TRILOGIA DELLO ZERO – DI ANTONIO BUX –

 

 

 

 

 

5 poesie da “La simmetria dei nomi”

 

***

 

a Jacques

Il corpo è la chiave
di una porta chiusa
sul retrocedere futuro,

una serratura nera

dove volteggia l’ora
taciuta alla finestra;

un cristallo di giorni
che frantuma i nomi
nella spinta del tempo.

***

a Leopoldo

[chiuso al nome]
nel chiamarsi e non rispondere

l’essere poco attento ai giorni
all’importanza del quotidiano

nell’assistersi dal di dentro
-per non venirne fuori-
dove dal coma profondo

della malattia degli anni
attorno cresce
come un batterio lento

il cuore di ogni uomo stanco
d’esser nome che si chiama solo.

***

a Fabrizio

Non c’è nessuno scampo
dal catalogo della carne;

che poi più in basso
nel costato dell’anima

tutto è contenuto, in bilico
appartato nella confusione

in un ritmo spezzato
(tentata anatomia

di un pensiero solido)
caleidoscopio parallelo

da cui si sottrae di per sé
l’assenza e a sé rinviene

dall’atmosfera di un’intesa
l’alchimia del perdono.

***

a Vincenzo

L’apertura verbale
è come un’ala,

vira lentamente
la sua sponda,

si curva nel parlare
al limite del senso;

ma come un’ala
necessita la voce

lo spessore d’aria
dell’altra misura,

l’equilibrato planare
nell’espressione orale:

ché la parola non dura
più di un respiro vocale.

***

ad Andrea

Non si cerca l’oscurità nello scrivere
ché l’autore non esiste né il suo intento

ma l’esito è altro che una luce schiusa
da qualcosa che ci visita deformando

il sublime specchio della voce invocare
la fatica oscura delle nude pagine quando

la mente annullata dal rappresentarsi s’apre
e solo sa delle cose quella superficie fragile.

5 poesie da “Le ore nuove (memorie dal giorno dopo)”

Ricordando che:

“La riproduzione della luce è scarto d’ombra
(una filiera di colore nel filtraggio neuronale)
la scansione umorale, una parafrasi dell’ottica,
la rappresentazione attraversando l’altra sfera
nell’intermittenza della palpebra, l’irradiazione
dell’occhio nel vuoto: la stasi elettromagnetica.”

LA PELLE DELL’ATTIMO

Si ferma l’ora a crescere
-nel ritmo inutile la lancetta
si vuota al passo circolare-

quando l’orologio del mondo
inclina il meridiano immobile
dell’io su una tara sbilanciata,

vendendo grammi di presente
senza pesarne l’equilibrio,
la misura spessa della pelle.

TEMPUS TABULAE (CRONOVISIONE)

La polvere degli anni dura sui muri
mai crollati delle mani che abituano
i percorsi a segnare le ore lontane
pietre di carezze depositate in fondo;

e la parete decomposta fa del pianto
la precisione dello sguardo, la rivolta
del me bambino svuotare la stanza
lì dove decresce la misura del tempo.

LA CASA OBLIQUA

Era una porta in principio la testa, bussando il polso,
il pensiero della casa. Niente si è esposto, dopo
nel moto inverso, invisibile dell’abbraccio celeste,
la funzione del perimetro, l’insorgere alle finestre;

e così gli spifferi impronunciabili, e l’uscio obliquo
negli arredi al buio, il miracolo dei muri. (Ché inizia
dal basso, la geometria della visione, dalla calce
comprimersi in un filtro -vincolarsi- nell’effrazione).

E allora tutto implode, dalla botola dell’esistenza:
si arriva nel sangue delle tubature, si taglia il cuore
s’accampano le ossa. E quindi, più del dolore disegna

la casa, la rivolta; degli oggetti si conosce la polvere
il nome, la scatola d’ombra. E il condono dunque
è svuotare gli stipiti, appendere il futuro agli angoli.

