Andrea Raos -Le api migratori- Oèdipus Edizioni (2007)

I cammini paralizzati

Caduto via dal vento, sorvola una città.

Ci siamo a sbattere. Si frange.
Scontra intanto che si abitua il vento al nostro esserci.
Coprirlo, non vederci, in questo andare.

Abbiamo superato un primo passo, un primo fiume,
continuando che passava il vento dice.
Perché fame non restare, insinua di continuo, la città.

“E’ come un sogno che facevo da bambino”
ci diceva chi ci crea, chi già moriva:
centro commerciale visto dall’alto, centro immenso,

di scaffali a centinaia, centinaia metri alti,
scale l’uno contro l’altro, passerelle,
gente tridimensionale,

merce ovunque, anche fuori
anche dentro, in sincronia,
per più colori, assorda musica.

Sono superfici una per specie,
sono piani intricata e di dischiusa,
di materia

e piena, e nera, arriva in piena, sulla merce, sulla musica,
l’orda intera che spandeva espansa,
onda espande e la clientela esplode,

si aprono a ventaglio sulla rosa a raggi sei:
1) prodotti per la casa 2) lavatrici 3) libri e quotidiani
4) macelleria 5) pescheria 6) ortaggi

e sono piena fuga che si squarcia indietro, all’indietro,
e che non serve, totalmente
implosa. Che si chiude a ventaglio, fa cammini paralizzati, prima,

nella rosa da una prima, aperta
lacerata. Sempre meno, mentre cadono,
uno irrigidito, uno contratto, oh spasimo,

cosa chiedono, che gridano, o scemano, oh spasmo,
questa clientela annerita, bruna
del suo sangue che niente, tiene, non trattiene

e goccia, e sgoccia. E cade. E senti intanto che svaria, come
cade dolce alla dolcezza il suo brusìo, lo sciame
che ne tenta ancora piano, aprire vene

e farne rivoli, ruscelli, rami –
cade corpo
e scatolame.

Ne facevamo così poco, di quel corpo, di corpi,
che ancora meno ne restava, ancora male.
E’ come chi moriva, chi ci crea:

“Ancora un po’ di meno, ti prego, un poco meno male.”

***

II.                                 La favola delle api

Ma come è cominciato, che divisi?
Adesso è come sera, che mattina, cosa dicono, che buio:

Il farsi sciame delle api
è frutto di apprendimento, non è innato;
è in seguito ad evoluzione
che si è inciso nel loro patrimonio.
Sfuggite a questo processo esistono tuttora, forse ignare,
api solitarie, relitti delle ère, che non sciamano.

Noi api siamo come gli animali
che nella preistoria erano agitati,
continuare continuare.
Ne ho visti, voler attraversare il mare!
Era quando non c’era niente sulla terra
e l’ape non aveva visto il fiore.

Noi api eravamo gli animali,
ci posavamo intorno uno ad una
quando lentamente scemavano i fuochi,
non per sciami,
una per uno,
perché non esisteva sciame.

La sera imitando gli animali
dovevamo riposare e come dormire.
Ma prima, dal crepuscolo e fino a notte piena
guardavamo i fiori che di notte si chiudono,
le lucciole che a notte, nel deserto, schiudono.
Che cosa sciamano dal buio al buio, volta del cielo che è tracciata,
per finissime scie, per impalpabili.

All’alba siamo come gli animali:
non è un risveglo, è scatto
di paura per via del gelo della notte che l’oblio consuma
e richiamato dal tepore della prima luce
è gelo ricordato dal rifulgere
che l’oblio frantuma.

All’alba ci alzavamo in volo
perché alla prima luce era importante tornare a muovere le ali,
non lasciare che i corpuscoli di brina.
Era inverno, tremava, è malapena che traspare,
addosso al cielo, un disco bianco:
la notte era la luce e il sole era la luna, luce morbida, costante e
mattutina, notte piena.

All’alba gli animali il gelo il volo
e dopo e successivamente, e dopo il volo
porta dove sono gli animali,
per crolli e diafasie,
per mia miseria,
è una distesa immensa, è mille ali che sciamava, sciame.
Ma non di api.

E io non sciamo. Api era di movimento incessante,
di quelli che si riproducono per onde,
panico di fame.
E’ dove niente basta.
Ci sono ceneri che,
ali che non vogliono, non volano, perché il mondo, tremano.

