FRANCIS PONGE: SCRITTI TRATTI DA “VITA DEL TESTO” (MONDADORI 1971)

Francis_Ponge_1899-1988

 

 

 

 

 

 

“Quanto a me, è umano: mi sento trattenuto da tutto

ciò che dimentico.

Che volete mai, voglio con lente ambagi descrivere nell’aria

tutto il mio pensiero”

 

 

Francis Ponge

 

 

 

 

 

Da “Il partito preso delle cose”

 

 

 

 

IL FUOCO

 

 

Il fuoco opera una scelta: dapprima tutte le fiamme si

volgono in una certa direzione…

(L’avanzare del fuoco può solo paragonarsi a quello

degli animali: deve abbandonare un luogo se vuole occuparne

un altro; si muove come ameba e giraffa ad un tempo,

s’impenna, striscia)…

Poi, mentre crollano le masse metodicamente contaminate,

i vapori che sfuggono si trasformano via via

in un’unica ascesa di farfalle.

 

 

 

 

*

 

Dall’undicesima parte de IL CIOTTOLO

 

 

Se ora vogliamo esaminare con più attenzione uno dei tipi particolari della pietra, allora la perfezione della sua forma, il fatto che io possa afferrarlo e rigirarlo in mano, mi portano a scegliere il ciottolo.

Il ciottolo è esattamente, d’altra parte, la pietra nell’epoca in cui comincia per essa l’età della persona, dell’individuo, cioè a dire della parola.

Paragonato al banco roccioso dal quale deriva direttamente, il ciottolo è la pietra già frammentata e levigata in un grandissimo numero di individui quasi uguali.

Paragonato alla ghiaia, si può dire, per il posto in cui lo si trova, per il fatto anche che l’uomo non è solito farne un uso pratico, che esso è la pietra ancora selvaggia, o per lo meno non domestica.

Dato che ancora per pochi giorni è senza significato in ogni campo pratico del mondo, approfittiamo delle sue virtù.

 

 

 

 

Dall’ultima parte de IL CIOTTOLO

 

 

Non ne dirò di più, perché questa idea di una sparizione di segni mi costringe a meditare sui difetti di uno stile che si appoggi troppo alle parole.

Troppo contento soltanto d’aver saputo scegliere, per questo debutto, il ciottolo: perché un uomo di spirito non potrà che sorridere, ma forse si sentirà toccato, quando i miei critici diranno: “Avendo intrapreso a scrivere una descrizione della pietra, s’impietrò”.

 

 

 

 

Da “Proemi”

 

 

 

 

DELLA MODIFICAZIONE DELLE COSE ATTRAVERSO LA PAROLA

 

 

Il freddo, così come lo si chiama dopo averlo riconosciuto da altri effetti ambienti, entra nell’onda, e questa è sostituita dal ghiaccio.

 

Similmente gli occhi, con una sola mossa, si adattano a una nuova estensione: grazie a un movimento d’assieme, chiamato l’attenzione, per cui un nuovo oggetto è fissato, catturato.

 

È questo il risultato di un’attesa, della calma: un risultato e al tempo stesso un atto: insomma, una modificazione.

 

In una, diciamo ancora, onda, in un assieme informe che riempie il proprio contenuto, o che almeno ne sposa fino ad un certo livello la forma – per effetto dell’attesa, d’un adattamento, d’una sorta di attenzione d’egual natura ancora, può entrare ciò che provocherà la sua modificazione: la parola.

 

Sarebbe dunque la parola la condizione di rigore per le cose dello spirito, la loro maniera di mantenersi diritte fuori del contenente. Una volta acquisito ciò, si avrà la possibilità e il piacere di studiarne con calma, minutamente e diligentemente le singole qualità.

La più notevole salta subito agli occhi: una specie di piena, di aumento di volume del ghiaccio in rapporto all’onda, e la rottura, per causa sua, del contenente già forma indispensabile.

 

 

 

 

GIUSTIFICAZIONE NICHILISTA DELL’ARTE

 

 

Ecco quello che oggi mi ha detto Seneca:

 

Secondo me lo scopo è l’annientamento totale del mondo, della dimora umana, delle città e dei campi, delle montagne e del mare.

 

Subito si pensa al fuoco, e si trattano da pompieri i conservatori. Si fa loro colpa di spegnere il sacro fuoco della distruzione.

