POESIE E PROSE DI ANTONIO BUX TRATTE DA “SCOTOMI” (TRILOGIA DELLO ZERO – VOLUME II)

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Poesie e prose tratte da “Scotomi (Trilogia dello zero – Volume II)”

di Antonio Bux.

 
Ricordando che:
Lo scotoma [(scò-to-ma) dal greco skotos = buio, oscurità] è una macchia, o un’area specifica di minore efficienza, che si forma nel campo visivo di una persona. La macchia può essere scura o colorata, fissa o scintillante, può apparire nel campo visivo di uno o di ambedue gli occhi. Gli scotomi, che spesso non sono un disturbo particolarmente fastidioso, sono però sintomo di molte di malattie. Lo scotoma sta ad indicare, dunque, nel linguaggio medico, un’area di cecità, parziale o completa, all’interno del campo visivo, generalmente dovuta a lesioni del tessuto nervoso o, più raramente, a effetti indesiderati nell’uso di alcuni farmaci.

È caratterizzata da una zona cieca, attorno alla quale la percezione visiva è generalmente buona. Si definisce scotoma negativo un’area di non visione all’interno del campo visivo: si manifesta sotto forma di macchia scura. Lo scotoma positivo viene percepito, invece, come una macchia a luminosità intermittente e di colore variabile. Tra l’altro esiste anche uno scotoma fisiologico: è la zona cieca di Mariotte, l’area corrispondente alla papilla del nervo ottico ossia al punto in cui quest’ultimo emerge dalla retina; un piccolo oggetto posizionato in quella zona non risulterà visibile. Lo scotoma è uno dei sintomi principali dell’emicrania con aura: la sua durata può variare dai 10 ai 50 minuti e la scomparsa parziale dal campo visivo è graduale.

 
MACCHIE DELL’ORIGINE
I
Per osservare, l’occhio ha bisogno di chiudersi. Quando nel buio della palpebra ritira il suo arco, l’orizzonte si allarga così tanto, che diventa impossibile mancare il bersaglio. Ed è allora che la sua percezione – la freccia che colpisce ogni oggetto – affina la propria punta, marcando sempre il centro. Ma quando si riapre, lo sguardo, distorce proprio sul traguardo, rientra presto nel suo difetto. Perché nella visione vi è come un mancamento, un riflesso di luce che non rispecchia la forma, ma ne lascia intravedere un alone sottile, una polvere che compone l’errore. Perché le cose esistono solo se le si guarda. Dunque la vista è un effetto collaterale del senso, l’emancipazione di qualcosa già marcio, che ristagna prima di maturare. Per questo il pensiero è una spora ammuffita, nel passaggio tra il messaggio della visione e lo stimolo che pulsa nella mente. Sa di doversi sviluppare attraverso il negativo del vedente, nell’ombra dell’equivoco tra ciò che si pensa e quel che si guarda, e perciò si inventa una traiettoria, un disegno nel quale sopravvivere, aprendo ai suoi lati, le macchie del tempo, un fotogramma diverso, il linguaggio inesprimibile: ciò che esiste solo dietro le sue spalle.
II
Ho male alle pupille da troppo tempo. Non ricordo chi disse che le pupille altro non sono che lo specchio del pensiero, poiché in ogni sguardo, in ogni rotazione della vista, entrano ed escono idee di continuo -come in un movimento a spirale- girano nell’inconscio riflesse direttamente verso la mente, ancor prima del loro sviluppo nell’istante. Per questo credo che il dolore che provo, ogni qual volta punto un oggetto, sia derivante dal fatto che non osservo realmente la sua forma, ma che questa mi si presenti direttamente sotto il segno di una metafora, di una rappresentazione ambigua dell’idea: un buco nero dove ingrandisce automaticamente il pensiero la sua voragine, proiettando su di sé una specie di lente, che mente la sua ombra, ancor prima che questa sia visione presente, o rimpiazzo della memoria, come quando per plasmare la ragione dell’abbaglio, si fa storia di un’immagine; ecco che allora la mente mette un panno, uno spessore a protezione di tutto il nero che si estende, al di qua del vedente. Per questo fa male pensare attraverso la vista; più lo strato si restringe, infatti, più la mente vi ristagna, e ciò che si vede è solo muffa precedente, residuo di un ragionamento spento. Dunque meglio tenere gli occhi chiusi, e pensarsi dentro un buio, come rinchiusi nel proprio centro, a immaginare dentro l’oltre, l’altra visione, l’oscuro che tiene, la parte di niente -quella che cela il presente- la forma deviante, il pensato più vero.

