POESIE DI VITO RIVIELLO

*
Io che faccio
notte in verità
non ne sono capace,
fabbricare una notte
riuscì a qualche artigiano del medioevo,
bisogna avere due torri in faccia
una lancia alle spalle
e vino nero, un mare nero
come prospettiva esaltante,
aver visto i morti morire,
io che faccio notte su notte
produco insonnia, sogni
ma chi fabbrica le notti
ha visto il giorno calmarsi,
con la calma dei forti.

 

Mappa

Più a sud del sud c’è sud
sud e sud, tanto sud che
ancora a sud non c’è che sud
a perdita d’occhio sud
all’infinito sud,
solo alla fine dei sud,
si fa solo per dire,
c’è l’ultimo sud,
il sud più sud che mai
il sud-sud, il suddissimo,
poi c’è il Sud-Africa.

 
Nuovolosità

In mattinata si manifestarono
due o tre malinconie
a cui nel pomeriggio
sopraggiunse una terza,
a sera quando si temeva
che le malinconie si tramutassero
in tristezza irreversibile,
la memoria senza nostalgia
cominciò a produrre anticorpi.

`
*
Visto da qua è aldilà
da là è aldiquà
se invece sbagliando
finissimo nell’aldilì?
Vedremmo attoniti un qui
fissi nell’aldilì
anche se in realtà
noi non possiamo venire
che dall’aldiquà
perché siam destinati all’aldilà
per tautologica omertà,
venendo dall’aldiquì
potremmo sbattere nel dilì
più in là dell’aldilà
e là più non si sa
se più vicino al dunque
è l’ aldilì o l’aldilà,
comunque di colà.

 

da “Monumentànee” 1992

 

 
Aspettando tuo padre
in un campo
o in ufficio,
cade la neve alle spalle
come in un teatro
di duecento posti.
E un uomo ti disegna un cane
e se piangi un cavallo
e una mucca.
E quando arriva muore,
E il pittore era già morto
con i baffi di neve.

 

Puzzle

 
Siamo “puzzle”,
ci ricomponiamo casualmente,
lo schema a monte preordinato,
combaciamo senza baciarci, lentamente.
Nostro compito è metterci in regola
seguire un senso, a caso
ritrovando parti di noi
parti di corpo frante
e rimetterle insieme con costanza.
La vicinanza assoluta
è la fragranza dell’operazione.
La vita ama collages.

 

*
Dislocamenti

Si vive da acrobati nelle scissioni plurime
saltellando qua e là ondivaghi a caccia
di parti implose e finite nei recessi infiniti
d’inconsci di tutti i tipi e parti esplose
disseminate e visibili ma inarrivabili
per la loro folle mobilità
nell’area della ritrosia.
Il pensiero sottratto dunque
dondola a pochi metri dal corpo
lo si contempla come forma vagante
desiderante e non pregnante,
da cui giungono riflessi di fragili ragioni
reperti di logiche erranti
fanali tenui nella notte senza stelle.
Alle pareti del cervello
vi sono ancora intonacate congetture
ipotesi di pensiero a venire,
nessuno può dire se sarà unitario
dopo il grande sbando di fuga
se tornerà ad esprimersi, tutto blando e feroce.

 
Autovelox

 
Siam sempre gli stessi
siam depressi
viaggiamo automatici
siamo pratici o simpatici
non ci facciamo sfuggire l’occasione
per compiere una buona azione,
pane e nutella oppure mortadella,
sforziamoci d’essere sinceri
diciamo oggi quel
che abbiamo taciuto ieri,
non siate vanitose voi,
stimandovi più belle delle rose
non siate presuntuosi
lasciate le memorie
preferite i riassunti.
E non mafiate mai, semmai.

 

Oh natura!

 
Sento spesso dire: “Perché non andiamo a tramonto?”
il che non significa un invito a concludere la vita
ma proprio a vedere un tramonto
come un qualsiasi altro spettacolo – Per di più
senza nulla pagare – Ma in realtà non avviene
quasi mai che ci si rechi a contemplare
«l’opaco colore del cielo» – Costa molto
lo sforzo, l’idea di sopportare una «riunione»
ormai così fortemente «naturale» quanto l’alba.
Non siamo più preparati, meglio solo l’idea
o una riproduzione di Corot.
La natura senza mediazioni tecnologiche
può subito uccidere ormai.