Ma doveroso è il censimento: il ritratto fuori nell’insieme
sotterraneo cede, aderisce all’inferno, all’insubordinazione
anatomica del passo, che non sa retrocedere nell’origine
e scompare, misurato dal lungo metro dell’attesa

dove si precisa il tetto, la funzione urbana, la strada spaccata.

Ricordando che:

“L’obliquo della perimetria orbitale squadra
il pavimento della casa: dove le mattonelle
allora si rigirano, e diventa cucina il bagno
e il bagno la camera da letto, lo storto mosaico
invertito dalla sua abitudine -cede al soffitto-
l’urbano cade nel sogno, cementifica il disegno
-quando per rientrare dentro bisogna aderire
allo sdegno della mobilia- ammuffire in cantina
comprimere lo sguardo nella sedia, impiccarsi
al frigo, appendersi alle stoviglie ad essiccare.”

5 poesie da “Raices de zero”

II.

La lingua è un attracco, un porto franco
dove deriva la parola; la sponda bianca
il verso a spirale, l’onda del senso come
un sonno avvolge il pensiero, lo distende.
Allora svegliarsi è nuotare: il corpo/bolla
si infrange nel dettame, schiuma silenzio,
perciò resistere nell’acqua è un rumore
nell’apnea del discorso, un annegare lento.

VII.

Esiste a volte un tuo pensiero a indagarmi:
viene a ricordarti una forma, un moto impreciso
nel non luogo, dove ritornando in avanti
nel punto più solo delle nostre stanze lontane,
fissiamo lo stesso vuoto distante – (ed è lì, ferma
in quell’ossicino di tempo, la paura di un saluto
la filigrana riavvolta, il nostro falsario occasionale).

IIV.

La cucina è retrocessa a bosco:
nella fauna del frigorifero si osserva
il lento decrescere degli ortaggi, il fondere
degli avanzi con i gas imbottigliati.
E dunque ci si domanda (quando si fa sera
e il buio riaccomoda tutti gli odori)
cosa rimane, al di là della selva fresca
nello specchio rovesciato della gola,
quando si ciba fuori il proprio deserto
lasciato ad essiccare nella flora del rimorso.

IX.

Fabbricando il vuoto si calcifica l’esperienza
il racconto futuro degli oggetti, la conclusione
dello sguardo tentare un recupero chiudendosi,
e dunque la fine è simile a un giocattolo rotto:
nel meccanismo inceppato della crescita rompe
il perfetto sincrono dell’infanzia; l’ingranaggio
del sangue frena la sua corsa, e solo resta il cuore
un boccaglio d’infinito, la minima valvola di sfogo.

X.

Semplificando il sogno si ha la certezza dell’incubo reale:
nella biosfera della città si avvolge una pellicola informe
si svolge un commiato urbano, una distesa domestica.
Ogni appartamento è svelato, un palazzo è ogni casa.
Quindi l’economia della materia improvvisa l’esistenza;
la memoria dal nulla si ricrea, e tutto avviene per noia.
Allora l’occasione è il buio, l’interruttore lontano dell’uomo
che spegnendosi nella luce, muore e cresce a intermittenza.

tutte le poesie sono tratte da “Trilogia dello zero”
di Antonio Bux (Marco Saya Edizioni, di prossima pubblicazione).
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14 thoughts on “TRILOGIA DELLO ZERO – DI ANTONIO BUX –

  1. mi lasci sbalordito per la vividezza delle immagini e la viva partecipazione emotiva, molto sentita specialmente nella “simmetria dei nomi”. Non credo che tu abbia bisogno di suggerimenti: la tua poesia è essenziale, agile fresca e penetrante. Auguri per tutto quello che farai da un tuo corregionale

  2. Grazie Giancarlo, troppo buono. È un solco mio personale che ritengo necessario porre, per continuare con altri progetti, differenti e futuri. Quindi voglio mettere una pietra divisoria tra questo periodo e il resto che verrà. Questa è solo una selezione delle migliori poesie, o tra le migliori scelte dal mio gusto, di una corposa antologia. Certo, è sempre rischioso pubblicare qualcosa di corposo, dicono sempre di “limare” ecc ecc. ma mi sento di fare così, e credo sia giusto, più che altro nei confronti di me, della mia ricerca. Per proseguire, anche in altre cose, nelle traduzioni ad esempio, e nelle migliaia di necessarie letture che mancano sempre. Quindi dedicherò a questa trilogia i giusti anni per avere un responso dal tempo, se rimarrà qualcosa di tutto questo. Per il resto, del panorama critico e poetico contemporaneo (a parte alcune cose) non me ne importa una cippa lippa 🙂

    A presto e grazie per la fiducia.