E’ sempre così che urla la vita.
Urla sempre, la vita.
Così, e in questo nascere e rinascere,
in questo chiedere continuamente aiuto
che per masse, per sciame,
ciascuno dice «dico che io morirò. che sciami.»

Ma io non sciamo. E intanto che come api, come fame,
osservavamo fare massa
gli altri animali e fare sciame,
e quale sciame per nutrirsi,
dove cibo, che lentamente cominciano a cedersi
per particelle, esofagi;

intenti a chiedersi, quando
e come arriverà, che traversando a banda, come api,
la pianura che non nutre niente,
non noi soli, non di sbando,
si riempiono di cibo,
ma mai abbastanza per vincere il peso dei giorni, la noia, i secondi;

intanto che le stringhe proteiniche
si preparavano a scindersi in infinitesimo,
che nel decadere e incidersi in pareti muscolari,
che mucose, calde, esplose,
miriadi di rose che decadono,
cedono, e non noi;

ora, orma,
si frammentano sui lati, cadono,
ruotano tra i fiori
non specie, siamo due;
non siamo, niente,
fiore, forma.

E non si forma niente in questo volo,
non c’è orma, non è aria, siamo in due
quest’aria smossa
che dolcemente e piano dalle nostre ali
cade accanto, ci separa dagli altri, dallo sciame
amara, questa aria, quanto amore che ti dico ora:

«Sei il meglio che potesse capitarmi, e tu lo sai.
Eppure è di materia dolorosa
che stridono le nostre particelle.
Ripetiamocelo giorno dopo giorno
intanto che piangiamo ancora,
intenti a chiederci se mai capiterà.

Invece io di pomeriggio,
e sera e favo,
e sono già lontano
da ciò che come vento, come vena, come viene;
sognati in pieno inverno i fiori al primo tempestarsi
e schiudersi, che smeraldi, che rami;

è lì che ti ho vista aperta di striscio, di strazio.
Vita che non tiene,
che un amore contiene
e passa in sogno intanto che, volati via, noi polline
polvere ci dice: non conta niente il come,
conta soltanto starti accanto.»

Lei trema con lo stoma, tenta con le ali, poi risponde:
«Io sono arnia, amore, e sono arma.
Arma e arnia.
Arnia, arma.»

Si guardano volatili, amori
muti. Volati via.

Vibratili.

«Mio polline.»

«Molecola.»

Il tempo scorre per annunci indistinguibili
che accada infine quella cosa, una qualunque cosa,
vita dopo vita invano attesa
da ognuno in propria vita. Mai sciolte, strette bene
catene, crolli, disfasie: questo pianeta in cenere,
annuncio impercettibile di chissà che.