 

1.
“L’ombra è un’intelligenza laterale:
al centro mostra un catalogo di luce
-i prezzi migliori per comparire sempre-
ma al suo interno non prevede sconti
anzi, si fissa un ricavo esponenziale:
rubare alla forma la sua forma primordiale”

 
L’origine della forma è prima
ancora della forma: si sottrae
dall’ombra, muta destinazione
non più luce, neanche fiamma
bensì procede per eliminazione:
toglie dalla visione l’irreversibile
sceglie l’invisibile nella divisione
dove il corpo oggetto si calamita
all’attrazione che il buio espande
quando più non vede né morte né vita
ma solo lo specchio di qualcosa più grande.

 

2.
“C’è nell’aria una specie di contorno
mai pronto a superare il paesaggio
piuttosto passaggio stretto dove si filtra
un dolore dentro, che fatica a respirare.
In questo, perdono le cose la trasparenza
il loro tacere l’ombra nell’abbandono
al dono del colore sbiadendo per inerzia
quando l’oggetto si assomiglia troppo al luogo
e dove tutto ha un peso per eccessiva mancanza
se lo si bilancia cadendo, nel rovescio della materia”

 
Di cosa possiedi l’anima se manca
fiato in mezzo al tempo o parola a metà
tra respiro e spegnimento, ordine di smettere
di cosa dunque temi il sovvertire, se già è girato
un vento contro il mondo, se già ti carica la gola
di rimpianto e di spavento al tocco la memoria
e sola senza canto una morte si propaga su nell’aria
e tu ricadi nel profondo senza stacco ma con mite transitoria
stanchezza d’animo spegni sul fondo, ti tiri via da ogni mutamento?

 

20.
“Per solo sguardo non vede
la sua forma bensì la svista
l’immagine dove muta l’occhio
ogni paesaggio in una voragine”

 
Dell’occhio come un fungo.
Si sparge l’orizzonte quasi a muffa
– un nucleo di batteri nella vista-
dove è macchia la pupilla quando
più si osserva e più si accorcia
il gambo, la parte incarnata della retina.
Di più fa il guardato: si nasconde nella selva
– cresce a spora dilatando – parte dal veleno
un’umida infestazione; si riempie d’escrescenze
fino a scomparire: nidifica nell’oggetto-tossina
l’indigestione dell’immagine, la metà incontaminata
– come un disturbo oculare – spurga nella visione.

 
22.
“Starsene a sfera, non arrivare mai al centro
piuttosto corrergli intorno, in tondo proseguire
proprio come il mondo, irraggiungibile chimera
per chi rimane sfondo, invisibile nell’atmosfera”

 
Di troppa oscura massa che attraversa
fascio su fascio l’avanzo del paesaggio
o dell’altra, benefica coltre immacolata
a chi importa, se mostra i segni della fine
la sostanza bitonale, o se la sporca di nero
che sia luce o nebbia qual è la differenza
di sostanza per cui si muore, chi è capace
allora di doppiare una vita, chi è che vede
di striscio l’ultimo disegno, la visione incolore
o mite sospesa, a non vedere, oltre il grigio
la scromatura, la parte già venuta a mancare?

 
24.
“C’è da dire che un vetro protegge la visione
quando questa si mantiene a fuoco lento
(cioè che non brucia nel calore dell’oggetto
che si guarda, bensì raffredda la rarefazione
la tiene in caldo per l’ombra in divenire) perciò
insegna lo specchio la giusta distanza, l’intervallo
nella figura tiepida che divampa, di sua evanescenza”

 
Di più viva durezza al rispondersi
il gioco della provvisorietà animale
si protrae al normale nella bellezza,
linea che tende lo sguardo attraverso
la falce lucente separandone l’altezza
del nucleo al centro la giusta frequenza,
cosa dunque possiede la pietra miliare
l’effervescenza o l’altra intermittenza
se del buio si manca la meta sensoriale?

