Antonio Bux -Disgrafie-

 

 

 

DAL CAPITOLO I

“ANATOMIA URBANA”

 

 

UN OPERAIO

 

La decima ora del sesto giorno del nono mese

la passi come sempre, attivando il maledetto arnese:

ogni mattina prendi/asciuga/imbusta/infila e poi ancora

torna a casa/raccomanda i figli/bacia la moglie/e corri in chiesa

la domenica assonnato in coda ad aspettare l’estrema unzione:

quarant’anni d’uomo, venti di fabbrica, tre figli e ad ogni busta paga c’è

il mutuo da pagare e il sabato la Coop e venerdì il parrucchiere;

mille euro di spese per fabbricare cessi , dove siederanno poi quei culi

ora lì con te a pregare genuflessi -tutti santi- coi portafogli più grassi

che te ne torni così basso a casa, nel profilo silenzioso di tua moglie

che t’accoltella, e coi bambini che hanno fame e tu a spiegargli

che si mangia una volta sola al giorno -altrimenti si va in galera-

e di nuovo ancora domani pronto, a rigettarti su quella piattaforma:

tu -meccanismo perfetto- nell’imperfezione della vita.

 

 

ALLENAMENTI

 

Era tra i folti boschi

di quegli orribili banchi

-custodi della nostra noia-

che noi giocavamo

a fare un pallone

con cartaccia piena

di mezza equazione

e due penne a sostenere

la mano portiere,

uno contro uno

rete dopo rete

mentre il professore

di quella nostra partita

ci ammoniva

mettendoci alla porta,

quasi fosse lui arbitro

della nostra vita,

e noi i giocatori

stanchi e provati

come vittime di crampi

dall’allenatore sostituiti,

e accolti nei cessi

da fischi e da applausi sommersi

del nostro pubblico bambino,

tutti già schiavi

di uno stesso segnato destino.

 

 

DAL CAPITOLO II

“TIMELESS”

 

 

CHIAROSCURO

 

Immagino il martirio del ricordo

nell’infrangere del peccato di un momento,

di un ciclico pensiero che recide il presente

nell’uomo che mente, nell’anima che da sempre

conserva l’antico esilio di ogni sguardo

dentro stracci di verità raggomitolate,

incartate tra le infinite pieghe dei secoli,

nel riciclato silenzio che non preserva

neanche l’attesa di una nuova speranza

che sveli una memoria mai più vana

di una fine senza pretesa.

 

 

RESTI D’ALTRO OLTRE

 

Della chiusa fronte s’immagina

una mente cresciuta retrocedere

dal mondo che è universo nel dare

suono a quel vuoto che tutto sente,

ma manca l’uomo all’uomo, l’irreale

spazio non dato a vedere per essere

punto di non ritorno oltre cammino

passo nel passo d’eterno destinarsi.

Dove tutto si ascolta tacendo

-anche l’acqua cantare la notte-

nel mare ospitando le ultime stelle

e sabbia germogliare dall’onda

come fermo il mondo scorrendo

trasparente nel vuoto del respiro;

e siamo invisibile richiesta sapendo,

dimenticando d’essere anche un rivelare

silenzioso terreno dell’inascoltato

inumana domanda nel rivolgerci parole:

“dì noi ancora, precipizio del tempo

del mietere ricordi utili a dimenticare

il miracolo del mondo e le redini

dei cavalli d’una mente universale,

e lascia vita uccidere i suoi uomini

e parole scorrere invano dagli occhi”;

ché vanno nell’andare deserto

pensieri bagnati di fonte

straniera nello scorrere

a valle del delta pensiero,

e parole splendenti di sale

cristallizzando un muto mistero.

 

 

DAL CAPITOLO III

“MALENERA”

 

 

S

 

È per te che son diventato sordo

ascoltando troppi silenzi per lungo tempo,

come per te che la mia vista è ormai fuggita

per altri occhi più duraturi all’orizzonte,

che il mio sguardo è il tuo cieco vedere

e la mia lingua attorcigliatasi il dolore

al suono vuoto presente del tuo dire;

e muto parlo il linguaggio del nostro errore

nato morto fra i rimorsi che ci trascinano

per le guerre perse e la pace mai avvenuta

di cui io mi ammalo ogni volta che ti penso

e in me diventi l’eterna ombra di mistero

di un amore fatto a pezzi dall’amore.

