VICENTE ALEIXANDRE – TESTI TRATTI DA “POESIE DELLA CONSUMAZIONE” – RIZZOLI 1972

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GLI ANNI

 
Gli anni: la loro storia o il loro peso?
Quel che più costa è andarsene
lenti, ancora amorosi, sorridendo. Dicono: “Giovane;
come sei giovane…”. Essere o apparire? L’inflessione tradisce il senso vero.
Passano le figure che sorprendono. Ché l’occhio, ancora vivo, guarda
e copia l’oro dei capelli, la carne di rosa, il bianco dell’improvviso avorio.
Il riso è chiaro per tutti, anche per lui che vive e l’ode.
Ma gli anni gettano
come un’opaca luce circolare
ed egli va nel cerchio odiato. Non visibile
o quasi, perché passa ignorato in quell’alone.
Rompere non è dato il vetro, l’aria
intorno a lui, cono perpetuo che qualcosa ospita:
invisibile, un essere che ancora ha moto, passa.
Mentre gli altri, liberi, trascorrono accecando.

Perché accecare è emanare la vita in raggi freschi.
Ma chi passa da solo, protetto
dall’età, non è udito. Immota l’aria.
Egli ode e sente, perché il muro strano
gli ruba luce ma non è che aria
per la luce che giunge e lo oltrepassa.
Ritto, trafitta l’anima, passa ancora chi vive.

 

I VECCHI E I GIOVANI

 
Passano alcuni, giovani. Passano, si succedono,
stranieri alla sera gloriosa che li nimba.
Al pari di quei vecchi
più lenti, vanno al giogo
del raggio estremo del sole al tramonto.
Quelli sì, son coscienti della mitezza della sera fine.
Lieve il sole li tocca ed essi prendono
il suo tepore: è un bene – ce n’è pochi –
e vanno lenti pel sentiero chiaro.

È la verdezza prima della presta stagione.
Un fiume giovanile, anzi infanzia d’una fonte vicina,
ed il verde che inizia: freschi roveri,
bosco che al porto va in leggera ascesa.
Leggera. Ma non seguono più i vecchi quel ritmo.
E vanno i giovani che li oltrepassano,
senza vedere, vanno e non li guardano.
Ma li guardano i vecchi. Son durevoli
codesti, che all’estremo della vita,
sull’orlo della fine, stan sospesi,
senza cadere, come se per sempre.
Mentre le ombre giovanili passano, instabili, soggette a logorarsi,
arse da sete che un alito sazia.

 

ORE OBLIQUE

Durante qualche anno fui diverso,
o il medesimo. Evocai stati eccelsi, vili azioni,
vittorie senza uguale. Triste sempre.
Amai quanti non volli. E disamai chi avevo.
Era muraglia il mare, forse ponte leggero.
Non so se mi conobbi o se appresi a ignorarmi.
Se rispettai i pesci, vivo argento dell’ore,
o volli soggiogare la luce. Morte sillabe adesso.
Mi levai con ardore; tacqui con ombra, tardi.
Avidamente arsi. Cantai cenere.
E se nell’acqua immersi un volto, triste Narciso, non mi riconobbi.
Riferii circostanza. Imprecai alle alte sfere
e servii la materia di lor musica vana
con espressione intensa, ignorando se esista.
Nel mezzo delle folle ne volli bere l’ombra
come chi beve l’acqua d’un deserto ingannevole.
Palmeti…Canto, sì. Ma non c’era chi udisse.
Le dune là, le arene palpitavano insonni.
Fallace ascolto a volte un’ombra che trascorre
sopra un corpo creduto. Sputo da solo. “Ardi.”
Ma non ardo. Dormire, sì, dormire… Ah! “Finisci.”

 

I GIOVANI

 
I

Guardano alcuni, lenti.
Tranquilli, bruni, quasi minerali,
son vita, simile alla pietra, e cantano.
Canta la pietra, canta chi ha vissuto.
Ignorano i minerali tranquilli
che sia morte, e il loro bruno ardore geme in ombra.

