6 POESIE DI MARIANNE MOORE TRATTE DA – “LE POESIE” – ADELPHI (1991)

MARIANNE MOORE

NEI GIORNI DEL COLORE PRISMATICO

 
non nei giorni di Adamo ed Eva, ma quando Adamo
era ancora solo; quando il fumo non c’era, e il colore
era bello, non per l’affinamento
di un’arte primitiva, ma per la sua stessa
originalità; e nulla c’era a modificarlo se non la

nebbia che saliva, e l’obliquo era una variante
del perpendicolare, semplice a vedersi e
a spiegarsi: non è
più così; né la fascia blu-rosso-gialla
di incandescenza che era il colore ha serbato il suo schema: è
anch’essa una

di quelle cose in cui si può immettere e scoprire molto di
peculiare;
la complessità non è un delitto, ma se la portate
fino alla soglia dell’oscurità,
più nulla sarà semplice. La complessità,
poi, che sia stata affidata alle tenebre, invece

di dichiararsi per quella peste che è in realtà, si agita intorno
come per confonderci con la tetra
illusione che l’insistenza
è la misura di ogni risultato e che ogni
verità dev’essere caligine. Gutturale com’è principalmente
la sofisticazione è quel che è sem-
pre stata – agli antipodi delle iniz-
iali grandi verità. “Parte strisciava, parte
si accingeva a strisciare, il resto
stava torpido nella tana”. Nel procedere lento, sussul-
tante, nel gorgogliare e in tutte le minuzie – noi abbiamo la
classica

moltitudine di piedi. A quale scopo! La verità non è l’Apollo
del Belvedere, non è cosa formale. L’onda potrà
sommergerla, se vuole.

Sappi però che ci sarà se dice:
“Ci sarò quando l’onda se n’è andata”.

 

 
IN QUESTA ETÀ DI ASPRA AMBIZIONE
GIOVA LA NONCURANZA E

 

“in verità, non è
affare degli dèi cuocere vasi d’argilla”. Non lo fecero
in questa circostanza. Alcuni
rotarono sull’asse del proprio valore,
come se l’eccessiva popolarità potesse essere un vaso;

non si avventurarono
in una professione di umiltà. Il cuneo levigato
che poteva spaccare il firmamento
era ammutolito. Infine si buttò via da se stesso
e ricadendo conferì ad un povero sciocco un privilegio.

“Superiore in altezza a tutti gli altri
di quanto può esser lunga una conversazione
di cinquecento anni”, ci fu uno che raccontava cose
che non avrebbero potuto mai essere vere –
ed erano migliori le sue storie di tutta l’insocievole, senile

filastrocca che parla di certezza;
il suo recitare in sordina era più tremendo, nella sua
efficacia,

del più feroce assalto a viso aperto.
Il bastone, la sacca, la finta incoerenza
dei modi sono i segni che rivelano quell’arma, la
salvaguardia di se stessi.

 

 

 

ALL’ARTE DI GOVERNO IMBALSAMATA

 
Non c’è nulla da dire in tuo favore. Difendi
il tuo segreto. Tienilo nascosto sotto la dura
scorza di piume, negromante.
O
uccello, le cui tende sono state “grandi teli di canapa
egiziana”, la pallida iscrizione zigzagante della Giustizia –
reclina come una danzatrice – potrà mostrare
mai
il polso della sua sovranità, un tempo così vivida?
Tu neghi, e trasmigrando fuori dal sarcofago
intessi un silenzio di neve intorno
a noi,
e con il tuo linguaggio moribondo,
zoppo a metà e a metà altero,
incedi qua e là. Ibis, noi non troviamo
più
alcuna traccia di virtù in te – vivo ma così muto.
La discrezione ora non è la somma
del buon senso che onora lo statista.
E se
fosse l’incarnazione di una grazia morta?
Come se una maschera mortuaria potesse sostituire
l’imperfetta eccellenza della vita!
Lento
a scoprire la dimensione ripida e severa
del tuo trono, tu vedrai la forzata distorsione
dei sogni suicidi
andare
vacillando verso se stessa e con il suo becco
aggredire la sua stessa natura, fino a quando
sembri amico il nemico e l’amico sembri
nemico.