Fuori dal laboratorio.
La terra esplodeva, ancora una volta. Sono milioni di millenni
in piena, per completa frantumazione
si riversano per terra – esplode, esplosa:
“nella dolcezza, nell’amore,
né la dolcezza né l’amore
stanno – non sopporta più niente,
la vita, non sopporta niente”
“venite, attraversiamo” – traversando
“volo d’animali,
l’immenso il più disteso
non ho mai visto un altro fiume” – con l’amore
come l’acqua, com’è acqua,
colma di leggera, come fuga
a malapena, a stento volo, che non vuole,
che non prende il volo. Sprofondano dentro la terra,
cascate di roccia che la roccia, voragine che dentro la voragine,
da quella stretta che, dentro, alleva,
morso dalla morsa della pietra:
“trasvolando che sento, che cadrò”.
La roccia si solleva, esplode il suolo,
si fa lava, bolle, folle:
è trasvolando che cadendo, sciame dopo sciame,
tutto passa.
Ed ora che passato
passava tutto, intero, per intero,
e su ciò che diventa, si avventa:
l’orso piccolo strappato, che confuso, dalla madre,
alla madre, ombra,
l’orso da poco nato che spaventa
ancora il mondo (che da adulti rende muti senza spaventare, è lì e
basta, è cosa che succede, uccide),
che zampetta e uggiola un po’ debole, un po’ mite – è via
dalla madre
ombra, d’ombra
“ti ho sognata ma eri già morta,
ti ho sognata ma non eri niente, un agitare
di follicoli, estinzioni, di parentesi”
cosa, oh cosa di sangue e di niente, ad annerire ora,
cosa significa restare in vita?
che cosa strazia ora questa
mano, mano che non tiene? questa gola?
capivi che ne usciva suono, nel frastuono,
non perché la vibrazione arriva,
non vedi il battere
e ribattere laringe, strepito –
è il corpo intero che si chiude esplode,
ricontrae, riesplode, nel riaccelerare che il respiro,
per respirare, spira, che i polmoni,
nel vibrare, emettono, riemettere
con tutta la carne che li chiude
mentre, ancora (e come morde, come tremito, che trema)
e nuovamente, intanto,
affollano il nascere i morenti, si affollano, al disnascere, smorenti
– l’orso piccolo, già morto, muore ancora,
cosa nasce?
l’ape pazza che attraversa, il corpo,
cosa non nasce?
sono soli, ora, il vuoto, accerchia l’erba,
verso cui, già piega, verso dove
la terra serba il pianto che le spetta,
cosa nasce e non nasce?
allontana, l’allontanarsi altrove, il numero
di api-sciame, innumerevole –
cosa né nasce né non nasce?
“Non posso, pure, non passare, vero?”Cammini disegnati di calcare.
Api pensano, ci pensano.
Sciame che divisi, due divide.
“Non sono più gentile, anche più solo?
Se vedo quel neonato fatto a pezzi – come piena, come strazio –
e guarda e dice «non guardare»
la collettiva, mente che né guida
né non guida,
cosa farò di questo vuoto di materia, carta non graffita
e non-memoria, non-niente,
e tutta, questa, quanta pena?
So cosa devo dire. So che dico:
«La terra è scossa da vene invisibili
di materia vuota e di solida
aria. Massa
che fibra per fibra. Le sento
pulsare, che trema, terra mai così solida, mai così ferma
come quando completamente vibra.»”
È sempre così – sciamava, sciame – che urla la vita.
Animali per placche si distraggono,
che rinunciano alle ali.
Esistono
cammini disegnati di calcare,
città sfiorate punto a punto: e non
collegano.
L’estraneo
permane, microscopico:
ogni uomo, che spreco, ogni astro.
C’era l’amore, ma era con l’amore.
C’era l’amore, ma non era altrove.
Dove i giardini pendevano
e l’acqua rallenta – dove sta disarticolata, strappo
e ruga di roccia incisa, divisa – dove l’aria è cancrena
guarda le api passare, guardare:
“Lo diremo gli uni agli altri:
«ti vedo come gli animali, che nella preistoria
erano agitati,
continuare continuare
eppure fascinati dal fuoco»”
Roccia, piaga delle ere.
Niente più riguarda l’uomo.
Api, fascìna, fuoco.[…]“Così, quando – disciolta la compagine
del mondo – ora suprema chiuderà i secoli tanti
l’antico ripetendo ancora caos, tutte complodono
stelle mischiate ad altre stelle, ignei al mare
astri crollano, terra non vuole da sé stendere spiagge
e scuoterà il mare – al fratello contraria Febe
andrà e, nell’orbe per obliquo di condurre le sue bighe
…la morte è tragica, ma la vita è oscena…”

di Andrea Raos
da “Le api migratori”
(Oèdipus edizioni, 2007)
alcune delle recensioni ai testi:
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8 thoughts on “Andrea Raos -Le api migratori- Oèdipus Edizioni (2007)

  1. una poesia della mancanza ma così detta in un flusso fortissimo e continuo dove si incontrano poesia e prosa, lirica e linguaggio quotidiano, amore e non amore, senso e non senso per confluire in una chiusa finale bellissima: “la morte è tragica, ma la vita è oscena.” Un poesia che trascina nella migrazione e poi lascia lì sfiniti!

  2. Grazie per la lettura cara Fabia.

    Questo di Andrea Raos credo sia uno tra i libri più originali e suggestivi scritti negli ultimi anni.
    Il tema della mutazione, della resa umana dell’insetto e viceversa, del tentato sfrondare del verso in un tumulto a zig zag, in un vortice tremendo, dal gran impatto visivo/ritmico. Più lo leggo e più imparo, è una lettura che mi sconvolge non poco. È uno tra i libri che consiglierei di leggere subito. E non solo questo di Andrea, ma tutta la sua produzione, e poi una persona squisita.

    Merita un 10 e lode.

    Grazie ancora per il tuo tempo e per la lettura.

    A presto

    A.b.

  3. Mi piace questa coincidenza sul libro di Raos: ne abbiamo rilanciato quasi simultaneamente la lettura, senza dircelo. E’ un bel segno per la migrazione continua degli Api…
    F.

    • Essendo nuovi mutanti, fanno di queste sorprese…..tornano dal ciclo migratorio, ogni tanto, a punzecchiare hehehe….complimenti a te, per la bellissima recensione…sei un grande Federico!! Grazie, a presto

      un abbraccio

      A.b.

