paura del corpo: meglio guardarsi di sfuggita, e aprirsi nei giorni festivi, e odorarsi e sfogliarsi, ma poi richiudersi presto, senza capirci un granché.

 

 

 

 

 

  

 

Ricordando che:

 

“Che importa che la carne
si disunisca, se si indossa
poi un pensiero perenne”

Dalla terza sezione “Civiltà palindrome”

LA PASSEGGIATA DI UN PRIMATE PARLANTE

 

 

 

“Uscendo non sai cosa
dirti. E nemmeno
la storia viene
in soccorso. Succede
così niente mentre prova
a solleticare una verità.
E tu te ne stai là
indeciso tra il possibile
prurito fastidioso oppure
nella sporca scelta
di una calma grattata
verso sera, quando
tutto si secca e non rimane
che una pianta grassa
e smorta, storta tra le tue braccia”

 

 

 

 

Si appresta a uscire di casa. Si sente così giovane, ma già così avanti nella sua opera di cancellazione. Come se in quell’avanzare del niente tutto lo coinvolgesse, qualsiasi forma estranea, ciascuna anima inquieta. Poi, come di colpo, varcando la porta di casa, il mondo lo attraversa in un brivido. Ama rabbrividire al primo contatto con l’aria fresca della notte. Perché quando si crede nella mortalità di tutto, anche una sola gittata di vento può rappresentare un piccolo addio, il congedo di un eterno presente. Ci si ammala troppo presto dell’immortalità. Ciascuna membrana del pensiero si auto alimenta, non crede esista una sua matrice ultima, nel movimento a cerchio della vita. Poi però, nel meccanismo che rotea ogni cosa, arriva il proprio ingranaggio a incepparsi: si blocca un sincrono, magari per un secondo, magari per sempre, ma qualcosa dentro si rompe. E si muove, questo errore, per ogni direzione interna fino a raggiungere una fase di stallo, nell’attesa di una meta definitiva. La strada è un buon allenamento alla morte. Ci si abitua presto alla sofferenza del marciapiede, camminando tra le buche, schivando i passanti. Ci si confà alla fragilità della sequenza, ai palazzi sgretolarsi indietro, ad ogni passo nell’avanzare. Ma, soprattutto, ci si adegua alla grande sosta. Si cammina spesso per dimenticare la vita. Lunghe passeggiate sfuggendo al proprio asse, bilanciando le perdite quotidiane. Come una meccanica di rimozione: più si cammina e più il lento motore del cervello si consuma pensandosi. Come un pollicino bianco, lascia pezzetti di ricordi sul sentiero battuto. Una via lattea della memoria. Di questi momenti si ricorda più facilmente il ritmo dell’aria nei polmoni che il paesaggio, a parte qualche raro fantasma-passante, già morto nel passo seguente. Poi, livello successivo: il gioco della comprensione, che stanca presto. Nel game over della ricognizione, ogni giorno si prendono le strade meno percorse, l’uscita nuova da dove poter sbucare – forse una dimensione a sé – la parte meno viva della strada. Si prova a morire in diretta, camminando senza pensare, come aspettando che la terra crolli sotto i piedi. Ma questo non avviene mai, e si arriva sempre sani e salvi al portone di casa. Dove, rientrando, l’aria cessa di battere, e la grande foresta pluviale del condominio  invita a risalire la giungla familiare, tra liane-scale, la grigia piramide urbana. Ogni cosa sopravvive perché sogna un’altra vita. Senza il sogno (o più precisamente, senza l’esatta porzione di niente, il sicuro vuoto d’ogni giorno) si troverebbe, chiunque, costretto a diventare. Ma è proprio diventando che si accende un mutuo con la propria morte. Questioni burocratiche (la morte a piccole dosi, risparmio di tombe). Tuttavia, si sente così giovane, il nostro primate parlante, e proprio non gli va di comprarsi già una casa, di stiparsi in una cripta, e allora decide. Lascia cadersi, molla la presa della liana. La piramide può aspettare, col suo vertice lontano, la sua giungla di preoccupazioni. Sceglie di tornare a camminare, un altro po’ giù in strada, nella speranza di sparire per sempre.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ricordando che:

 

“Case basse, profughe. Come ad impedire un cielo più grande, come a non sentire il bisogno della gente di starsene in disparte, a nuvola, soffiando via sui tetti, più prossimi all’aria, all’invisibile spavento che poi respinge verso il basso. Case nane, torbide. Come fossero pozzanghere, barricate fetide. Porte rigide, corpi rancidi, già appassiti prima di entrare, già così vuoti e quieti nel loro salvaguardare a prescindere, nella discendenza futura della polvere,

in quella povertà casalinga dell’essere”

COME SBAGLIO, UNA CASA.