 

Uomo

Sulla dignità dell’uomo si sono consumate
frasi ornate e di sublime encomio
nello stesso momento che un plotone
creava lo sterminio di qualche popolazione
e le parole dell’uomo volavano basse
di rimorso o pietà di struggente dolore
di rabbia per la gran stupidità dei fratelli
convinti d’aver più dignità delle vittime.
Che vale, pensano, quel povero a me opposto
cosa pensa s’io non penso nulla ma vivo
in un paesaggio squisito, da me definito
e rifinito secondo memoria estetica e
continuano: quel fesso ha sbagliato e sbaglia
deraglia col pensiero, fa il volo della quaglia,
non conosce gli ascensori pneumatici
o non esercita la volontà del fortissime volli?
E se poi facesse con la sua ragione i trecento
gradini per salire, lo butterei dal settimo piano
con una spallata sportiva, altrimenti perché
avrebbe fatto le scale, paziente? Ma per buttare me,
non è questo il gioco del fai da te?

 
Exibition

 
Saddames et monsieurs
c’est la guerre terrimistificante
fatta alla videogame parterre
d’armi alla vetroresina
di missili espropriati
di rampe semoventi, prendimi
se ti riesce, di bunker… fuochino… fuochino
acqua acqua acquosa,
di colori postmoderni
dei tracciati esplodenti
con qualche ricordo di Warhol,
ma anche di doppia morte e tripla
morti di paura di strazio
delusione morti dinnanzi
alle proprie televisioni.
E Dio sa se il petrolio
è l’oppio dei popoli
ora che il suo consumo
brucia in consumazione.

 

+

In ufficio a casa in fabbrica al volante
la donna è titubante
sesso fatturato
per la stirpe di Farùk regina dello Yacht.
La costola d’Adamo surgelata nei secoli
è rinata
nel frigo d’Holliwood al peso d’Agha Khan.
Alla matricola occulti persuasori
raccolgono clavicole nel pool
attaccano le voci ai pick-up
gonfiano sulle diastole reggiseni da pin-up
chiedono un sorriso
che un carillon non risveglia
dopo le suffragette
e il torneo di ping-pong.
La copertina imprimata da un ordine spermatico
Ofelia fotografata,
l’algerina torturata.
A fumetti si raccomanda la recente verginità
le città avvicinano le notti,
solo promiscuità.

 
Gli inquilini

 
Gli inquilini superbi
dai nasi inquilini,
termini dei tramezzi
navigatori di travi,
ogni giorno nel bel mezzo
ascoltano i Vicini tramare
i tarli dei calzari
i fruscii dei vestiari.
Gli inquilini scendono le scale
con piglio condominiale
annusano gli odori
le vite familiari
i bisbigli che fanno figli
l’intonaco che fa il monaco.
Per avvicinarsi al Vicino
sostano sugli zerbini.

 
Condur condor

“Evviva il du-u-ce
che ci condu-u-ce”.
Chi ci conduce è ora il conduttor
un conduce dei nostri tempi
un condor condotto.
Conduttor dell’ampair, ampex.
Attraverso le condotte conduce
per condutture i condotti,
i condotti assecondano il conducente
lo lasciano parlare in piedi seducente
ma non gli parlano
non si parla al conducente,
c’è l’accordo a priori
infatti sono con-dotti.
Dotto è il conduttor
metà-no-dotto il condotto.

 

*

Se stupidamente
ci convinciamo che cefalea
sia una patologia
che nasca a Cefalù,
allora possiamo credere
che nostro padre
sia un catodo.

 

SIMMETRIE

 
Dall’occhio destro giunge
un ammiccamento
omissione di sentimento,
leggera smorfia labbro
inferiore, quanto basta
a dichiarare insoddisfazione
verso chi batte il tacco
per dispetto.

 

UNO ALLA VOLTA

Scarti cimiteriali dove
spuntavano papaveri
fanghiglie residuate
di rifiuti industriali,
si offrono alla terra
che li respinge
a mittenti innocenti
che non mettono più
fiori all’occhiello,
quelli che camminavano
uno alla volta, nei salotti.
Giunge flebile ai balconi
il coro dei papaveri rossi
colorati all’ingrosso.

 

VOILÀ

 
Ecco il giorno che abbiamo
somiglia al giorno prima
sembra che siano fatti
con la stessa luce,
meno piovoso di ieri
ma domani può piovere
allo stesso modo
uguagliando ieri a domani
i giorni sono gli stessi.
Anche se oggi
dobbiamo cogliere quel ch’oggi
ci offre sempre più dei giorni scorsi
anche se un giorno
come questo l’avemmo
venti giorni or sono, quel giorno
forse era più ventoso
spazzava biossido
a più non posso, oggi
s’incassa ossido.
Il giorno ormai si chiude
in una capsula crepuscolare
va somigliando ad un altro
da montare per comica illusione
d’aurora boreale.