    Un abbraccio

    Antonio B.

    • arrivato tardi su questa conversazione. sono versi assai interessanti, magnetici. credo giusto anch’io tralasciare critiche e appunti di “eccessiva corposità”, non farsene condizionare è una sfida nella sfida…buona ricerca dunque!

      • Ciao Alessandro, adesso mi sfugge chi tu sia, ma ti ringrazio molto per il tuo commento e per la tua attenta lettura. Grazie ancora.

        A presto

        Antonio

  3. riporto (giusto per dare alcune motivazioni personali) una buona metà parte della nota introduttiva che ho preparato per la trilogia:

    …in generale gli argomenti comuni affrontati nelle raccolte sono tanti: dalla dimensione onirica dell’insonnia, che ben accorpa in sé i concetti di buio e luce, di vuoto (inteso come margine naturale dell’essenza contro la spinta innaturale dell’universo sociale) e di pieno (inteso invece come incanalatore sovraccarico di mondo esterno, e quindi visto come sano portatore di rigetto), alla dilatazione dell’uomo contro e con il tempo, dal suo rapporto incontro/scontro con la terra e con gli altri esseri viventi, alla solitudine del conflitto amoroso, o ancora dalla dicotomia che dis-lega mente e corpo, fino alla difficoltà dell’esperienza con il prossimo, come anche dalla differenza tra ció che l’occhio percepisce e ciò che realmente vede, per giungere poi, infine, alla più globale deficienza che contagia il linguaggio e che sconfina nell’impossibilità di pensarsi del pensiero stesso.

    Da qui lo “zero di fondo” che accomuna le tre sillogi e che dà nome alla trilogia, visto che lo zero è un po’ il risultato conseguente da questa equazione verbale, non da vedere però come esclusivo punto negativo, ma piuttosto come un appiattimento paritetico del sistema comunicativo, un meccanismo inceppato da dove rifondare l’elucubrazione cognitiva; quindi soprattutto come il raggiungimento della base universale sulla quale improntare un nuovo concetto di discorso, e una differente e ibrida percezione del linguaggio.
    Più precisamente una nuova traccia di collegamento sinaptico tra immagine, ritmo e suono che, teoricamente, dovrebbe condurre ad uno svuotamento del contenitore poetico, in vista di un nuovo e futuro riempimento “umano”.

    Quindi lo zero non è qui visto come un declassamento numerico, come appunto un risultato di negazione ma, al contrario, come scardinamento delle diversioni e, quindi, come ripristino dell’errore terrestre, o che dir si voglia, come una specie di “tampone” per la falla dell’essere.
    Una sorta di tabula rasa interiore dove poter ricostruire il filo del proprio sentire, una bilancia concettuale sulla quale poter meglio pesare il flusso della propria memoria e della propria esistenza tramite questo preciso svuotamento, derivante comunque, come specificavo poc’anzi, da un iniziale totale riempimento, nell’inversione derivante dai due opposti poli del “dire” e del “sentire”.

    Un gioco di entrate ed uscite sommario, dunque, che si azzerano e che puntano a preservare i casuali rinvenimenti fatti lungo il percorso letterario, e a dissipare invece il superfluo umano, il già stato, il mai più presente a se stesso esorcizzandolo, in una qualche misura, in questo tipo di “mantra” poetico che ho cercato di sviluppare in questi ultimi mesi.

    Con tutta la poesia del mondo.

