UN BRANO DI GIORGIO MANGANELLI TRATTO DA “LA PALUDE DEFINITIVA” – ED. ADELPHI

MANGANELLI

 

 

 

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Il cavallo: da che siamo giunti a questa casa, il cavallo si è appartato; non saprei come altrimenti descrivere il suo contegno; esco dalla casa, e lo scorgo, lontano forse un centinaio di metri, immobile, il volto, così debbo chiamarlo, verso la casa, ma del tutto indifferente. Non è lontano, ma lo spazio che mi divide da lui è palude irrimediabile, e chiaramente mi vien detto non so da chi, che non debbo raggiungere quel cavallo. Posso solo guardarlo, e chiedermi che mai sia. Ora so per certo che non ha nulla a che fare con i cavalli terrestri, e in qualche modo lo so coinvolto nella qualità della palude; ma appunto questa qualità mi è ignota. Né so, e questo forse è essenziale, che cosa sia questo cavallo in assenza di me, e anzi se io ed egli non formiamo non già una coppia, ma un individuo binario, fatalmente congiunto e non solo giustapposto. Giacché ho ben detto, io, che senza il cavallo non sarei mai giunto alla casa nella palude, e ciò è vero; ma non so se senza di me a questo cavallo sarebbe stato mai permesso di affrontare, e con tanta esattezza di piede, gli itinerari della mortale palude; se sono certo che il cavallo è il mio destino, non è impossibile che io stesso appartenga al destino del cavallo. Cavallo, cavallo; che strano nome per questo essere prodigioso, nel breve percorso prima di raggiungere la palude, ho provato a chiamarlo corsiero, e con quei nomi che usano, come Morello, o Baiardo. Ora rido a pensarci. A quei nomi non rispondeva, ma ora capisco che non v’è, non vi può essere nome cui risponda; e se ho tentato di non dirlo cavallo, ma corsiero, questo veniva dal mio desiderio di riconoscergli una qualità d’invenzione, quasi fosse uno dei tanti cavalli per eroi e dèi che frequentano i poeti mitici, a me una volta diletti. I “corsieri” non esistono nel senso quotidiano e terrestre, e dunque bene accadeva chiamare costui un corsiero; ma poi tutto questo si è disfatto come un gioco letterario, ed ora mi trovo a misurarmi con una metà della mia formula binaria, e tener testa a qualcosa di oscuro ma di essenziale alla definizione di questo luogo, non meno ignoto e certo dei miei predecessori, che forse il cavallo ha conosciuto, che forse lo hanno cavalcato attraverso la laguna, per gli stessi itinerari sull’orlo della morte. Ho detto: il cavaliere dell’apocalisse, ma il cavaliere aveva un cavallo, e se io sono per questa terra viva di animali, l’angelo della morte, quel cavallo non può avere minor dignità, né io di lui; siamo entrambi dèi letali? Frugo fra i miei ricordi scolastici e mi chiedo se io in verità non abbia a che fare con un cavallo, ma con la cavallinità. Ora, la cavallinità non può chiamarsi “Morello” né può essere corsiero, ma anche non mangerà nñe defecherà, né copulerà; e forse non è impossibile avere un qualche rapporto meditativo con la cavallinità, e forse anche a quella rivolgere la parola, anche se dubito che la cavallinità sia incline a rispondere. Ma l’idea che io non sia venuto a cavallo ma sul dorso della cavallinità – che spiegherebbe il suo innaturale silenzio – mi affascina; o forse è un gioco per resistere alla palude?

brano di Giorgio Manganelli (1922-1990)
tratto da “La palude definitiva” (Ed. Adelphi, 2002)

 

