AUGUSTO BLOTTO – TESTI TRATTI DA “I MATTINI PARTIVI” – NINO ARAGNO EDITORE – 2013

blotto

 

LA DILATAZIONE DEL MONDO COME LINGUAGGIO:

LA POESIA INFINITA DI AUGUSTO BLOTTO

 

Augusto Blotto (Torino, 1933) l’ultimo “monstrum” della poesia italiana, con questo suo ultimo lavoro, “I mattini partivi”, edito da Aragno nella collana Castalia, diretta da Giovanni Tesio, è nella rosa dei finalisti al premio Viareggio. La vasta opera del poeta “poliforme” torinese è stata ampiamente scandagliata da critici come Stefano Agosti, Giorgio Barberi Squarotti, Sergio Solmi, Sandro Montalto, e soprattutto il già citato Giovanni Tesio, il quale dà la definizione più immediata e calzante sulla persona di Blotto, “uomo di sfide e dismisure” e sulla sua poesia, vera eccezione (nel senso più positivo) della letteratura italiana; perché con Blotto si può parlare certamente di “poesia infinita” che “dilata il mondo” proprio perché racchiude il mondo stesso, spesso meravigliato, spesso disincantato, ma mai autoreferenziale, anzi, perfettamente aderente al reale che inventa e sedimenta. Per molto tempo ritenuto uno dei grandi assenti, Blotto stesso ad un certo punto si autoesclude dal panorama culturale, pur continuando imperterrito la sua smodata ricerca lirica (che comprende oltre sessanta libri, quasi tutti inediti). Si potrebbe annoverare, per quanto difficile sia il paragone, data la “super-materialità” della poesia quasi da “trovatore” Blottiana, il poeta a grandi pilastri della poesia del ‘900, quali Emilio Villa, Andra Zanzotto, o anche si può pensare, per certi versi, alla vena d’approfondimento di Cacciatore o Ruffato, grandi esponenti di un certo tipo di poesia di ricerca. Una poesia, quella del poeta torinese, che però non smette mai di ritrovarsi, piuttosto che continuare contro se stessa, nell’affanno della sperimentazione. Ed è una lirca che viaggia per picchi, subendo mutazioni nei vari registri attraversati, passando con folgorazioni dal quotidiano al forte espressionismo naturistico, fino a diventare anche ironia pura in certi suoi sbalzi. Potremmo dire, di questa poesia, che rappresenta una sorta di “toponomastica della lingua italiana”, dove in questo canto pluri-strutturato, s’apre un “barocco oltre”, con la sua potenza espressiva e ritmica. Il reale che ne risulta, non viene atrofizzato, bensì reso ancora più teso e sfaccettato nei suoi già ampi respiri, facendo di questa poesia una realtà visionata a fondo e perciò visionaria, visione d’oltre di se stessa. Un poeta “gigante” che ha visitato l’eco del mondo e che ce lo riporta snaturato, perciò fedele alla vita, nella sua contundente parola poetica.

Antonio Bux 

 

*

I mattini partivi quando ombra queta
dalle gronde arrossate immobilmente
ascoltava madrepora che andava
rosa-nerastra, fiati, fumi, ultime
nuvole della notte sulla città
senz’uomini, tagliata coi vialetti,
fontane sonore vanamente,
le conchiglie di polvere alle piazze
ove i passi gelati sono ricordo in navette
fumose, del terriccio quasi celeste.
Odore di benzina
e pino nel chiaro
d’alba come
ricordo. Pastoso
m’abbracciava litaniando l’arancio sul verde,
entrambi nel cielo, ancora come buio,
poi nascevano a svolti i frutti dei binari
rossi e sola l’ombra
d’una chiesa oltre il perdersi di fili
limacciosi, le pieghe del deposito
a cupola sulle tornanti locomotive,
come fanciulle stanche, e le azzurre
altre locomotive al focolare umide
– verde cigola un pendolo di vapore
e ingenuità, chiarezza d’una bambina imprevista –
screziate dalla pioggia,
l’ombra sola
di chiesa verdeggiante alla brumale
natività respirava coi passeri
supini alle campane ferme.
Voci
d’operai
rosso argento,
per vie
di città come alla solitudine
dei campi.
Poi veri campi di distesi passeri
folli alle stoppie, ondulazione tinnula
all’infinito di rugiade: pagliai
scoloranti nell’acque di pianura,
laghetti di sovrana calma ai marci
solchi di nero struggente sul rosso
azzurro fantasiare delle acque
quasi immobili: il sericeo
vento alle orecchie in cricchi duri, amato
risvegliarsi di falci in alto argento
oltre le siepi, ignote, come testamenti
gomiti delle donne agre ancora
del volume ceruleo d’appannato
sonno, e alle prime erbe non potevano
cantare nell’umido: fontane;
discorsi
legati col silenzio di finestre
verdi, in paesi presto dimenticati;
e le argille più scabre, la ricchezza
dei castagni alle curve pure, parapetti
luminosi nel mattino di querce chiare,
tabernacoli, vuoti, pasciuti;
già pascoli di meraviglia
e sole inavveduto;
prolungamento preparato di muscoli
verso una vetta boschiva e di brume
pesanti ancora là in bottiglione grigio sul verde…

