Michele Porsia -Bianchi girari – Sintomi di alofilia – Perrone Editore

 

 

Cinque poesie da “Bianchi Girari”

 

Verba volant

 

non è un filo. La parola è pensiero in polvere, il residuo grigio di una

materia cerebrale.

Celebra la cenere, la terra. Arretra, se temi la parola, ma poni prima un

fermacarte sulla fossa, che indichi il pericolo di questo luogo.

O il vento, senza neppure chiedertelo, prenderà la scrittura e la porterà

sulla tua bocca.

 

Mettici una pietra sopra. Tu temi la parola perché vola.

Tu temi la parola perché vuole

 

 

I. Li hanno ritrovati sottoterra

in una pagina di argilla,

in un abbraccio

così lungo da consumare il corpo.

 

Dalla pelle alla carne

le carezze

allentate fino alle ossa intrecciate tra le gambe.

Ischio e coccige

mischiati a qualche selce,

il femore e la tibia

incrociati (per essere vicini)

 

li hanno ritrovati nudi, primitivi,

in fragili frantumi nella nebbia.

 

Nella pianura di Valdaro

la saliva è divenuta polvere,

il diario dello scavo

poema nella stratigrafia delle parole

un verso dopo l’altro verso l’origine del mondo.

 

 

II. la caligine, e i teschi

sono apparsi in una forma cardiaca

sulle spine

dorsali, scarne trame quotidiane

disegnate nei quadrati

un metro per metro. Un abbraccio

di vetro esumato per divenire

friabile incrocio

di omero e di ulna -che non venga in questo luogo

chi non è mai riuscito

ad annodarsi dall’interno con un altro-

 

il canto segue

Jorge Enrique Adoum, un’ombra

che attraversa la pagina per un istante solo.

Si ricompone il tempo,

una pangea

che sovrappone a Sumpa

la periferia di Mantova.

 

L’archeologia del sentimento è stata un unico cantiere

in cui venne la parola nera a chiederci,

a trovarci per tradire il silenzio

per rimanere nascosti in un doppio incavo di terra

 

 

III. sapremo dalle analisi di laboratorio i loro sessi

il colore dei capelli,

gli occhi,

faranno maschere di cera,

per imitare i tratti

eppure il codice genetico, la radice di un dente

non potrà restituirci la parola. Niente.

 

Ma forse

non aveva ancora nome l’amore

e la morte

faceva parte della vita, che veniva dissepolta, la voce

di un pazzo che grida:

-io con la morte ci faccio l’amore-

l’amore con la morte in allitterazione

 

 

è stato come perdere una biro.

Svanita nella mano:

era una bic. Per strada in bicicletta

mi volto indietro, per cercarla.

 

Niente euridice. Neppure l’ombra. Bramo.

 

Un’ora di ritardo, si fa buio;

non è neanche a casa ad aspettarmi;

rovisto tra le stoviglie. Veglio

 

(nel frattempo giro

nell’isola di una parentesi curva

del tempo dilatato del dolore. Frantumato)

 

 

cinque poesie da “Sintomi di alofilia”

 

 

Flora batterica

 

Nutro di fermenti vivi e di concimi

una vegetazione batterica,

cresciuta spontanea

tra i diverticoli dell’intestino.

 

Batteri di serra,

sintetici coloniali di plancton.

 

In un’altra Era

mi nutrivo di alghe unicellulari.

Antenata dieta microbiotica.

 

Il rimasuglio

dell’ultimo pasto primitivo,

è un cucchiaio indigesto di un brodo

primordiale.

 

 

pantheon

 

Si apre nell’iride la pupilla.

 

Un cono di luce obliqua

fende la camera oscura.

Riluce il cerchio

sulla scena vuota della volta.

Immagine sacra

volto del volgere solare.

 

Tempio,

sepolcro dello spazio,

modello oculare,

protesi astronomica,

costruzione verticale dello sguardo,

occhio rivolto verso il cielo.

 

 

I venti erodono la pelle

e scoprono le vene,

i tendini,

il segno delle venature,

la fibra del legno.

 

Si radunano le rughe

come dune sul volto deserto.

 

E mentre mi consumo,

mi scopro,

prendo parte all’entropia.

Lascio tracce,

imprimo impronte,

perdo parti.

 

Resto argilla umida

calanco scavato da rivi di sudore,

creta bagnata,

brulla scultura non finita.

 

Rotula

 

Bisogna immaginare Sisifo felice.

 

Conservo nel ginocchio

una pietra di fiume

levigata sullo scorrere

del passo.

 

Rotola

fra il femore e la tibia

un ricordo di viaggio,

il sasso che trasporto.

 

 

Vengo da una galassia domestica,

sceso a terra

in una capsula di plastica

atterrata

sulla foglia franca del condominio.

 

Il mio tragitto verticale

è stato la regressione numerica dei piani

e nel traffico fitto della strada,

resto alieno al luogo,

come un omino verde di luce

sull’interlinea delle strisce pedonali.

 

 

Poesie di Michele Porsia

tratte da “Bianchi girari” e “Sintomi di alofilia”.

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