UN RACCONTO DI JULIO CORTÁZAR DA “TANTO AMORE PER GLENDA” – GUANDA, 2000

GLENDA

 

 

 

 

 

ORIENTAMENTO DEI GATTI

 

 

A Juan Soriano

 

 

Quando Alana e Osiris mi guardano non posso lamentare la minima finzione, la minima doppiezza. Mi guardano dritto, Alana la sua luce azzurra e Osiris il suo lampo verde. Anche fra loro si guardano così, Alana accarezzando il nero dorso di Osiris che alza il muso dal piatto di latte e miagola soddisfatto, donna e gatto conoscendosi su piani che mi sfuggono, che le mie carezze non riescono a raggiungere. Da tempo ho rinunciato a ogni dominio su Osiris, siamo buoni amici da una distanza invalicabile; però Alana è mia moglie e la distanza fra noi è diversa, qualcosa che lei non sembra avvertire ma che si insinua nella mia felicità quando Alana mi guarda, quando mi guarda dritto esattamente come Osiris e mi sorride o mi parla senza la minima riserva, dandosi in ogni gesto e in ogni cosa come si dà nell’amore, quando tutto il suo corpo è come i suoi occhi, una offerta assoluta, una reciprocità ininterrotta.

È strano, anche se ho rinunciato ad entrare pienamente nel mondo di Osiris, il mio amore per Alana non accetta la pacifica evidenza della cosa conclusa, la coppia per sempre, la vita senza segreti. Dietro quegli occhi azzurri c’è dell’altro, al fondo della parole, dei gemiti e dei silenzi alita un altro regno, respira un’altra Alana. Non gliel’ho mai detto, la amo troppo per incrinare questa distesa di felicità sulla quale sono scivolati già tanti giorni, tanti anni. A modo mio mi ostino a comprendere, a scoprire; la osservo, ma senza spiarla; la seguo, ma senza sospetti; amo una meravigliosa statua mutila, un testo incompiuto, un frammento di cielo inscritto nella finestra della vita.

C’è stato un tempo in cui la musica mi sembrava la via giusta per incontrare veramente Alana; guardandola mentre ascoltava i nostri dischi, Bartok, Duke Ellington, Gal Costa, una progressiva trasparenza mi immergeva in lei, la musica la denudava in modo diverso, la rendeva sempre più Alana perché Alana non poteva essere soltanto la donna che mi aveva sempre guardato negli occhi senza nascondermi nulla. Contro Alana, molto oltre Alana io la cercavo per amarla meglio; e se al principio la musica mi lasciò intravedere altre Alane, venne il giorno in cui davanti a un’incisione di Rembrandt la vidi cambiare ancora di più, come se un gioco di nubi nel cielo alterasse bruscamente le lucie e le ombre di un paesaggio. Sentii che la pittura la spingeva oltre se stessa per quell’unico spettatore che poteva misurare l’istantanea metamorfosi irripetibile, intravedere Alana in Alana. Intercessori involontari, Keith Jarret, Beethoven e Anìbal Troilo mi avevano aiutato ad approssimarmi, ma di fronte a un quadro o a un’incisione Alana si spogliava ancora di più di ciò che credeva di essere per un attimo entrava in un mondo immaginario, usciva da sé senza saperlo, passando da una pittura all’altra, commentandole o tacendo, gioco di carte che ogni nuova contemplazione mescolava per colui che cauto e attento un poco in disparte o dandole il braccio, vedeva succedersi le regine e gli assi, le picche e i fiori, Alana.

Con Osiris che si poteva fare? Dargli il suo latte, lasciarlo nel suo gomitolo nero beato e ronfante; ma Alana potevo portarla in una galleria d’arte come ho fatto ieri, assistere ancora una volta a un teatro di specchi e camere oscure, di immagini stese sulla tela di fronte a quest’altra immagine di allegri jeans e camicetta rossa che dopo aver spento la sigaretta all’ingresso andava di quadro in quadro, fermandosi esattamente alla distanza che lo sguardo richiedeva, voltandosi ogni tanto verso di me per un commento o un confronto. Mai avrebbe potuto indovinare che io non ero lì per i quadri, che un passo indietro o al suo fianco il mio modo di guardare non aveva niente da spartire col suo. Mai si sarebbe resa conto che il suo lento e riflessivo passare da quadro a quadro cambiava al punto da costringermi a chiudere gli occhi e lottare per non stringerla fra le braccia e portarmela al delirio, a una corsa folle in mezzo alla strada. Disinvolta, leggera nella naturalezza del piacere e della scoperta, il suo arrestarsi e indugiare si inscrivevano in un tempo diverso dal mio, estraneo alla contratta impazienza della mia sete.