  4. a capovolgere l’ immaginario collettivo che vede la specie umana formicolare (l’ immagine è il formicaio) qui nei versi di Raos, le api, l’ alveare. la larva che attende nella sua cella di diventare larva è antico simbolo di resurrezione ma è anche insetto fragilissimo e minacciato da ogni elemento chimico o variazione anomala ambientale di cui può essere vittima. Raos decritta altalenanti apocalissi individuali che profondamente tutti ci riguardano. scorre con l’ unghia e torce i ponteggi umani che cedono pur avendoci preceduti a arrivato fino a soddisfare la nostra maniacale tensione distruttiva e lo fa come “viaggiatore” in una dei vagoni dello sciame. lo fa da uomo-ape, da ape ape, da vittima e da carnefice. oniricamente mettendo avanti nei suoi versi come sogni lucidi dei quali tira i fili del timone.l’ uomo che è straziato se essere volo o caduta decide per ali di cera in serie. così il mio sentire in questi versi: uno sciame di icari? ma anche un Icaro che entra nella sua schizofrenia d’ annipotenza, poi un Icaro saggio consapevole che il divenire implica “distruzione” – e qui alchimia – ma anche la consapevolezza di una distruzione senza ritorno: ed ecco i versi dalla doppia lettura (ma poi ognuno fa suo quel che legge e vi abita nelle sue percezioni, intuizioni) certo è che l’ uomo-ape-poeta-icaro è solo.. così e così [è solo] l’ uomo che ha consapevolezza dell’ oscenità della vita. ma prima Icaro in queste visioni (ecco la cera d’ api) per toccare il sole – per bere l’ ambrosia? (ecco il miele d’ api che si distilla – il suo potere magnetico ed esclusivo – il potere magnetico divino che cova sulle nostre teste. raggiungibile nel compimento? e tanto è vera la caduta dell’ uomo nel toccare il divino estraendolo da sé presuntuosamente, cercandolo fuori? tanto è vero l’ icaro che a ognuno è distribuito. versi che mostrano il pudore dell’ osceno che si rivela al poeta fuori di sé che porta l’ onere di cose che lo riguardano quando smettono di riguardare l’ uomo, forse. versi intenti dell’ opera quando l’ opera va in mezzo agli uomini e non sa se da essa stessa ritorna. così l’ operato dello sciame contemporaneo ma forse è solo storia che si ripete e l’ Uomo è solo un’ ombra scarica che galleggia. questi testi dispongono di stelle accese e spente, non hanno inizio né fine, mi sono piaciuti per il loro monologo estroverso di parolo generate da parole e non a spreco. grazie Antonio per la proposta e mi scuso per il dilungarmi e per le connessioni dello scritto un po’ sconnesse.
    caro saluto a te e ai tuoi ospiti.
    paola
    °

    • Cara Paola, grazie a te per l’attenzione e la tua interpretazione, che non sbaglia ed è piuttosto “lucida” anche nel suo “zigzaggare” d’altronde come fa anche la poesia della migrazione di Andrea.
      Trattandosi di api mutanti, trattandosi di uno scritto che muta e che non sa bene dove si andrà a finire, trattandosi appunto di rappresentazione “oscena” della vita, che scandaglia l’alterità stessa della condizione, sia questa uomo/uomo, uomo/ape, ape/ape, l’inconstanza e l’alternanza della fluidità del testo sono una prerogativa, quindi, che non può discernere dal resto, oltre a tutte le belle osservazioni che tu hai tirato fuori, e che non sono poi così tanto soggettive, se si conosce bene la materia di questo testo, e tu la conosci, e l’hai fatta tua.
      Io non posso che ringraziarti, come sempre, per la tua spontaneità creativa e critica, e per la fiducia che riponi nei testi, e diciamolo dai, anche in me. 🙂

      Un grazie anche da parte di Andrea.

      Un abbraccio

      Antonio Bux

  5. Grazie a tutti/e e in particolare ad Antonio per la pubblicazione.
    Chi fosse interessato a ricevere il libro mi scriva pure a raos.andrea[at]gmail.com e glielo mando.
    Devo svuotare un po’ di scaffali, si nota molto? 😉

    • Caro Andrea, se so di qualcuno interessato, te lo “mando”…grazie a te per la disponibilità.
      Attendo con ansia le tue altre novità, un abbraccio grande. 🙂

      Antonio

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