 

maggio 1951
da
Magnanimità
Schwarz, Milano 1958

 

*

Questo si può chiamare fiore o cielo,
ma non vale che averlo.
Ombra d’estremi
azzurrissimi uccelli infiora il manto
del presente: cristalli arsi e regali
ora tolgono rame al rame e infanzia al
cielo nativo:
si percorre un’altra
via d’assunzione ai lastrici d’albata
mattina verso montagne con gocce di dolce
benzina è questo il sogno
di squarciare l’attesa a calce pelosa
di volti… I giornali che galleggiano…

 

giugno 1951
da
La sera del 21 giugno
inedito

 

PIEMONTE D’ASSEDI

Tra Cercenasco e Vigone un casello.
Aveva piovuto sulla pianura di gore (e rimaneva
tutto completamente
nuvoloso, in pieno, oscuro,
glauco) e l’instabilità diafana
delle gemme inumidiva,
completamente nuvolosa, come una vera stanza, subito
seccata, il resto dell’asfalto dove non era pensoso
in pozze, libero di polvere.
Pure, la polvere era color glauco.
E uccelli dai pioppi confrontarono il chiarore che
dalle lance lavate di nuvole persistenti, un gradino
bianche, un gradino nere,
verso Pinerolo, sciacquava
giungendo la pianura straripata, col breve della luce
di forti secoli, altri secoli su quella pianura di guance
verdi, cerati, lo spalto dei forti a cinque raggi biancheggia
sul saporito dei castagni da auto domenicali
in terriccio
marron, e spianate con la gobbetta da capire
nel rigido nuvolo, sensibili alla luce, quasi rosse,
Giaveno, le montagne per oggi sono oscurate, e un
perizoma pioverà sui casali, ventaglio
dell’incolore, di
voci vimine o sui mulini, ove una finestretta
lascia vedere
quelle voci, nel cumulo arrossato della caverna
di paglia a torcia, dente.

 

luglio 1951
da
Castelletti, regali, vedute
Rebellato, Padova 1960

 

*

In base al febbraio, ho bisogno di insistere
paonazzo e rapito sui convogli apertissimi
di campagna, quando alle stazioni
di pianura si è sbarrati dall’aureo
bruno d’un uscio dopo la mezzanotte e per tutto
nessuno e non si aspetta che verso il vago
rintronare dell’alba il treno nuovo

 

gennaio 1953
da
Nell’insieme, nel pacco d’aria, vol II
inedito

 

PRIMA PARALISI

 

Non soltanto dalla luce, ma anche da questa luce
e dalla luce: l’invio
salta, triste, sugli asconditi e un giro
attorno alla carne, d’inno, è la quiete.
Poiché importa, importa di noi, i discorsi alla pace
nunziano le casate, quelle che hanno vesti
modeste come gli usi: quasi la pioggia
palloni un sospendere affustato di provincia,
sia un futuro con le cortine mandorle
e fori la saggina di una piazza polverosa
sol con l’ombra del suo odore in facentesi chiaro;
così l’inezia; circospettata attorno a noi,
da noi; e questi siano, anzi sono, tagliati
da giacca, un giuro di esser visibili,
due come la scioltezza; attillo
che si è curvato a non sorrider troppo
Più che onesto massicciotto, il come intraprendere
e l’assoluta spalluccerìa, dunque, al dolore
vergognato di carie rosse, un ben fisso
quadro: veramente puntuta
l’estensione di questo dolore a noi fuori, pugno di
responsabile lo covre quasi tartaruga
e concentra quasi coccetti: assistere, sfiorosi,
al morire altrui o dargli proprio il via?
A quanto non vorrei metter la faccia!
Siamo stati levati per le cose, felici
anche, esse; e dico noi per me, qui,
constatando questo abrogare diversissimo
dal solito, calmato nell’aver non-già buoni
accedere, fastidiato dalla possanza
del respiro retto ma solo un poco.
Com’è,
poi, facile e tutti i monti del sorriso
malvàgian la giavanese faccia, infanti
inetti, per quel che propriamente vale
e non ne dico male. Più che dire,
anzi, è un acido.

 

Saluzzo, Gilba
Colleferro
maggio 1967
da
Veramente, quando

 

 

da “I mattini partivi” (Aragno, 2013)

di Augusto Blotto

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...