    L’autore

  4. Sono proprio tante! la mia non potrà essere che un’impressione parziale e a pelle. Dunque, mi sono molto piaciute “la casa obliqua” e “tempus tabulae”, perché hanno maggiore matericità, più narrato. Le altre, pure buone a mio parere, non mi arrivano molto perché tendono a nominare entità che restano astratte, per accumulo, impedendo (forse volutamente) il formarsi di una scena e rendendo (complice anche l’imposizione formale delle strofette tutte uguali in lunghezza, della cui scelta mi piacerebbe sapere il motivo) la ricezione “sospesa”, non “fratturata” dalla punteggiatura né inglobata in un processo e uno scambio astratto-concreto. Spero di essere stato chiaro! A rileggerti.

    • Ciao Davide, ti riporto anche io il mio commento lasciatoti su Facebook 🙂 grazie e a presto!

      sono tante? l’antologia prevede 3 raccolte, una da 66 poesie, l’altra da 50 più una piccola prosa poetica, e l’ultima anche da 50. Più vari esergo e motti … e ci sono molte note critiche, sia fatta da me che da altri autori, quindi ci sono molte spiegazioni al riguardo. È un lavoro abbastanza definitivo circa la mia poetica attuale, dopodiché non pubblicherò più nulla per anni credo. Per ora ti posso dire che ovviamente si gioca sulla questione “materica” e del “concettuale” quindi è normale che si alternino poesie che vanno più nel dettaglio dello scandaglio nel reale, mentre altre sono più poesie di pensiero. Sinceramente le poesie che preferisco di solito, sono quelle di pensiero. Anche se credo, a dirla tutta, che la poesia che citi, che è un rinvenimento ispirato da altri testi di altri autori, penso sia una delle poesie migliori da me scritte (parlo della casa obliqua). Di solito le poesie narranti le preferisco meno, certo, poi dipende da come si narra. Se si spiega troppo di solito non mi piace. Ma non è questo il caso, credo 🙂 Dici bene, sulle altre, usando “nominare” (la simmetria dei nomi, dove ogni nome è altro nome) e sottolinei bene la meccanicità dei distici, quasi a spezzare il discorso, e rendere il tutto meno fluido (anche a voler formulare una simmetria visiva, un parallelismo semantico). Forse se leggi il lavoro intero, compreso delle mie note attualmente (non so se poi in fase finale le metterò) ti sarà più chiaro l’intento. Io lo scambio astratto-concreto ce lo vedo, nel globale del lavoro. Era proprio quello l’intento, giocare tra significante e significato, tra buio e luce ecc ecc. 🙂 grazie per la tua attenta analisi. Non mi prendo sul serio, sono solo logorroico, come direbbe qualcun altro, c’ho la “cacarella poetica” 😀

  5. questo libro è
    di prossima pubblicazione presso Marco Saya Edizioni di Milano.

    Trilogia dello zero (Autoantologia poetica 2012).

    con interventi critici di: Gian Ruggero Manzoni, Sebastiano Tommaso Aglieco, Margherita Ealla, Alberto Mori, Massimo Barbaro, Guido Caserza, Luigi Abiusi, Vera D’atri, Diego Conticello, Lidia Riviello.

  6. le poesie di antonio sono meravigliose per condensazione logico formale e assolutizzazione metaforica simbolica filosofica e di senso che trovano oggi pochissimi riscontri nell’epoca del prosaico spinto e del narrativo a tutti i costi che a mio avviso non giovano alla poesia. mi piacerebbe ma so che è una mera utopia che chi vuole narrare si dedicasse alla altrettanto nobile arte del racconto o del romanzo lasciando la fulmineità e la contrazione ideale-significativa alla poesia. quantomeno a quella affascinante e ben scritta come quella di antonio.

  7. ciao Diego scusami ma leggo solo ora questo tuo commento. Grazie per il rinnovo della tua stima, mi fa molto piacere. Vorrei realizzare qualcosa in prosa però marcando la tensione poetica a scapito della narrazione dell’evento. Ci vorranno molte energie e non so se ci riuscirò, però l’idea c’è.

    Grazie ancora per il tuo commento e per la nota nel libro, presto ti invio una copia, appena posso. Un abbraccio

    Antonio

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