 
*

La visione potrebbe anche essere l’effetto collaterale di un sogno che si tramuta in variante, porzione mancante del reale. Un sogno sognato a metà, più precisamente una realtà bidimensionale. Come entrare in un labirinto conoscendone le estremità, ma perdervisi ugualmente, solo per il gusto di provare a non sapere che, il tracciato poi, si richiude sempre. Una finzione programmata dall’inconscio. Come un pensiero lasciato sulla pagina, lì scritto, nel silenzio di una voce che già non è, sebbene fu, prima ancora, un bivio del silenzio. Anticamera di un futuro chiuso in scatola. Questo sogno ne è la chiave prospettica, o chissà, il buco da perforare per saggiarne il contenuto taciuto, il chiaroscuro dimenticato. E invece ecco il soffitto riapparire presto, e i contorni della stanza prendere di nuovo colore, mentre il corpo incollato al respiro riascoltando l’umidità della notte stringersi nel petto. Lì il sogno prende tempo, filtrando nella visione il suo scempio. Ed ecco che la pupilla, come un fuoco, fa cenere dell’oggetto, è una spirale di rinuncia, dove chi rimane fermo, nell’oltre della sostanza, non vede il vuoto che si è riusciti a contenere, quel poco che si riesce a ricordare. Per questo si smarrisce presto, la scansione oculare, nella vertigine del segno: si riempie nell’osso della forma, atrofizzando il suo muscolo, nel crampo del contenuto. Si ricopre di calchi. Per fare spazio al noto, senza mai più perdersi nel nuovo.

 
29.
“Di una sola scala che attraversa più stanze
chi oltrepassa l’ultimo gradino, il vuoto più alto
quando per guardare in basso si perde la misura
e la gente tende a ingigantirsi troppo, stando lontana
chi può dunque, tentare il salto, il buco che separa dall’abisso?”

 
Devi prendere considerazione delle cose nascoste. Guarda la spina
che fuoriesce dal cervello. Non può essere attaccata molto vicino.
Se la connetti allo scarto più lontano, non apparirai nell’immagine.
Così muove a filo il discorso, la traccia che si arrotola all’oggetto:
prendi ad esempio due pali, uno cede se l’altro si muove troppo
ed è lì che la parola lega, non percepisce il terremoto ma lo centra
(ché per crollare bisogna prima costruire, tendere delle trappole
ben collegate: si deve ammortizzare il dolore prima che sia dolore)
perciò l’invisibile è l’avanzo dell’oltre: acquista spazio per sminuire
la cancellazione a progredire, la dismisura con la quale dimenticare.

 

Ricordando che:

“Perché se si alza un volo da solo, se fa sintesi
tra l’ala e il taglio d’aria, se sporge la sua protesi
oltre l’azzurro della gioia, allora è incendio senza dolo
quella fiamma che serpeggia nella mente, quello schizzo
o nuova luce non sapendo illuminare, troppo che è forte
il buio fino in fondo ad un segnale; allora ecco che si piega
alla sua forza innaturale, lo stridere di un corpo come un’eco
quando richiama a sé l’ascolto di un addio, e ragiona con il vuoto
l’altra testa che da un lato si bilancia, come sospesa nella fretta
di una pelle che non cede all’impressione, ma muta si trattiene
[stretta alle sue spalle”

 

36.
“Come dura natura
capace di sopportare. Spinge riflussi.
Di solo talento a smettere, e non più
grande movimento o circumnavigazione
dell’altro all’altro aggiungendosi ancora.
Ma è lì che termina il risultato, impreciso calcolo:
la gravità dal basso, calamitando cose morte”

 
Non si pensa per fuoriuscire
a tempo debito, né plasmando
di materia grigia o cosa accesa
la probabilità della definizione
ché la sostituzione è già in atto
mentre si scompone la memoria
si satura fino a quando lo sguardo
come rientrando in una fossa
spinge dentro nella fase di stallo
l’indice del principio di fondo
la sua verticalità nello stacco.