Coloro che van lenti son giovani. Ce ne sono di tristi
giacché tristezza è giovinezza, o il bacio.
Son numerosi, come i baci, e al labbro
il sole, senza bruciarlo, si sposa.
Nelle labbra carnose vive il giorno.
La notte li attraversa: ne è le ombre.
Passano lenti e rapiscono aura.
Si fa strada la gioventù, se vuole.
Oh l’assoluta gioventù. Son molti,
son come il mare, giungono come onda.
Le loro onde giungono. Continuo un mare, senza fine, placa
la sete della sabbia o mondo. Ed essi
son acque lente ma sicure
ed amano
come la sabbia bacia chi la strugge.
Mare, il mare. Bruciò la gioventù che non ha arso.
E sulla sabbia resta l’acqua lucida.

 

II

 
Invisibili, altri son chi vive,
chi ride. Sono i corpi che trascorrono.
Li rivela la luce. Luce piena,
luce abitata. Non il raggio del sole che arde e fugge,
bensì quello che indugia nella carne
con l’uomo intero in un lucente serpere.
Tutta la vita è luce, che serpeggia
nel raggio: son le generazioni luminose
che furono ma vivono, ma esistono.
E nella luce, fatte luce, giungono
come la stessa gioventù del mondo.

 

III

 
Altri giovani vedi. Quelli non
morti perché non nati.
Pensati solamente.
Non nella notte o idea,
nell’alba l’immagine loro
come il loro pensiero
stanno, sono. La luce
felice ancora, non toccata,
poiché
non macchia chi non nacque. Luci tutto,
supposti: oh pensiero immacolato.
Belli, come l’intatto pensiero soltanto:
un balenare.

 

HAI NOME

 
Il tuo nome,
giacché tu l’hai. La vita non è stata
altro che un nome. Lo so, e non esisto.
Un nome respirato non è un bacio.
Un nome che s’incalza sopra un labbro
non è il mondo, è sognarlo da ciechi.
Così sotterra respirai la terra.
Sopra il tuo corpo respirai la luce.
Nacqui dentro di te: perciò son morto.

 

L’OBLIO

 
La tua fine non è una coppa vana
che si debba vuotare. Muori, gettala.

Per questo lentamente tu alzi nella mano
un brillio o il suo ricordo, e ardono le tue dita
come neve improvvisa.
Non fu ed è. Fu tuttavia e ora tace.
Il freddo brucia e nei tuoi occhi nasce
la sua memoria. Ricordare è osceno;
peggio, è triste. Obliare è morire.

Morì con dignità. Chi passa è l’ombra.

 

IL LIMITE

 
Basta. Non è insistere guardare il lungo
sfolgorio dei tuoi occhi, finché il mondo finisca.
Guardai ed ebbi. Contemplai, passava.
La dignità dell’uomo è nella morte.
Ma il brillio temporale ha verità,
colore. La luce pensata inganna.
Basta. Il torrente di luce dei tuoi occhi
mi fu fede. Per essi vidi, vissi.
Giunto al fine, oggi bacio questi termini.
Il mio limite tu, il mio sogno. Sii!

 

UN TERMINE

 
Conoscere non è uguale che sapere.
Chi ha imparato ascoltando; chi ha sofferto o goduto;
o chi è morto solo.
È un camminare o un correre, ma tutti vanno lenti
nel vento che veloci li trascina.
Nuotano contro corrente e indietreggiano,
portati dalle acque, e mentre tentano di rimontare
il loro corso, sono ormai alla foce.
È il termine, con tutto, ove sprofondano.
Libero mare oscuro in cui riposano.

 

testi tratti da “Poesie della consumazione” (Rizzoli, 1972)
di Vicente Aleixandre.

Traduzioni a cura di Francesco Tentori Montalto.

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