Gabriele Gabbia – La terra franata dei nomi – Ed. L’arcolaio

 

 

da Diatribe del ventre

 

 

I

 

Dimora negli intestini

la terra franata dei nomi.

 

Là, dove nessuno sa.

 

Dove non c’è dove

ogni cosa

è radice d’abisso.

 

 

Là fiorì il tuo nome.

 

 

II

 

Era quel nome a conoscerti

nella sua pena in causa,

mentre fuori

la consuetudine interna,

lede 

il suo grembo:

 

lo strattona:

lo cancella.

 

 

III

 

Si ritrae da te | sempre

più si allontana

quel nome

che partecipa –

reitera

 

– rientra

nelle membra

la matrice del suono

           cui detta

                          semenza.

 

 

V

 

Il capo:

un ventre spaccato. In fondo

quella città: un lungo

delirio. E ancora:

quel capo, quel canto

cui nessuno

appartiene. Tu

                          soltanto

                           salmodi

                            quel salmo.

 

 

VI

 

La materialità discostatasi del grembo

giunge

al verso

(l’isola)

nella sua tenue

trasvolata fulminea

verso l’assenza.

   L’essenza

                                  stessa

                                  di sé medesima.

 

 

 

da  Lacerti, corpi, lembi.

        Brani di nulla.

 

 

VII

 

Talvolta ti atterra il corpo addosso

ed è il cupo gorgoglio di un verbo

mentre si vaga, per ossessioni, per

stordimenti – per storni. Il corpo – 

un ceppo – si allontana dallo sguardo

– suo epicentro, suo traguardo – nel candore

stridulo delle cose, ove niente

impedisce la resa, la dipartita, ove la voce

si ascolta una volta sola, mentre tutto

non torna – è molto diverso – ricomincia.

 

 

XIV

 

Esangue traverso strade

(coscienze?)

 

dirupi sensoriali

caos

volteggi

– e risalgo

 

il declivio

                   nel lavacro

                                      del pianto.

 

 

XVII

 

Mente, l’occhio

nella sua cocchia.

Solo empie vuota

sciacqua. E rabbercia il suo cavo,

nulla.

 

 

XVIII

 

Ho sempre guardato, guardato,

dal nulla cui vedo

i corpi della soglia,

laddove sono rimasto

a fissarne

la fissità inquieta

d’un nulla.

 

 

XXIV

 

Il disegno tracciato non ha colore

poiché ogni emblema non ha contorni

ma frammenti – sfumature. Tutto

si ricompone tace scompare.

Il cerchio d’oggi è ancora silenzio.

 

 

XXVII

 

Virano i sensi

fra conati di sangue

fuochi, fischi

di treni.

 

La paura è ciò che ci lascia – 

ciò che resta dei volti.

 

 

XXXIII

 

Anche solo esser ombra su una strada

anche solo esser aria che spira

o foglia, che volteggia e si posa

nello sguardo

che innerva

                                                    nella sfera

l’immane 

movimento della vita.

 

 

 

da Spettri

 

 

XXXIX

 

Bisogna non dirsi, non

pronunciarsi, esimersi

per riceversi. Eludere

il proprio enunciato, il

proprio interno

dettato – per cospargersi

e congiungersi

occorre disconoscersi.

 

 

XLIV

 

Nel tuo vivere quotidiano

vi è un supplirsi a me estraneo –

un ignoto

contenersi – un vedersi

mai più in là di ciò che si ha

di ciò che si sa – un infinito

ridotto al corpo dell’osso.

 

 

XLVIII

 

Sento il sibilo delle tue preci

madre

che dolce s’insinua –

è bocca che lava

ferita che strenua

concilia

in terra

la terra che continua –

che ancòra invoca

nel sangue delle sillabe

pietà – perdono

 

l’àncora del peccato.

 

 

 

da Io

 

 

LII

 

Tu fughi ogni inizio – 

 

non permane questa vista,

questa offerta, questa ridda

composta, appena lambita,

intuita, dell’ordine cieco,

deciso, dell’occhio.

 

 

LVIX

 

Tu qual eri allora

di ritorno da bambino

narri l’abbandono

occluso al suo getto –

 

e tutto trova notte, tutto

(e postuma ogni dolcezza).

 

 

LXII

 

Se mi guardo guardarti

– se mi vedo –

immagine e somiglianza

in te di me

mi plasma su te

la grazia evidente

– l’interiorità latente –

l’improvvido arcano

– tacito – in noi.

 

 

poesie di Gabriele Gabbia

da “La terra franata dei nomi” (Ed. L’arcolaio).

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4 thoughts on “Gabriele Gabbia – La terra franata dei nomi – Ed. L’arcolaio

  1. chiedo scusa a Gabriele se alcuni testi non rispettano lo schema originale, ma ho provato a riportare fedelmente il tutto, solo che nel momento di pubblicare, ha allineato alcune parti 😦 non sono ancora molto pratico, scusami!!! 🙂

    un abbraccio, antonio

  2. molto belle specialmente la 14. sono secche ma pregne. mi vien fatto subito di pensare a cattafi. davvero complimenti

  3. Caro Diego, è vero, pensare a Cattafi leggendo Gabriele, ci può stare davvero. Citi un autore che mi piace parecchio, come il nostro qui caro amico.

    ANTRACITE

    Fabbriche e treni perdono lucore,
    invecchiano, sbiadiscono col tempo,
    sconfinano nel bigio della nebbia.
    L’antracite perdura, abbasso, nera,
    fragile, dura, riflessi di metallo,
    terra chiusa e remota
    a lumi spenti.
    Ne intendo i segni, i cippi calcinati del confine,
    l’ala del fossile confitta sulla costa
    le mani rattrappite dei compagni
    naufraghi morti nel golfo senza mare.
    Può darsi avvenga domani un altro rogo
    non l’aperta l’allegra combustione
    che macchia l’aria di fumo e d’amaranto,
    la soffocante perdita dell’anima
    noi incastrati nell’ombra.

    Penso alla pioggia, alla cenere, al silenzio
    che l’uragano lascia amalgamati
    nella vergine lapide di melma
    dove drappelli d’uomini e di bestie
    verranno ancora a imprimere
    un transito nel mondo,
    all’alba ignari sul nero
    cuore del mondo.

    da “Mosche del meriggio”

    di Bartolo Cattafi

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