 

Assoluti come siamo, ce la prendiamo col loro “mezzo” per rendere vani i loro sforzi: si tenta di appiccare il fuoco all’acqua, al mare.

 

Bisogna invece essere più perfidi; e saper tradire perfino i propri mezzi. Lasciar perdere il fuoco che è solo uno strumento brillante ma privo di efficacia contro l’acqua. Entrare con aria melliflua nei pompieri. E col pretesto di aiutarli a estinguere un fuoco distruttore, distruggere tutto sotto una catastrofe di acque. Inondare tutto.

 

In tal modo si raggiungerà lo scopo di annientamento totale, e i pompieri si saranno annegati da soli.

 

Mettiamo così in ridicolo le parole mediante la catastrofe – ossia il semplice abuso delle parole.

 

 

 

 

NATARE PISCIM DOCES

 

 

P. non vuole che l’autore esca dal suo libro per andare a vedere come appare dal di fuori.

 

Ma esiste un momento in cui esce? È necessario scrivere tutto ciò che è pensato su un argomento? E non è già un modo di uscire quando su questo argomenti si fa altro che non sia scrittura automatica?

Che voglia dire che l’autore deve restare all’interno e dedurre la realtà dalla realtà? Scoprire scavando, dando di scalpello ai muri della caverna? Insomma che il libro, diversamente dalla statua che si trae dal marmo, è una camera che noi apriamo nella roccia, restando all’interno?

 

Ma allora il libro è la camera o sono i detriti? Non si è del resto scavata la camera così come si sarebbe estratta la statua, secondo il proprio gusto, che è del tutto esteriore, venuto dal di fuori e nato da mille influenze?

No, non esiste alcuna dissociazione possibile tra la personalità creatrice e quella critica.

 

Perfino se dico qualunque cosa mi passi per la testa sono pur sempre cose elaborate dentro di me da influssi esterni di ogni sorta: una vera routine.

 

Questa identità dello spirito creatore e di quello critico è dimostrata pure dall’ANCHIO SON PITTORE: dinanzi all’opera di un altro, dunque in vesti di critico, ci si è riconosciuti creatori.

 

 

*

 

Mi sembra che la cosa più intelligente sia quella di rivedere la propria biografia sottolineando certi tratti e generalizzando. Annotare insomma certe associazioni d’idee (lo si può fare bene solo su se stessi) e correggere quindi appena di quel tanto, dando il titolo, alterando lievemente il tutto: ecco l’arte. Soltanto l’indifferenza ne assicura l’eternità.

 

Ciò non vale solo per il romanzo, ma per ogni sorta possibile di scritti, per tutti i generi.

 

 

*

 

Il poeta non deve mai proporre un pensiero ma un oggetto, deve cioè far assumere perfino al pensiero una posa d’oggetto.

La poesia è un oggetto di godimento proposto all’uomo, fatto e istituito apposta per lui. Questo fine deve essere sempre presente al poeta.

 

È la pietra di paragone del critico.

 

Esistono regole sul modo di piacere, un’eternità del gusto, a causa delle categorie dello spirito umano. Mi riferisco dunque alle regole più generiche, penso qui ad ARISTOTELE. Indubbiamente in fatto di metafisica e morale le mie preferenze, si sa, vanno piuttosto a PIRONNE o a MONTAIGNE, ma si è visto che pongo l’estetica ad un altro livello, e che pur praticando le arti per debolezza, diciamo, o per vizio, vi riconosco solo delle regole empiriche, come una terapeutica dell’intossicazione.

 

 

 

 

DELLE RAGIONI DI SCRIVERE

 

 

I

 

 

Ché il lettore se ne convinca: ci sono pur volute alcune ragioni imperiose per diventare o per restare poeti. Il nostro primo movente fu certamente il disgusto di ciò a cui la nostra natura di uomini ci obbliga a prendere parte.

Pieni di vergogna per l’attuale sistemazione delle cose, per tutti i grossolani camion che passano in noi, per fabbriche manifatture, magazzini, teatri, monumenti pubblici, che sono ben più del semplice scenario della nostra vita, pieni di vergogna per questa sordida agitazione degli uomini non soltanto intorno a noi, abbiamo osservato che la Natura, ben altrimenti potente degli uomini, fa dieci volte meno rumore, mentre la natura nell’uomo, voglio dire la ragione, non ne fa affatto.

