ANNA MARIA ORTESE – alcune poesie

 

 

 

da Il mio paese è la notte

ADDIO, PAESE (I sezione n.d.r.)

1930-32
ALBERI BEVA E FIUMI

Ma quanto vissi? E sempre

Sono tant’anni, forse
sono secoli ormai che la dolcezza
di risvegliarmi provo, di vedere
intorno a me le cose conosciute,
spente, e le vive. Sono forse secoli.
Ma quanto vissi? E sempre
mi sveglierò a toccare
i mali miei, le amate
cose d’intorno? Come calmo è il sole
sulla mia faccia, sopra le mie mani,
eppure un giorno finirà.
.                                                 Non voglio,
pensare a questo. Chi raccoglie al mio
posto le voci che raccolsi? Il mesto
saper di vita chi raccoglie, mio?
Ma quanto tempo vissi! Ora mi pare
la vita sfumi, e non vorrei: ché buono
ha sapore, di pane.
Scaldami, Sole, vieni qui. Ho timore
freddo che il Sole ora si stanchi, e guai
se questo avviene, se si fredda il Sole.
Come svegliarsi una mattina, e piove
nero sui vetri, e gridano campane
funeste. Male. Che risplenda il Sole
sopra le mani mie voglio, e penètri
fino nell’ossa, e le consoli e prema.

*

fino al 1952
CALABRIA

Perché ricordarmi di voi?

Perché ricordarmi di voi?
Che cosa mi avete fatto?
Mi avete soltanto urtata,
gettata a terra, accecata,
e io, quando mi staccai
dalla mia casa vedevo il cielo.

Mandatemi vicino un cane
che mi lecchi le piaghe;
ma no! e neppure un uccello,
e neppure toccatemi
con un fil d’erba,
ché soffrirei atrocemente.

Allontanate il cielo,
la campagna, le strade,
le voci, i nomi, la vita
così grave, così grave.

*

1953-60
LA NATURALEZZA DI QUESTA VITA (III sezione di questo blocco, n.d.r.)

Il diverso

Il diverso da questi si allontana
che urlando vanno il nome per le vie,
frenetici di nome. Ignora il nome
che ebbe, il diverso; se ne sta guardando
dentro di sé i giardini che non vide,
senza nome, e le viole che disperse.
Se ne sta senza nome voce gridando,
rotto dalla stanchezza della sera,
della casa lontana; e tutto ride
a lui intorno, e lo strazia. E non è vero.

IL MIO PAESE È LA NOTTE (II sezione n.d.r.)

1980 e oltre
DI NOTTE

Casa di altri

Ingannarci
non dovevi, vita, Casa di Altri.
Quale tristezza nascere stranieri.

*

La guerra

A questa stanca vita
non va bene la guerra,
ma è legge della terra
che battersi si deve.

Non piace il pane nero,
sempre l’abbiamo avuto,
ma molti hanno goduto,
pagare ora si deve.

Non piace che si muoia,
spari non vuol sentire,
ma il bambino è cresciuto
con quello che ha potuto:

con fucili e lupare,
il senso del denaro,
e il cuore rozzo e amaro.
Ora il potere è al nulla,

e morire si deve
come mai nati. Sempre
la pace noi aspettiamo,
una stagione lunga
col sole al davanzale.
Ma morire si deve.

Giù il sole dalle mani!
Su, nella terra entrate!

Viole e gerani in erba
sul caldo davanzale.
Ma questo è sogno umano!
Ora morir si deve.

*

da La luna che trascorre

Altro

E la pioggia è caduta sul cappello
del lume che sta all’angolo del vico!
Come sempre! Ma il vico muto splende
di straniera bellezza. Altre le case,
altro il vento, altra l’alba che riluce
tra le nubi del mondo. E il mondo un altro.

*

Nessuno verrà

Nessuno verrà mai su questa terra
a dirci la ragione delle cose,
fosse anche una ragione da niente;
a svegliare i morti bambini,
a svelare la legge totale della
Iniquità.

*

Preghiera

Fatemi fuggire
da questo paese strano,
ve ne prego con le mani
giunte, fatemi
andare lontano.
.    Dove la gente parla
in modo buono e sereno,
dove nessuno mente,
dove nessuno trema.
.    In Islanda, forse,
o dove comincia il Polo,
il freddo terribile rende
gli uomini sereni e buoni.
.    Dove c’è il sole non posso,
non me la sento di stare,
e dove c’è folla non voglio,
non posso più abitare.
.    Tutte queste macchine atroci,
queste parole di minaccia,
queste scene di beffa,
questi patiboli in piazza.
.    L’uno a vedere come
muore l’altro. Dante vide
queste cose settecento
anni fa.
.    Era profeta, o grande
cronista del Futuro?

 

 

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