 
38.
“Dopodiché sarà anche essere, utilità nominale
processo di cosa, che chi è luogo nel marginale
poi da solo tende a scomparire, e rimane chiusa
quell’applicazione diventare (praticamente a iosa
l’orizzonte tende trappole future, ci gioca a morte);
insomma d’immagine si dirotta, si fa rottame nero
come a intermittenza sbotta: si dilata per accumulare
spazio su spazio, lontano da dove, altrove dal vero”

 
Maledizione, proprio quella che muove
sotto la camicia a quadri. Non pizzica tutti
ed è un’esclusiva per pochi, avercela dentro.
Se la lavi, non ti riesce di sbiancarla, rimane nera.
Pronta ad una prossima centrifuga, anzi, si tiene tesa
cammina pari alle ossa, s’imprigiona al passo della cute.
Maledizione è dunque non saperla misurare appena
ma portarla comunque stretta, tra le cosce in disordine.
Di fronte come una falsa riga, si mostra a intermittenza.
Ancora e per sempre, più di una volta, per retrocedere.
E allora si resta nel turbine, vestiti di sola freschezza,
ci si ammala del grigio, una percezione troppo sottile
per far impallidire il futuro. Perciò maledizione è comprare
un abito vecchio, e progredire nella polvere, fare l’acaro
rosicchiando la morte, ché per nascere bisogna rinchiudersi
stiparsi presto tra le cose, e fiorire d’inverno, tra neve di niente
sbucando tra le stoffe più pregiate, come un capo dimenticato.

 
Ricordando che:

“Nella roccia vi è lo stupore della terra che si apre
a metà: si svolge a finire dal suo centro.
Perciò la pietra è bagaglio, frutto interiore
del grigiore del mondo che contiene le sue spore
annichilendo al contatto, il brusio della terra
nel battito indolore, angolo dove rimuove le ere
dal nucleo spento del dolore, la calcarea apparizione
(meglio dire partizione: ciò che separa la sua fonte
dal margine inspiegabile, la traccia che ricompare
al finir del nuovo limite, prossimo valico o depressione
dunque tangibile esperienza, calco della trasmissione
che si piega nel suo simile, ma non spiega l’invisibile”

 
(ipotesi finale)

 

“Per tutto questo -che non ripara- per ogni freno
che poi respinge ancor più dentro: ecco dove il niente
si proclama, ecco dove il sangue attraversa l’altra vena
in bilico tra le ossa frantumando ogni uscita (ché se si guarda
da dentro il corpo è spazio inalterabile, fino a un certo punto
degrada solo il tempo -poi agita le pinne interne, comincia il
suo collasso, conta indietro il movimento) perciò fa retromarcia:
quando la spinta non piega l’apparenza, ma anzi rafforza la forma
la curva a proseguire, parabola d’immagine (che se l’immagine è
la proiezione in divenire, allora cosa muove prima della sequenza
lo scatto imprevedibile, del materiale l’invisibile, l’oscura previsione?)
chissà la morale dell’ombra sia solo un alibi della luce che rimuove
spazio all’essere, spegnendo prima l’oggetto e poi la sospensione
dello sguardo l’eterno segmento, quando si guarda non per vedere
ma per disordinare, quando il paesaggio cresce solo per ostacolare
e non torna al suo immaginato, ma solo si fa scudo, disegno rivoltato”

 
Ricordando che:

(e se fossero le cose osservate
solo un fenomeno della memoria?)

E se l’immagine fissasse la visione
e non viceversa? Ecco che la domanda
trasforma la reazione: un oggetto si pensa
già ombra, ancor prima del suo riflesso
con la percezione capovolta
svolgersi nel suo contrario quando
lo sguardo funge da specchio:
sposta l’interferenza interna
nell’esposizione lucente riavvolge
la replica della memoria.

 
Poesie e prose di Antonio Bux tratte da “Scotomi (Trilogia dello zero – Volume II)”

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