 

L’ARGONAUTA

 
Forse per i potenti che affidano
le speranze a mani mercenarie?
O per scrittori presi nella trappola
della gloria mondana e degli agi
del fine-settimana? Non per costoro
l’argonauta femmina
fabbrica il suo sottile guscio vitreo.

Offrendo il suo precario
souvenir di speranza, una superficie
bianco-opaca all’esterno
e di contorni morbidi all’interno,
lucente come il mare, la prudente
artefice lo veglia
giorno e notte; e mangia appena

finché le uova non siano schiuse.
Otto volte sepolta nelle sue
otto braccia, poiché in un certo senso
è anche lei una piovra,
la teca vitrea e cornea della culla
è ben nascosta, ma non stritolata;
se Ercole, addentato

da un granchio fedele all’Idra,
si vide impedito nell’impresa,
le uova vigilate
intensamente, nell’uscire dal guscio,
lo liberano quando sono esse stesse liberate –
nel lasciare le rughe di quel favo,
bianco su bianco, e le fitte pieghe –

simili a quelle di un chitone ionico,
o alle righe nella criniera
di un cavallo del Partenone –
intorno cui le braccia
si erano avvolte come se sapessero
che l’amore è l’unica fortezza
tanto salda da offrire affidamento.

 

LUCE È LINGUAGGIO

 
Della luce del sole si può dire
più di quanto si dica del linguaggio: ma linguaggio
e luce, a vicenda
aiutandosi – francese l’uno e l’altra –
non han disonorato un aggettivo
che rimane ancora radicato.
Sì, luce è linguaggio. Libera franca
imparziale luce di sole, luce di luna,
luce di stelle, luce di faro,
sono linguaggio. E il faro
di Creach’h d’Ouessant,
sulla sua indifesa
scaglia di roccia, è il discendente di Voltaire,

la cui giustizia fiammeggiante andò
a raggiungere un uomo già colpito:
dall’inerme
Montaigne, il cui equilibrio,
conservato malgrado la durezza
del bandito, accese la scintilla
salvatrice del rimorso; di Émile Littré,
mosso dalla passione filologica,
ammaliato dagli otto volumi
d’Ippocrate, il suo
autore. Era
un uomo di fuoco, uno scienziato
della libertà, questo tenace Maximilien

Paul Émile Littré. Se l’Inghilterra
è difesa dal mare,
noi, con la consolidata Libertà
di Bartholdi, che regge alta
la torcia accanto al porto, udiamo
l’ingiunzione della Francia: “Ditemi
la verità, e specialmente quando
sia spiacevole”. E noi,
noi possiamo rispondere soltanto:
“Questa parola Francia vuole dire
affrancamento: vuole dire una
che “rianima chiunque pensi a lei”.

 
QUANTO BASTA

 
Se sono una fanatica? Al contrario.
E dove mai mi piacerebbe stare?
Sotto l’olivo di Platone, a terra
o appoggiata al suo vecchio, sodo tronco,

lontana da polemiche
o persone colleriche.

Se vuoi le pietre al posto giusto, indenni
da calce (il muratore dice “malta”),
squadrate e lisce, devi rispettarle,
come disse Ben Jonson, o intendeva.

In Discoveries egli disse ancora:
“Sii per la verità. È quanto basta”.

 

 

 

di Marianne Moore da “Le poesie” (Adelphi, 1991)

a cura di Lina Angioletti e Gilberto Forti

con due saggi di T.S. Eliot e W.H. Auden.

 

 

PARTE DEL SAGGIO DI T.S. ELIOT SU MARIANNE MOORE

 
T.S. Eliot/Marianne Moore: è possibile prevedere la gloria futura di un poeta?
Non è molto quello che sap­piamo circa il valore dell’opera dei nostri con­tem­po­ra­nei; anzi, è ben poco, quasi quanto sap­piamo del valore della nostra stessa opera. Vi si pos­sono tro­vare qua­lità che esi­stono sol­tanto per la sen­si­bi­lità con­tem­po­ra­nea, così come vi si pos­sono nascon­dere virtù che diver­ranno evi­denti sol­tanto col tempo. Quale posto le spet­terà quando noi tutti saremo scrit­tori defunti, non pos­siamo dirlo con alcuna approssimazione.

