5 POESIE DI MARIO BENEDETTI TRATTE DA “UMANA GLORIA” – ED. MONDADORI, 2004

BENE

 

*
È stato un grande sogno vivere
e vero sempre, doloroso e di gioia.
Sono venuti per il nostro riso,
per il pianto contro il tavolo e contro il lavoro nel campo.
Sono venuti per guardarci, ecco la meraviglia:
quello è un uomo, quelli sono tutti degli uomini.
Era l’ago per le sporte di paglia l’occhio limpido,
il ginocchio che premeva sull’erba
nella stampa con il bambino disegnato chiaro in un bel giorno,
il babbo morto, liscio e chiaro
come una piastrella pulita, come la mela nella guantiera.
Era arrivato un povero dalle sponde dei boschi e dietro del cielo
con le storie dei poveri che venivano sulle panche,
e io lo guardavo come potrebbero essere questi palazzi
con addosso i muri strappati delle case che non ci sono.

 

 
*
Che cos’è la solitudine
Ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi:
un inverno, le poche foglie sui rami, una panchina vuota.
Ho freddo, ma come se non fossi io.
Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro
come un uomo con un libro, ingenuamente.
Pareva un giorno lontano oggi, pensoso.
Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri,
il Natale nei racconti,
le stampe su questo parco come un suo spessore.
Che cos’è la solitudine.
La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,
si è distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto,
un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande.
L’ho letto su un foglio di giornale.
Scusatemi tutti.

 

 

*

Penso a come dire questa fragilità che è guardarti,
stare insieme a cose come bottoni o spille,
come le tue dita, i tuoi capelli lunghi marrone.
Ma d’aria siamo quasi, in tutte le stanze
dove ci fermiamo davanti a noi un momento
con la paura che ci ha assottigliati in un sorriso,
dopo la paura in ogni mano, o braccio, passo,
che ogni mano, o braccio, passo, non ci siano.

 

 

*
Come dire che due ragazzi camminano
sulla breve salita
e la notte cammina
in quel breve salire,
e in questo poco tempo noi siamo vivi,
erba, fiume laggiù
che mormori a tutto il vuoto e a me
l’eco del salire dei corpi?

 

 

*
Non sapevo se le mie parole erano le stesse
per tutti, la mia notte
se era la stessa nessuno lo diceva.
Valli, ogni volta che venivo,
erba ripetevo, adesso è ancora questa erba,
e alberi, toccarli, dire alberi.
Viale che non guardo,
rimasto come lo sapevo ma neppure un viale.
E cammino anche più in là di me
adesso che piangere è pioggia,
e stare soli è più grande.

 

Poesie di Mario Benedetti tratte da “Umana Gloria” (Mondadori, Lo Specchio, 2004)

 

 

Mario Benedetti nasce a Udine nel 1955 e vive a Milano. Nel 1986 fonda a Padova con Stefano Dal Bianco e Fernando Marchiori la rivista di poesia contemporanea “Scarto minimo”. Ha pubblicato Moriremo guardati, Forlì, Forum/Quinta generazione, 1982; La casa, Milano, Polena, 1985; Il cielo per sempre, Milano, Schema Poesia, 1989; I secoli della primavera, Ascoli Piceno, Edizioni Sestante, 1992; Una terra che non sembra vera, Pasian di Prato, Campanotto editore, 1997, Il parco del Triglav, Milano, Stampa, 1999; Borgo con locanda, Circolo culturale di Meduno, 2000; Umana gloria, Milano, Mondadori, 2004 (edizione in cui il poeta sceglie e rielabora testi delle raccolte precedenti accostandoli a poesie nuove); Pitture nere su carta, Milano, Mondadori, 2008; Materiali di un’identità, Transeuropa, Massa, 2010.

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