poesie da “L’inversa voce del respiro” di Antonio Bux

Ricordando che:

 

“Il corpo è la destinazione ultima
nella dispersione: dal suo interno
attua l’origine, si rimuove dal centro
nella lenta espiazione degli organi
aziona l’ingranaggio della perdita:
laddove l’accelerazione del sangue
frena la propria corsa all’ossatura
riscrive la pelle il tracciato di riserva
quello strato d’ombra invisibile alle spalle
quando si conduce una lenta vivisezione
sulle parole sottraendole all’altra voce
verso l’inesorabile biopsia del respiro.”

 

 

*

L’idea imperfetta del verso,

nella citeriore convalescenza

della voce: una lenta censura

il pensiero mutando in parola.

 

 

*

Nel sonno sbiadito della pagina

lenta si apre la palpebra del verso:

un’iride opaca brucia il pensiero come

un muto consenso dell’occhio allarga

il fermo del silenzio nel lato della luce.

 

 

*

Nell’immediata distanza che circoscrive
il suono del pensiero al tonfo dell’idea
vi è un margine sovrapposto, un limite
che divide in due la materia: un taglio
che bucando il senso, precipita parole.

 

 

*

La mano mangia, beve
nel fondo più intenso

l’acqua del sentire, il cibo della voce:
nell’effetto inverso della digestione poi
schiude un osso di vertigine, il letame parola;
dunque è masticando l’aria
che il respiro si ricrea: crescendo nella pronuncia
della fame, genera l’inedia del pensiero.

 

 

*

Nella domestica curvatura del linguaggio

l’uso della mano diventa un abuso

della materia casalinga: rientra nel nucleo

nel caldo fuoco della cucina, dove si mescola

l’effetto della voce all’alloro del tempo:

digerisce la crescita. Allora questo cibo

è il pane verticale, l’amido del discorso;

perché non è la fame a fare l’esperienza

ma il meccanico morso, la chimica differenza.

 

 

*

La gola è uno squarcio ristretto:

non passa il pensiero per la giugulare

del senso, si ritrae nel ventre allora

del caos interno, il budello della parola;

l’indigesta strofa della carne che restringe

la cartilagine del respiro al nervo della voce.

 

 

*

Non è il forte da difendere,

ma il fortificante; la traccia di niente

che restaura il debole, che spinge al limite

la pratica inutile, nel diletto della memoria:

dove il vano si mischia alla storia, all’essere futile.

 

 

*

Se è vero che il corpo è contenitore
il sangue nelle vene ne è la prova:
è un circolo vizioso il flusso del rosso
che scorre e si alimenta per se stesso,
così il respiro allo stesso modo è l’adesso
quando nel riflesso del silenzio vi si specchia
la conduttura esterna della voce oltre il gesto.

 

 

*

Nel labirinto dell’esofago

vi è come una scatola

-un cubo d’equilibrio che chiude

la valvola di sfogo del respiro-

quando intorno si disperdono

le voci, si strofinano al vuoto

delle pareti scoscese, impietrite

nel gorgo vorticoso del logos

si fermano, si implicano a sé

come una lancetta all’orologio

che schiava del sincrono, della perpetua

rotazione, è meccanismo del tempo:

il suo perfetto raggiro.

 

 

*

Il prodotto finito è il lavoro
l’intarsio dell’oggetto, il collante
interno che regge il meccanismo;
così è il cantiere del cervello:
nello strumento del sangue corrobora
la vena dell’azione, l’organo pensiero.

 

 

*

Quando la voce rifiata
smette di respirare il pensiero.
È allora dunque che i polmoni
fungono da sospensori, da tiranti
della sostanza interna diluita
dall’inchiostro del soffio:
un po’ come la penna quando fingendo
la crittografia esterna del sentire
emula l’opposta eco del ventre
sul foglio cardiogramma.

 

 

*

Preferisce il buio la parola
dove riposa la memoria
mentre invece nella compostezza
della luce, si genera il riflesso
imperfetto della storia, il disegno
sgranato del tempo che rifiata
s’inala dentro -nella ripetizione
del calcolo- nell’introspezione
dove s’adombra la destinazione
finale, la soluzione della mancanza.

 

“Dedico a tutte le cose

le dimensioni sospese

le tese corde del mondo

il profondo vuoto la luce

e dell’aria la voce, ricucita

alla garza dell’ombra

nell’ombra, la stoffa blanda

del silenzio che non copre

lo stesso fuori al bruciare

il dissenso del ripetersi

stando freddi nell’enfasi:

lo strappo dell’esserci

nel delirio del respiro.”

Ricordando che:

 

“Da dove guardi girato a difesa
indietro l’altro mondo pensare
-nella visita ostile delle influenze
dal profondo chiuso dalle mani-
la venatura dell’inchiostro emergere
affogare il tempo in un capoverso
come criptonite incollata al verbo
la didascalia della voce all’interno
dove è un inferno senza demonio
l’altro tuo volto chiamato Antonio.”

 

Poesie tratte da
da “L’inversa voce del respiro”

di Antonio Bux

Tutti i diritti rovesciati. 

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2 thoughts on “poesie da “L’inversa voce del respiro” di Antonio Bux

  1. la soluzione sarebbe non il dualismo delle coe e del pensieroma sceverare i dubbi dell’esistenzialismo ostinato a fare paragoni.

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