“C’è un uomo in un quadrato
chiamato stanza che scrive
su una tastiera e osserva
in un altro quadrato tanti
piccoli uomini che stanno
in altri esterni quadrati chiamati
stanze che scrivono su delle tastiere
mentre osservano dei quadrati
stanze dove altri uomini stanno
facendo ognuno il proprio quadrato
mentre svuotano le stanze degli altri”

 

 

 

 

Ascolto, in contro tempo, il fruscio della casa: ed è un silenzio che viene prima delle pareti, questo stringersi a coda tra le cose, questo imprimere presenza dietro le tende, il nascondersi degli ori nelle polveri, pianeti sorti troppo presto tra le tapparelle, dove molteplici universi filtrano in un pulsare di bagliori. E, così, presto la stanza si riduce di striscio: drasticamente le ante degli armadi riflettono in se stesse la magia dell’ombra, dentro le pieghe delle stoffe a proseguire, l’incognita della forma, fino all’abbaglio della plafoniera, dove decine di moscerini costruiscono un paradiso al neon. Quaggiù, invece, si dispongono le mattonelle a mosaico, mentre io, per paura di sbagliare casella, resto fermo su di un battente sicuro, verticale alla porta, aspettando di diventare una nuova pedina, un quadratino da stringere alla superficie. Vivo in uno spazio esile, pochi centimetri a torto, con un perimetro nella testa, che non smetto mai di attraversare. Ho timore della polvere, delle finestre troppo aperte. Costruisco porte senza manici, con soli spioncini al centro, fessure da restringere. E fisso punti precisi nel muro, ma non ho muri. Prediligo i cuscini ai divani. Le foto di spazi bianchi. Nel lato del salone vivo il silenzio, mentre il bagno non esiste, il rubinetto lo tengo al collo. Questa casa è un cubo di Rubik: alla rinfusa si propone nella vista, nell’occhio che muove le visioni per un ordine privato, ruotandole fino a risolverne la perfetta geometria, di un quadrato che proietta in un quadrante, che incastra ogni singolo tassello intermittente, dietro questa polveriera di un istante. Ad oggi, però, non vi è modo di trovare la soluzione, nella disfatta della percezione. Rimane, questa casa, una speranza di scatti. Come ieri, che per colpa di una sedia girata per sbaglio, il quadro finale non ha potuto chiudersi, ed è rimasto là dentro, così storto da non farmi dormire. E, così, ogni giorno un oggetto si muove apposta, per fallire il meccanismo. Mentre, oggi, l’indiziato ingombrante sono io, attaccato alla moquette per paura di procedere, non sapendo la proporzione tra ciò che, perfetto, prolifera nel caos. I moscerini, intanto, abitano la sfera di vetro nel soffitto. Sembrano non curarsi dell’ammanco matematico che li mantiene in vita, dell’incongruenza materiale che sostenta il loro volo, e paiono soddisfatti del proprio planare impreciso nell’orbita di un soffio di vita. Mentre io, che fatico a respirare, immagino il mio respiro interferire con l’aria, e mi fermo a pensare che potrebbe, un mio alito, spostare un filo di polvere e appesantire quel ritratto sul davanzale. Potrei rovinare tutto, smontare il piano sequenziale di settimane! Perciò protendo nel respiro, un cumulo nel ventre, mentre con le mani trattengo il resto, la bocca, il naso e tappo tutto, mi conservo in quel cesello, neanche mangio, né mi vesto, piuttosto sogno quel che manca, tutto il resto; e vivo lì fermo, come prestato e dritto, conforme al pavimento, nell’attesa di finire, sto lì zitto, nel mio vuoto stare algebrico, spento dentro, in quell’essere distante e marginale, un gesto alchemico, molecola artificiale; e così mi lascio andare, morendo in un doppiofondo, lasciando solo il ricordo aperto di una casa tenuta male, di quel male taciuto bene: di questo piccolo, astuto gioco – così profondo – al quale non ho saputo partecipare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ricordando che:

 

“Vuotamente riempiono le ore
in un fruscio di ordine e frequenze
le interferenze, gli interspizi a dividere
il ripristino delle ombre, le iridescenze
in un fraintendere, di orme ridiscendere
nel vuoto di sempre, e dal taglio nominale
il principio a svanire, l’avvenimento finale”

TESTI TRATTI DA: “SISTEMI DI DISORDINE QUOTIDIANO”

DI ANTONIO BUX

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