Se pro­prio si deve par­lare dei con­tem­po­ra­nei, è quindi impor­tante sta­bi­lire prima di tutto che cosa pos­siamo affer­mare con con­vin­zione e che cosa deve restare aperto al dub­bio e alla con­get­tura. L’ultima cosa che pos­siamo giu­di­care è cer­ta­mente la loro “gran­dezza”, o piut­to­sto la loro rela­tiva eccel­lenza o medio­crità in rap­porto al con­cetto di “gran­dezza”. Nel con­cetto di gran­dezza, infatti, sono impli­citi signi­fi­cati morali e sociali che pos­sono essere per­ce­piti sol­tanto da una pro­spet­tiva più remota e dei quali si può forse dire addi­rit­tura che sor­gono nel corso della sto­ria. Non si può pre­dire quale sorte avrà una certa poe­sia, quale azione eser­ci­terà sulle gene­ra­zioni suc­ces­sive. E tut­ta­via pos­siamo cre­dere, con un certo fon­da­mento, che esi­sta qual­che cosa, una qua­lità, che può essere rico­no­sciuta da un pic­colo numero, sol­tanto da un pic­colo numero, di let­tori con­tem­po­ra­nei; ed è la genunità.

Dico di pro­po­sito “sol­tanto un pic­colo numero”, per­ché sem­bra pro­ba­bile che, quando un poeta rie­sce a con­qui­stare in vita un pub­blico nume­roso, una por­zione sem­pre cre­scente di ammi­ra­tori lo ammi­rerà per ragioni estra­nee, per ragioni non sostan­ziali. Non è detto che siano cat­tive ragioni, ma allora la noto­rietà del poeta sarà sem­pli­ce­mente quella di un sim­bolo, dovuta alla sua capa­cità di com­piere sui let­tori un’azione sti­mo­lante, o con­so­lante, in ragione del par­ti­co­lare rap­porto che lo lega ad essi nel tempo. Quesa azione sui let­tori con­tem­po­ra­nei può essere a volte il risul­tato, giu­sto e legit­timo, di una grande poe­sia; ma è anche acca­duto, assai spesso, che fosse il risul­tato di una poe­sia effimera.

Non sem­bra molto impor­tante il fatto che il poeta debba lot­tare con un’epoca distratta e paga di sé, e quindi ostile a nuove forme di poe­sia, oppure con un’epoca come l’attuale, incerta, dif­fi­dente di se stessa e avida di nuove forme che le diano un bla­sone e il rispetto di se stessa. Per molti let­tori moderni ogni novità for­male, per quanto epi­der­mica, è la prova, o l’equivalente, di una sen­si­bi­lità nuova; e se poi la sen­si­bi­lità è fon­da­men­tal­mente ottusa e doz­zi­nale, tanto meglio; poi­ché non vi è strada più rapida per arri­vare a una popo­la­rità imme­diata, anche se pas­seg­gera, che quella di ser­vire merci stan­tie in con­fe­zioni nuove. Vi sono alcune prove che per­met­tono di accer­tare la novità e la genui­nità di un pro­dotto, e una di que­ste –è una prova pura­mente nega­tiva, d’accordo– si può ese­guire osser­vando la rea­zione dei cosid­detti “amanti della poe­sia”; se il pro­dotto suscita la loro avver­sione, è pro­ba­bile che ci tro­viamo davanti a una poe­sia vera­mente nuova e genuina.

Mi rendo conto che i pre­giu­dizi mi indu­cono a non con­ce­dere tutta la mia stima a certi autori, nei quali vedo dei nemici pub­blici piut­to­sto che dei sog­getti sui quali eser­ci­tare la cri­tica; e oso aggiun­gere che un altro pre­giu­di­zio, di diversa natura, mi spinge a con­ce­dere un con­senso acri­tico ad altri scrit­tori. Può anche darsi che io ammiri gli autori giu­sti per le ragioni sba­gliate. Ma ho più fidu­cia nella mia stima per gli autori che ammiro, che nella mia disi­stima per gli autori che mi lasciano freddo o mi esa­spe­rano. E quando affermo che tra le qua­lità rico­no­sci­bili in un con­tem­po­ra­neo quella che io chiamo genui­nità è più impor­tante della gran­dezza, fac­cio una distin­zione tra la fun­zione dello scrit­tore da vivo e la sua fun­zione da morto. Da vivo il poeta con­ti­nua quella bat­ta­glia per la difesa di una lin­gua viva, per con­ser­vare la forza e la sot­ti­gliezza della lin­gua, per la sal­vezza di una certa sen­si­bi­lità, che deve essere soste­nuta in ogni gene­ra­zione; da morto, for­ni­sce modelli per coloro che dopo di lui ripren­dono la bat­ta­glia. Marianne Moore è, credo, tra quei pochi che, nella mia gene­ra­zione, hanno reso qual­che ser­vi­gio alla lingua (…)