Fino a quel momento era tutto stato un vago preannuncio, Alana nella musica, Alana di fronte a Rembrandt. Ma ora la mia speranza cominciava a compiersi in maniera quasi insopportabile, fin dal nostro arrivo Alana si era consegnata ai quadri con un’atroce innocenza da camaleonte, passando da uno stato all’altro senza sapere che uno spettatore in agguato spiava nel suo atteggiamento, nell’inclinazione del capo, nel movimento delle mani o delle labbra il cromatismo interno che la percorreva fino a mostrarla altra, quando l’altra era sempre Alana che si aggiungeva ad Alana, le carte una sull’altra fino a completare il mazzo. Al suo fianco, avanzando poco a poco lungo i muri della galleria, la vedevo darsi a ogni pittura, i miei occhi moltiplicavano un triangolo fulmineo che si tendeva da lei al quadro a me per tornare a lei e percepire il cambiamento, l’aureola diversa che l’avvolgeva un attimo per cedere poi ad un’aura nuova, a una tonalità che la esponeva alla vera, all’ultima nudità. Impossibile prevedere fino a quando si sarebbe ripetuta quell’osmosi, quante nuove Alane mi avrebbero condotto infine alla sintesi da cui saremmo usciti entrambi appagati, lei senza saperlo e accendendosi un’altra sigaretta prima di chiedermi che l’accompagni a bere un bicchiere, io sapendo che la mia lunga ricerca era arrivata in porto e che il mio amore avrebbe abbracciato da quel momento il visibile e l’invisibile, avrebbe accolto il limpido sguardo di Alana senza sospetti di porte chiuse, di passaggi vietati.

Di fronte a una barca solitaria e a un primo piano di rocce nere, la vidi restare immobile a lungo; un impercettibile ondeggiare delle mani la faceva come nuotare nell’aria, cercare il mare aperto, una fuga di orizzonti. Oramai non potevo stupirmi che quest’altro quadro in cui un’inferriata a punte aguzze proibiva l’accesso agli alberi vicini la facesse indietreggiare quasi cercando un punto di vista, di colpo era la ripulsa, il rifiuto di un limite inaccettabile. Uccelli, mostri marini, finestre spalancate al silenzio o che lasciano entrare un simulacro di morte, ogni nuova pittura travolgeva Alana spogliandola del colore precedente, strappandole le modulazioni della libertà, del volo, dei grandi spazi, affermando il suo rifiuto della notte e del nulla, la sua ansia di sole, il suo impulso quasi terribile di fenice. Rimasi indietro sapendo che non mi sarebbe stato possibile sopportare il suo sguardo, la sua sorpresa interrogativa quando avesse visto sulla mia faccia la luce accecante della conferma, perché tutto ciò ero anche io, era il mio progetto Alana, la mia vita Alana, lo avevo desiderato e represso per un presente di città e parsimonia, adesso finalmente Alana, finalmente Alana ed io da adesso, da questo preciso istante. Avrei voluto tenerla nuda tra le braccia, amarla in modo tale che tutto fosse chiaro, tutto fosse detto per sempre tra noi, e che da questa interminabile notte d’amore, noi che già ne conoscevamo tante, nascesse la prima alba della vita.

Eravamo alla fine della galleria, mi avvicinai alla porta nascondendo ancora il viso, sperando che l’aria e la luce della strada mi facessero ridiventare quello che Alana conosceva. La vidi indugiare davanti a un quadro che altri visitatori mi avevano nascosto, restare lungamente immobile contemplando la pittura di una finestra e di un gatto. Un’ultima trasformazione fece di lei una lenta statua nitidamente separata dagli altri, da me che avvicinavo indeciso cercandole gli occhi persi nella tela. Vidi che il gatto era identico a Osiris e che guardava in lontananza qualcosa che il muro della finestra non ci lasciava vedere. Immobile nella sua contemplazione, sembrava meno immobile che l’immobilità di Alana. In qualche modo sentii che il triangolo si era rotto, quando Alana girò la testa verso di me il triangolo non esisteva più, lei era andata al quadro ma non aveva fatto ritorno, continuava a stare dalla parte del gatto guardando oltre la finestra dove nessuno poteva vedere quello che loro vedevano, ciò che soltanto Alana e Osiris vedevano ogni volta che puntavano gli occhi verso di me.

 

Racconto di Julio Cortázar

Da “Tanto amore per Glenda” (Guanda, Le Fenici Tascabili, edizione del 2000)

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