 
PROFILO DI LUNA

 
Quella che scende è una visione
individuata e presa dall’alone
delle piogge annunziate,
una favola, un gioco o una chimera
che s’insinua nel cuore della sera
con gli ascensori della luna.
In questo modo spunta il profilo
stesso della luna, una mafalda bassa
tutta ingroppata con gli occhi della melassa,
perpetua, mulacecata, corbella, sassa,
d’età pausistica sensibile all’osso,
di quelle che mangian questue
lungo pianure infeste di medioevo pesto.

 

L’assassino

Testimonierò che il mio assassino
era di aspetto gentile, garbato
anche nei modi di colpire, democratico
nell’infierire a caso, senza privilegiare
punti del corpo particolari,
non ci potrei giurare
ma massacrandomi col machete
recitava Foscolo dei Sepolcri
e sul punto di recidermi la carotide
mostrò un occhio blando
d’antiche tenerezze frustrate
sì da mettermi in pace
ed accettar la sorte d’una follia
discesa per le vie di povertà peregrine
c’hanno tenuto fino all’ultimo
intatta la bontà dell’omo.

 

p.s. un caro abbraccio a Lidia per avermi avvicinato maggiormente alla poesia del suo grande Papà, con amore, Antonio.

 
BIOGRAFIA DI VITO RIVIELLO

Vito Riviello (Potenza, 1933 – Roma, 18 giugno 2009) è stato un poeta italiano residente a Roma.

Vito Riviello è nato a Potenza nel 1933.

Inizia giovanissimo pubblicando in pieno clima Neorealistico, una plaquette di poesie dal titolo Città fra paesi, tra stile liberty e crepuscolare (1955), questo volumetto fu definito da Leonardo Sinisgalli: “Il primo ritratto letterario di Potenza”.
Nel decennio successivo collabora con riviste letterarie di rilievo nazionale, quali Letteratura, Rendiconti, Nuovi Argomenti, etc…
Negli anni settanta vengono pubblicati diversi libri di poesia, tra questi: L’Astuzia della Realtà (Vallecchi, Firenze), con la prefazione di Paolo Volponi eDagherrotipo (Scheiwiller, Milano).
Negli anni ottanta si accentuano toni burleschi e un’ironica demistificazione delle certezze esistenziali, vedi: Tabarin (Carte Segrete, Roma); Assurdo e Familiare(Empiria e Florida, Roma), con la prefazione di Giovanni Raboni.
La critica parla di neodadaismo nelle ultime opere di Riviello, ma anche di precedenti letterari del cinquecento come Rabelais, Burchiello, Berni.
Nel 1997 con il libro Assurdo e Familiare (Manni, Lecce) l’autore potentino recupera il titolo dell’opera precedente, per farne un’antologia riassuntiva delle pubblicazioni fatte in venticinque anni, con un saggio di Giulio Ferroni.
Fervorosa l’attività di Vito Riviello che dal 2000 al 2007 edita i seguenti libri:Plurime Scissioni (Pagine, Roma), con introduzione di Francesco Muzzioli; Acatì (Onyx, Roma) e Livelli di Coincidenza (Campanotto), con la postfazione di Gabriele Perretta che in questo libro individua in pieno il senso della nuova poesia comica europea.
Riviello ha scritto anche libri in prosa, tra cui piace citare: Premaman (La Nuova Libreria, Potenza), con prefazione di Gilberto Finzi; La neve all’Occhiello(Capuano), con prefazione di Giovanni Russo; E arrivò il giorno della prassi(Empiria), introduzione di Giorgio Patrizi; La luna nei portoni (Calice, Rionero in Vulture); un libro singolare è Fotofonemi in cui l’autore seguendo l’antica lezione di Baudelaire attua la commistione dei codici d’arte traducendo alla lettera 18 fotografie di Giuliana Laportella.
I sui scritti sono stati tradotti in diversi Paesi del mondo.

 
UN VIDEO DEL POETA:

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2 thoughts on “POESIE DI VITO RIVIELLO

  1. uno tra i pochi ad unire umorismo e riflessione sapientemente, con forza e astuzia, con capacità di sintesi e visione geometrica….grandissimo Vito. Dovrebbe essere pubblicato nuovamente, speriamo presto…

    Un saluto, e grazie del passaggio.

    Bux

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