Ebbene! Quando non fosse che a noi stessi, vogliamo far sentire la voce di un uomo. Nel silenzio, certo, la sentiamo, ma nelle parole la cerchiamo: non c’è più. Ci sono parole. Ma neppure: le parole sono parole.

Oh uomini! Molluschi informi, folla che esce nelle strade, milioni di formiche, calpestati dai piedi del Tempo! Non avete per dimora che il vapore comune del vostro vero sangue: le parole. La vostra ruminazione vi nausea, la vostra respirazione vi soffoca. La vostra personalità e le vostre espressioni si mangiano tra loro. Tali le parole, tali i costumi, oh società! Tutto non è che parole.

 

 

II

 

 

Piaccia o meno alle parole stesse, date le abitudini che in tante bocche infette hanno contratto, occorre un certo coraggio per decidersi non solo a scrivere ma perfino a parlare. Un mucchio di vecchi stracci che non si possono toccare neanche con le mollette, ecco cosa ci si offre da muovere, da scuotere, da spostare. Nella segreta speranza che ci metteremo a tacere. Ebbene! Raccogliamo la sfida.

E perché, tutto ben considerato, deve parlare un uomo così fatto? E perché i migliori, checché se ne dica, non sono quelli che hanno deciso di tacere? Ecco quel che voglio dire.

Parlo soltanto a quelli che tacciono (un lavoro di suscitazione?), a costo di giudicarli in seguito sulle loro parole. Ma intanto, se questo non fosse stato detto, si sarebbe potuto credermi solidale con un tale ordine di cose?

Ciò mi importerebbe poco se non sapessi per esperienza che, non parlando, rischierei di diventarlo.

Che occorre ad ogni istante scuotersi di dosso la fuliggine delle parole, e che il silenzio, in quest’ordine di valori, è assai pericoloso.

Una sola via di uscita: parlare contro le parole. Trascinarle con sé nella vergogna alla quale esse ci portano, in modo tale che si sfigurino. Non c’è altra ragione di scrivere. Ma, appena concepita, questa è assolutamente determinante e comminatoria. Non si può sfuggirle se non a costo di una vigliaccheria umiliante, che non è nel mio gusto di tollerare.

 

 

 

 

Dalla nona e decima parte di INTRODUZIONE AL CIOTTOLO

 

 

*

 

Propongo ad ognuno l’apertura di trappole interiori, un viaggio nello spessore delle cose, un’invasione di qualità, una rivoluzione o sovversione paragonabile a quella compiuta dall’aratro o dalla pala, allorché, improvvisamente e per la prima volta, vengono portati alla luce milioni di particelle, di pagliuzze, di radici, di vermi e di animaletti, fino a quel momento seppelliti. O risorse infinite dello spessore delle cose, restituite dalle risorse infinite dello spessore semantico delle parole!

 

 

*

 

La contemplazione di oggetti precisi è anche un riposo, ma è un riposo privilegiato, simile a quello perpetuo delle piante adulte, che porta frutti. Frutti speciali, attinti tanto dall’aria o dall’ambiente – almeno per la forma alla quale sono costretti e per i colori che assumono per contrasto – quanto dalla persona che ne fornisce la sostanza; in questo modo si differenziano dai frutti di un altro riposo, il sonno, i quali sono chiamati sogni, formati unicamente dalla persona, e in conseguenza indefiniti, informi e senza utilità; i quali perciò, in  effetti, frutti non sono.

 

 

 

 

 

Scritti tratti da “Vita del testo”, Francis Ponge (Mondadori, 1971)

 

Traduzioni a cura di: Piero Bigongiari, Luciano Erba, Jacqueline Risset, Giuseppe Ungaretti.

 

 

 

 

 

*

 

Francis Ponge (Montpellier27 marzo 1899 – Le Bar-sur-Loup6 agosto 1988) è stato un poeta francese.

Di antica famiglia protestante, cominciò a scrivere intorno al 1919 e a pubblicare nel 1926. Le sue brevi composizioni in prosa o in versi si riferiscono spesso a oggetti o fenomeni naturali, e sono caratterizzate da un’estrema ricerca di nitidezza: Le parti pris des choses (1942; Il partito preso delle cose) è la sua raccolta più nota.

Nel 1961 uscirono i tre volumi di Grand recueil (Grande raccolta), che comprendono gran parte della sua opera.

 

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