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Narratore, critico, giornalista, saggista. Demistificatore, visionario. Mai solo ed esclusivamente scrittore. Scrittore della scrittura. Scrittore della menzogna della letteratura. «Buffone», come ogni scrittore che sceglie «in primo luogo di essere inutile». Nato a Milano nel 1922, quello di Manganelli, scomparso a Roma nel 1990, fu come un «ricatto dalle parole», come egli stesso lo definì in Laboriose inezie (1986), un’immersione completa nella letteratura, un mondo di segni costruito come un gioco geometrico di ripetizioni. Un entretien erudito, un io autobiografico mentre si costruisce e distrugge nelle combinazioni. Quasi a scrivere sempre lo stesso libro, fin dal 1964, anno in cui uscì nella collana I narratori di Feltrinelli la sua prima opera, Hilarotragoedia. Dalla gestazione complessa, come la storia delle sue numerose edizioni: in origine un piccolo quaderno di appunti su volere dello psicoanalista Ernst Bernhard, poi due edizioni per Feltrinelli e in ultimo la ristampa per Adelphi nel 1987. Libro e non romanzo, “trattatello” e non storia, come era nello spirito delle tesi del Gruppo 63 a cui Manganelli partecipò, dove il romanzo provocava “ripugnanza” e “fastidio”. Cos’è dunque questa prima opera che segnò l’esordio letterario di un uomo di 40 anni? In qualche modo un’autobiografia, un viaggio negli inferi per la «natura discenditiva» dell’uomo, per l’eredità «sciamanica» della letteratura che ha a che fare con gli spiriti, con l’Ade — «Dall’infima cima sporgiti, abbandónati al tuo precipizio. Sii fedele alla tua discesa, homo. Amico». Da un’origine sicuramente psicologica, il materiale di quest’opera risale agli anni milanesi dal 1947 al 1949, anni in cui Manganelli, come Alda Merini, conobbe la “tragedia” della malattia mentale e della follia. Romano di adozione fin dal 1953, Manganelli divenne recensore e critico collaborando per questo con numerose riviste di quegli anni: oltre a «Il Giorno», cominciarono ad apparire su «L’Illustrazione italiana» sue importanti recensioni di opere tra cui Salinger, Beckett e Bellow. Sempre degli anni ’60 sono le riviste «Grammatica» pubblicata con Giuliani, Novelli e Perini, nonché la rivista «Quindici», entrambe appartenenti al gruppo della Neoavanguardia. E sarà in questo ambiente di Kulturkritik che si inserirà la partecipazione dei letterati a giornali come «Il Mondo» nella cui rubrica “foglietti di viaggio” si troveranno contributi come le lettere inglesi di Arbasino e le corrispondenze dall’India di Manganelli. Manganelli traduttore. Di Poe in particolare. Su suggerimento e proposta di Calvino. Manganelli viaggiatore. Spirito inquieto che viaggia verso l’India, la Cina e la Malesia, affascinato da questi luoghi del possibile, da queste realtà collettive, mosso dalla propria angoscia esistenziale. Dirà infatti su «Il Mondo» a proposito dell’India che questa esperienza era stata per lui come «una serie di diapositive dell’orrido». Precedentemente a questo viaggio traumatico, che avvenne nel 1975, l’opera di Manganelli proseguiva la sua fase alla ricerca dei segni nel «sole nero di ogni scrittura» con Nuovo commento (1969), opera che portò Calvino a scrivergli una lettera, colpito forse dal fatto che, come lui, questo autore facesse della metafora e del linguaggio la narrazione stessa. Calvino accolse con lo stesso entusiasmo anche l’opera successiva, Agli dei ulteriori (1972), comprendente racconti inediti quali Un re, Simulazioni, Alcune ipotesi sulle mie precedenti reincarnazioni, Dal disonore, Un amore impossibile, oltre al Discorso sulla difficoltà di comunicare coi morti, già pubblicato da «Il Menabò» n° 8 del 1965. Se i morti non parlano, se custodiscono il «Silenzio», la «Distanza», la «Desolazione», come, se non parlando con «le astuzie del niente, oseremo introdurci in quel tibet del non essere?». Manganelli infatti fu sempre angosciato dal nulla, rendendolo talmente pieno, colto, abitato in maniera ludica, da rendere letteratura il mondo intero, dal calcio alla chiesa, al turismo, al traffico, al divorzio, fino addirittura ai traslochi. Articoli apparsi su «Il Giorno» (1972) e su «L’Espresso» (1972-’73) vennero così raccolti nell’opera Lunario dell’orfano sannita (1973), lo sguardo sulla realtà quotidiana di un essere espulso dalla storia che può osservarla e parlarne in modo sarcastico. Si delinea così quella particolare forma di scrittura che fu di Manganelli da sempre: osservazioni pungenti sulla realtà che divengono linguaggio degno di riflessione e pubblicazione. Operazione che Manganelli completò anche quando anni dopo raccolse gli articoli pubblicati per «La Stampa», «Il Corriere della Sera», «Epoca», «L’Espresso», «L’Europeo» e «Il