 

 

DELL’ANTROPOFAGIA E D’ALTRI SCEMPI

 

Ho pranzato con te, ieri l’altro:

v’erano i tuoi resti, capelli confusi

tra le mani, un cuore avvizzito

sfiancato, giaceva tra gli avanzi

dei tuoi occhi tremanti; e le pupille celesti

così fragili, come le gambe sottili allungatesi

sull’infinito tavolo di una notte,

coi piedi contratti nel movimento

a indicar l’impossibile fuga

nel durante di una lunga attesa,

che ti fa simulacro di mia fame

nel nutrire avulso da ogni ragione

morso dopo morso, mai di te

mai sazio mai.

 

 

DAL CAPITOLO V

“A MINIMAL SOUL”

 

 

BUIOLUCE

 

Si muore

di un sonno, che è

quel non esserci,

nell’abituarsi alla morte

ad ogni voltura notturna

quando non c’è sogno

in vita, ma sonnolenza

-ché gli occhi marciscono-

nel cercare una luce.

 

 

LA GRAVITÀ DI NOVEMBRE

 

Scorre in silenzio

la vita sotto

le foglie del pensiero

ammucchiate, in disparte

bruciate dalla muta stagionale

-sperdute-

dalla ragione degli anni.

 

 

DAL CAPITOLO V

“LA RADICEMENTIFICAZIONE”

 

 

INTIMISTO

 

Come mai il sole.

Perché l’acqua, e le montagne

bianche, e i prati in fiore.

O forse anche il chissà

di un desiderio.

Questo mare che filtra

nel porto, i pesci volanti.

Come mai qui non c’è fine

né un accenno di passato. Soltanto

le catene, la prigione di un perché;

nel purgatorio del sostare negli altri

-sentirli svanire sostando sul niente-

fa l’anima vasto giardino.

 

 

LA RADICEMENTIFICAZIONE

 

Si può vedere nella notte

come il fiume si contorce

e sfuria tra le rapide correnti

del mondano oltre le dighe

d’occidente tra i bastioni

inquinati al rispecchiare

del riflesso basso, il livello

come un’onda lo sconforto

marino che gorgoglia

il mero volto delle alghe;

e si sente anche i giunchi

adirarsi tra le turbini fredde,

nei vortici dell’umano disperdere

di quei molteplici scarichi:

riemergono da quelli

tutti i mali dei fondali,

quel risciacquo senza

schiuma o compassione

che l’asciutta baia di città

più non deterge.

 

 

DAL CAPITOLO VI

“NEL METAVERSO (sintomi di agrafia)”

 

 

GIARDINI D’INCHIOSTRO

 

Poiché tutto è labirinto

scrivendo di schiena,

s’apre al silenzio

l’essere sentiero dell’altro

nell’attraversare

giardini d’inchiostro;

e non serve parlare

all’ombra per oltrepassare

voci a specchio, quando

nel gorgo di parole

riemergono solo i punti.

 

 

PROVE DALL’OLTREFORSE

 

Perché finirà, quel poi

incerto destino del quando,

l’ignaro interprete dell’ora

che chissà come improvvisamente

durante niente

finiremo tutti alla deriva

d’un vento come un mai

schiantato sulla fronte,

e per quanto saremo ancora

parto di una domanda

-un qualunque che-

apostrofo del non presente,

soprattutto vivremo nell’assente

o andremo altrimenti

come se nulla fosse,

e troveremo risposte

da quel silenzio che nasce

come un pensiero strozzato

che abusato fuoriesce,

per una lacrima spremuta invano

da un’ipotesi dell’oltre forse.

 

 

poesie di Antonio bux

da “Disgrafie”

 

Immagine di Eric Lacombe.

Tutti i diritti riservati.


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One thought on “Antonio Bux -Disgrafie-

  1. questo libro è
    di prossima pubblicazione presso la casa editrice Oédipus di Salerno.

    Disgrafie (poesie scelte 2000-2005 e altre poesie)

    con illustrazioni di Lucia Leone

    e note critiche di Ianus Pravo e Federico Federici.

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