(…) devo dire che Marianne Moore ha tenuto conto della lezione di Ezra Pound: che la poe­sia dev’essere scritta con la stessa ele­ganza della prosa. Si direbbe che la Moore abbia immerso il suo spi­rito nelle per­fe­zioni della prosa; nella pre­ci­sione della prosa, piut­to­sto che nel suo splen­dore; e che abbia tro­vato, per vie auto­nome, il suo ritmo, la sua poe­sia, il suo modo di pesare e apprez­zare la parola singola.

Il primo aspetto per il quale la poe­sia di Marianne Moore è desti­nata a col­pire il let­tore è quello del minu­zioso par­ti­co­lare piut­to­sto che dell’unità emo­tiva. Il gusto dell’osservazione minuta, della ricerca di parole esatte per espri­mere certe espe­rienze dell’occhio può per­sino distrarre l’attenzione del let­tore. Le minu­zie pos­sono addi­rit­tura irri­tare i disat­tenti o destare in essi sol­tanto lo stu­pore com­pia­ciuto che si prova davanti a una palla d’avorio che con­tenga altre undici palle, davanti al veliero rico­struito in tutti i par­ti­co­lari den­tro una bot­ti­glia, o danti allo sche­le­tro del pesce-crocifisso. Lo smar­ri­mento che nasce dal ten­ta­tivo di seguire un occhio così acuto, un pro­cesso d’associazione così agile e rapido può pro­durre l’effetto di certa poe­sia “meta­fi­sica”. Al let­tore mode­ra­ta­mente intel­let­tuale le poe­sie pos­sono appa­rire eser­ci­ta­zioni intel­let­tuali, e sol­tanto chi abbia un’intelligenza capace di rapidi e facili movi­menti ne coglierà subito il valore emotivo.

Ma il par­ti­co­lare è sem­pre al ser­vi­zio dell’insieme. Le simi­li­tu­dini hanno una ragione e uno scopo; e si veda il mitile che “si apre e si chiude come fosse un ven­ta­glio ferito” (dove ferito ha un’ambiguità ben degna dell’attenzione di un cri­tico come Wil­liam Emp­son), o le onde “peren­to­rie come le squame di un pesce”. Esse ci fanno vedere l’oggetto più chia­ra­mente, anche quando non com­pren­diamo subito per­ché la nostra atten­zione sia stata indi­riz­zata verso quell’oggetto, e anche quando non ne affer­riamo subito l’associazione con una serie di altri oggetti. Così nella sua diver­tita e affet­tuosa atten­zione per gli ani­mali –dal gatto dome­stico e dal mulo fino alle più eso­ti­che e biz­zarre dei tropici-, Marianne Moore rie­sce di colpo a get­tarci in un incon­sueto stato di con­sa­pe­vo­lezza, di farci per­ce­pire incre­di­bili modelli visivi gra­zie a stru­menti che hanno quasi il fascino pro­prio d’un micro­sco­pio d’alta potenza.

Si potrebbe defi­nire come “descrit­tiva”, piut­to­sto che “lirica” o “dram­ma­tica”, la poe­sia di Marianne Moore, o la mag­gior parte di essa. Si crede gene­ral­mente che la poe­sia descrit­tiva sia legata a un certo periodo, e quindi con­dan­nata a un rapido tra­monto; e invece essa è uno dei modi per­ma­nenti d’espressione. Nel secolo diciot­te­simo –o, se si pre­fe­ri­sce, nel periodo che com­prende Copper’s Hill, Win­sdor Forest ed Elegy di Gray– la descri­zione della scena è il punto di par­tenza per rifles­sioni su que­sto quel tema. La poe­sia del roman­ti­ci­smo, dal peg­gior Byron al miglior Word­sworth, oscilla tra rifles­sione ed evo­ca­zione; ma la descri­zione, il qua­dro messo dinanzi al let­tore, risponde sem­pre allo stesso scopo.

