VALERIO MAGRELLI – SELEZIONE POESIE SCELTE

 

 

Un padre

I. Cronache dal Pleistocene

La linea di mio padre:
gli ossuti, gli afflitti, i consunti,
ecco metà del mio sangue,
il fantasma di cui sono il lenzuolo.

Magri Magrelli,

astucci pelle e ossa
tessuti su un telaio portentoso
di nervi, un traliccio di scossa,
ira, ira,
e tutto un zig-zag di tragedia
sul Nulla – Ciociaria,
terra cava da cui sorsero Loro,
splenetici profeti dell’angoscia
venuti dal deserto in vestaglie di lana
con erbe amare,
anatemi, scongiuri.

II.

“Un padre, un essere sacro, un re” (S. Bellow)

“Un padre […] un male necessario (J. Joyce)

È immagine di poesia, la figura
paterna che si nutre di me,
la tenia che divora da dentro la mia vita?
Immagine di poesia è la figura
di mio figlio, che beve proteso
verso il rubinetto alzandosi
su un piede, mentre l’altra gamba,
prodigio della statica,
distesa oscilla in aria, contrappeso
magico per bilanciare la sete.
Avessi anch’io la sua grazia
nell’equilibrare la fame
di chi dentro di me
si sporge e mi dilania!

III.

A Giacinto, mio padre

“Vibra il cielo, il giacinto effuso cade” (M. Luzi)

“Ogni volta si tratta del contrasto […] tra il meccanismo cieco e la libertà, tra la fissità e la storia” (R. Caillois)

Vecchiaia – inizia il grande Mimetismo,
divento sempre più uguale a mio padre.
Giacinto, ti raggiungo!
disco che mi colpisce per farmi uguale a te.
Volto, gesti, inflessioni, andatura:
torno all’originale,
semplice applicazione di un programma.
O forse mi travesto per salvarmi,
barricato nel suo recinto genetico.
Da quale predatore sto fuggendo,
per abdicare al mio aspetto?
(Il modo in cui dico: <<Davvero?>>,
sentendomi doppiato,
parlato da una voce che è la sua).
Vecchiaia – l’invasione si avvicina.
Non so se potrò ancora firmare col mio nome.

IV.

Gran Caffè l’Obitorio

Dietro il bar, sulla destra,
la cappella mortuaria.
Lascio mio figlio a prendere un cornetto,
gli dico d’aspettarmi, entro
e mi trovo davanti tre cadaveri.
Il biscotto del morto, ho pensato,
corpo mimetizzato in alimento.
Quel peso freddo, come su un vassoio,
che mi aspetta, raffermo,
raffreddato sul bianco del lenzuolo,
da incartare,
o sul piatto metallico d’una bilancia,
per calcolare il prezzo
mentre il cliente in piedi aspetta.
Anzi, la pasta pronta per il forno
del mattino. È il non-cotto,
il mai-cotto che aspetta
perdutamente
al fuoco del futuro.

USCITA DI SICUREZZA

Infanzia del lavoro

Guarda questa bambina
che sta imparando a leggere:
tende le sue labbra, si concentra,
tira su una parola dopo l’altra,
pesca, e la voce fa da canna,
fila, si flette, strappa
guizzanti queste lettere
ora alte nell’aria
luccicanti
al sole della pronuncia.

(da “La volontà buona”, seconda parte di “Disturbi del sistema binario”, di Valerio Magrelli).

*

Il miracolo del sonno torna a compiersi,
l’accorto depositarsi delle gambe,
la cura della stanchezza che sparpaglia
le membra a terra, in gesti sigillati.
È il teatro metafisico del letto
che nasconde assortiti bassorilievi:
un uomo corre e una donna alza la mano
per salutare il passante d’un sogno.
Nelle regioni della notte si snoda
la complessa meccanica dell’abbandono.
È una danza rituale che unisce
i termini del sonno, è il sonno stesso
in cui la carne diventa idea.
Ora la solitudine del braccio
si fa parola, nella linea
tracciata lungo il letto come un sentiero.
Così, secondo un ritmo vegetale
si alterna la respirazione della vita
e nel silenzio della mente
le sue radici di ossa cantano,
e nell’oscurità dell’occhio
la mano diventa pupilla.

(dalla sezione “Rima palpebralis” di “Ora serrata retinae”, di Valerio Magrelli).

*

Esistono libri che servono
a svelare altri libri,
ma scrivere in genere è nascondere,
sottrarre alla realtà qualcosa
di cui sentirà la mancanza.
Questa maieutica del segno
indicando le cose con il loro dolore
insegna a riconoscerle.

(dalla sezione “Aequator lentis” di “Ora serrata retinae”, di Valerio Magrelli).

*

Uno vicino all’altro dopo il pasto
stanno i bicchieri degli sposi, congiunti
in una adiacenza nuziale.
Ovunque, contagiando
vestiti e suppellettili
la coppia tradisce il suo passaggio
e lascia dietro di sé
cose abbinate, parti, toccantisi
tra loro, testimoni,
paia del mondo.

(dalla sezione “Amori” di “Nature e venature”, di Valerio Magrelli).

*

Quando spengo la lampada,
dalla finestra aperta l’oscurità
d’un tratto si fa chiara
come in un negativo.
Questo mi prova almeno
che qui dentro
vivo in un bagno di acidi,
di sostanze corrosive e lente
da cui mi sento sviluppato,
trascolorante e cangiato alla luce
quanto le immagini di questa notte,
non so se più luminosa
o virata o di tenebra.

(dalla sezione “Nel buio” di “Nature e venature”, di Valerio Magrelli).

Il partoriente

Presenza e assenza.
Mutazione geologica.
Io che cedo sotto il suo peso.
Subsidenza,
e il mio lento sprofondare.
Ma in verità non cedo
sotto un peso, poiché gli sono sopra,
scendo, sto sopra e scendo, Toboga,
e il suo peso è un tirare
dal basso, un prendere forma attirandomi
giù, sabbia da sabbia,
perch’io riappaia capovolto come
filiale di me stesso
al capo opposto
di questa clessidra genetica.

(dalla sezione “Diteggiature” di “Esercizi di tiptologia”, di Valerio Magrelli).

L’abbraccio

 

Tu dormi accanto a me così io mi inchino

e accostato al tuo viso prendo sonno

come fa lo stoppino

da uno stoppino che gli passa il fuoco.

E i due lumini stanno

mentre la fiamma passa e il sonno fila.

Ma mentre fila vibra

la caldaia nelle cantine.

Laggiù si brucia una natura fossile,

là in fondo arde la Preistoria, morte

torbe sommerse, fermentate,

avvampano nel mio termosifone.

In una buia aureola di petrolio

la cameretta è un nido riscaldato

da depositi organici, da roghi, da liquami.

E noi, stoppini, siamo le due lingue

di quell’unica torcia paleozoica.
(dalla sezione “Viaggio d’inverno” di “Esercizi di tiptologia”, di Valerio Magrelli).

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2 thoughts on “VALERIO MAGRELLI – SELEZIONE POESIE SCELTE

  1. “Esistono libri che servono
    a svelare altri libri,
    ma scrivere in genere è nascondere,
    sottrarre alla realtà qualcosa
    di cui sentirà la mancanza.
    Questa maieutica del segno
    indicando le cose con il loro dolore
    insegna a riconoscerle.”

    per me è un testamento letterario…

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