Messaggero», nell’opera dal titolo Improvvisi per macchina da scrivere (1989). La quotidianità guardata con interesse metafisico, la polemica e la provocazione originate dalla figura retorica con cui Manganelli guardò sempre alla vita, l’ironia. Uno sguardo dove anche la morte veniva resa ridicola, grottesca, picaresca. Nella nostra letteratura italiana un libro raccontò le avventure picaresche del suo protagonista, un libro che a Manganelli non poteva sfuggire per la grande valenza metaforica e simbolica: Pinocchio di Collodi. Uscito per la prima volta nel 1977, in Pinocchio: un libro parallelo, Manganelli sta al fianco delle parole, parallele appunto, dà loro un’altra luce, fa diventare il testo di Collodi ancora più allegorico e in queste allegorie, che permettono che il testo possa aprirsi, il burattino di legno diventa adulto; al di là dei giochi verbali e degli esercizi linguistici con cui Manganelli rivede questa opera, l’universo di Pinocchio è infatti, nello spirito di angoscia esistenziale dello scrittore, un attraversamento della morte; attraverso riti e liberazioni durante la sua crescita, coperti dalla maschera dell’ironia, una maschera che svela, una lingua di giochi, errori ed equivoci: «C’era una volta… Un re… No…». La ripetizione, l’allontanamento emotivo dal coinvolgimento. La letteratura salvò veramente Manganelli dalla disperazione. Ma la letteratura salva dall’angoscia quando esorcizza e per esorcizzare occorreva allontanare producendo un effetto di straniamento emozionale. È il caso di Centuria, cento romanzi fiume, apparso per la prima volta nel 1979 e arricchito nelle edizioni successive fino all’ultima di Adelphi, di altre 31 centurie, di cui 20 apparse sul «Caffè» nel 1980, e di 7 racconti inizialmente scartati dallo scrittore. Piccoli romanzi, microstorie, come fossero ancora una volta i corsivi di un giornale. Centuria fu per Manganelli l’occasione per essere conosciuto dal grande pubblico, tanto da valergli il Premio Viareggio. Pubblico anche non solo italiano. Centuria fu infatti il primo dei libri di Manganelli a essere tradotto all’estero e fu Calvino a presentarne con un intervento la versione francese. Calvino che in Se una notte di inverno un viaggiatore, per l’idea della molteplicità che stava dietro, si sentiva così vicino a Manganelli da sottolinearne la «scrittura concisa ed essenziale», le «invenzioni narrative sintetiche e concentrate». Ecco le istruzioni di lettura dello stesso Manganelli a quest’opera: «Se mi si consente un suggerimento, il modo ottimo per leggere questo libercolo, ma costoso, sarebbe: acquistare diritto d’uso d’un grattacielo che abbia il medesimo numero di piani delle righe del testo da leggere; a ciascun piano collocare un lettore con il libro in mano; a ciascun lettore si dia una riga; ad un segnale, il Lettore Supremo comincerà a precipitare dal sommo dell’edificio, e man mano che transiterà di fronte alle finestre, il lettore di ciascun piano leggerà la riga destinatagli, a voce forte e chiara. È necessario che il numero dei piani corrisponda a quello delle righe, e non vi siano equivoci tra ammezzato e primo piano, che potrebbero causare un imbarazzante silenzio prima dello schianto. Bene anche leggerlo nelle tenebre esteriori, meglio se allo zero assoluto, in smarrito abitacolo spaziale». Tesi questa che troviamo anche nei suoi saggi La letteratura come menzogna (1967) Angosce di stile ( 1981) e Laboriose inezie (1986), ma è in particolare La letteratura come menzogna una testimonianza importante nel dibattito di quegli anni tra letteratura realistica e letteratura fantastica; il fantastico «la letteratura della mano sinistra, dell’apostasia, dell’eresia». La nuova idea della letteratura per Manganelli, ma anche per Celati, fu espressa in un contributo che lo stesso Manganelli fornì al volume collettivo del Gruppo 63 dal titolo Il romanzo: «corrotto dalla serietà propria e dei critici, ha perso la limpida gioia della menzogna, l’ilare arroganza che sono, a mio avviso, le virtù fondamentali di coloro che attendono a quel perpetuo scandalo che è il lavoro letterario». Tesi portata avanti anche ne La palude definitiva, l’ultimo romanzo dello scrittore scritto nell’anno della sua morte e pubblicato postumo. Una tesi per tutte di questa opera: l’idea che la conclusione del romanzo è l’impossibilità e il rifiuto a concludere. Come i due punti a fine poesia di Sanguineti. La palus putredinis di uno e la palude definitiva dell’altro. Nella palude definitiva il narratore ci accompagna con il suo cavallo in un luogo «in cui è difficile entrare e impossibile uscire». Quel luogo taciturno in cui il 28 Maggio del 1990 Manganelli entrò?

 

(fonte http://www.zam.it)

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