Il fine dell’ “ima­gi­smo”, per quanto ne capi­sco, o per quanto si possa par­lare di un fine, era quello di pro­muo­vere una par­ti­co­lare con­cen­tra­zione su un dato visivo per poi met­tere in movi­mento una suc­ces­sione sem­pre più ampia di sen­sa­zioni con­cen­tri­che. Alcune poe­sie di Marianne Moore –per esem­pio, quelle che riguar­dano ani­mali o uccelli– hanno un vastis­simo spet­tro di asso­cia­zioni. Sarebbe dif­fi­cile dire quale sia il “soggetto-tema” di una poe­sia come Il ger­boa. Per uno spi­rito così agile, e per una sen­si­bi­lità così reti­cente, il sog­getto meno impor­tante, com’è appunto un gra­zioso ani­ma­letto sal­tel­lante che ha il colore della sab­bia, può essere il mezzo migliore per libe­rare le emo­zioni più pro­fonde. Sol­tanto il “let­te­ra­li­sta pedante” può giu­di­care banale il soggetto-tema: la bana­lità è den­tro di lui. Ognuno di noi deve sce­gliere quel qual­siasi soggetto-tema che gli offra il mezzo per la libe­ra­zione più effi­cace e più segreta: e que­sta è una fac­cenda del tutto per­so­nale.

 

 

 

BIOGRAFIA DELL’AUTRICE

 
Marianne Moore (Kirkwood, 15 novembre 1887 – New York City, 5 febbraio 1972) è stata una poetessa e scrittrice statunitense appartenente al modernismo.

Marianne Moore nasce a Kirkwood (Missouri), nella casa parrocchiale della chiesa presbiteriana di cui il nonno materno, John Riddle Warner, era il pastore. Figlia di un ingegnere e inventore, John Milton Moore, e sua moglie, Mary Warner, Marianne cresce nella casa del nonno, il padre essendo stato ricoverato in un ospedale psichiatrico prima della sua nascita. Nel 1905, la Moore frequenta il Bryn Mawr College in Pennsylvania e si laurea quattro anni dopo. Ha insegnato all’Indian Industrial School di Carlisle, fino al 1915, quando la Moore comincia a pubblicare poesie professionalmente.

In parte a causa dei suoi diversi viaggi in Europa prima della prima guerra mondiale, Marianne Moore attrae l’attenzione di vari poeti, tra cui Wallace Stevens, William Carlos Williams, Hilda Doolittle, T. S. Eliot, e Ezra Pound. Dal 1925 al 1929, la Moore lavora come editore della rivista letteraria e culturale The Dial. Questo le diede un ruolo simile a quello di Pound, e la possibilità di incoraggiare poeti promettenti, tra cui Elizabeth Bishop, Allen Ginsberg, John Ashbery e James Merrill, di pubblicare i suoi primi lavori, e di raffinare la sua tecnica poetica.

Nel 1933, la Moore ha ricevuto il premio Helen Haire Levinson Prize dalla rivista Poetry. Il suo Collected Poems del 1951 è il suo lavoro più premiato: ha ricevuto il Premio Pulitzer, il National Book Award, e il Bollingen Prize. Moore diviene una celebrità minore nei circoli letterari di New York. Si reca a incontri di pugilato, partite di baseball e altri eventi pubblici vestita in quello che divenne poi il suo abbigliamento tipico, un cappello a tricorno e un mantello nero. Appassionata di atletica e di atleti, era una grande ammiratrice di Muhammad Ali, per cui scrisse un’introduzione al suo album I Am the Greatest!. La Moore ha continuato a pubblicare poesie in varie riviste, incluse The Nation, The New Republic e Partisan Review, oltre che a pubblicare diversi libri e raccolte di poesie e critiche. Marianne Moore è stata in corrispondenza per qualche tempo con W. H. Auden e Ezra Pound durante la sua incarcerazione.

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